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Tre milioni di lavoratori poveri, un popolo che cresce

Lo studio commissionato dal Ministero a 8 esperti. Gli 80 euro e il reddito di cittadinanza non hanno inciso. Le proposte, dal salario minimo all’ in-work benefit


Sono tre milioni. Lavorano, ma sono poveri. E sono sempre di più: il 13,2% di tutti quelli che hanno un’occupazione, in crescita di un terzo rispetto a 15 anni fa. La pandemia ha fatto il suo, ma la povertà lavorativa in Italia si trascina dietro anche altri problemi. Non è solo una questione di salari stagnanti: pesano l’instabilità crescente delle carriere, il boom del part-time involontario e l’aumento dei lavoretti. Di fronte a questo quadro, descritto in un rapporto che il Ministero del Lavoro ha commissionato a un gruppo di otto esperti, la questione che si apre è cosa fare. Perché, come spiega la stessa relazione, le politiche pubbliche sono state incapaci di aggredire il fenomeno delle basse retribuzioni. Tutti gli strumenti – dagli 80 euro al reddito di cittadinanza – hanno fallito, seppure in diversa misura. 

Chi sono i lavoratori poveri

Il gruppo di lavoro, coordinato da Andrea Garnero, economista Ocse in sabbatico di ricerca, parte da una considerazione necessaria per capire chi sono i working poor: non bisogna guardare solo ai salari insufficienti, ma anche ai tempi di lavoro, alla composizione familiare e all’azione redistributiva dello Stato. Chi rischia di avere una bassa retribuzione sono soprattutto i lavoratori occupati solo pochi mesi all’anno, i precari e gli autonomi. Quando si passa alla dimensione familiare, a questi fattori di rischio – si legge nella relazione – “si aggiungono la composizione del nucleo e il numero di percettori”. 

I dati macro dicono che un quarto dei lavoratori ha una retribuzione individuale bassa, inferiore al 60% della mediana. La traduzione in soldi: un lavoratore single povero guadagna meno di 11.500 euro all’anno. E più di un lavoratore su dieci si trova in situazione di povertà, cioè vive in una famiglia con un reddito inferiore sempre al 60% della mediana. Per quelle con due figli (dove uno o entrambi i genitori lavorano) significa meno di 26mila euro all’anno. 

Come è aumentata la povertà lavorativa 

Come si evince dalla tabella riportata di seguito, l’incidenza della povertà lavorativa è aumentata negli ultimi quindici anni in maniera importante. Allargando i parametri dell’IWP, l’indicatore utilizzato dall’Unione europea, anche a chi è stato occupato almeno un mese e reputa il lavoro come lo status prevalente, viene fuori che il 13,2% dei lavoratori è povero. Se si prende in considerazione l’ambito familiare, i rischi di povertà lavorativa sono collegati alla forma contrattuale: la percentuale dei working poor arriva al 17,1% per gli autonomi, mentre si ferma al 12,1% per chi lavora prevalentemente come dipendente. 

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Chi rischia di più

Sono i lavoratori occupati pochi mesi all’anno a rischiare di più. L’incidenza della povertà, infatti, sale al 19,4% per chi lavora part-time per un anno, e si riduce in modo quasi lineare all’aumentare dei mesi lavorati sempre durante l’anno. E più in difficoltà sono le famiglie con un solo percettore di reddito: l’incidenza è al 22,1%, mentre cala al 7% se lavorano entrambi i coniugi.

Se si guarda solo all’elemento della bassa retribuzione, sono le donne a essere interessate maggiormente da questo rischio: la quota di lavoratori poveri è pari al 27,8%, mentre quella tra gli uomini è al 16,5 per cento (in totale è al 22,2%, in forte crescita dato che nel 2006 era al 17,7%).

Il ruolo chiave della continuità lavorativa

Il rischio di avere un salario basso è correlato anche al numero di mesi lavorati: è pari a circa il 75% tra chi lavora sei mesi l’anno e si riduce a poco meno del 20% – un valore comunque elevato – per chi lavora in modo continuativo nell’anno. Lo stesso rischio è intorno al 14% tra chi lavora tutto l’anno con un contratto a tempo pieno, mentre supera il 40% tra chi trascorre almeno 7 mesi all’anno con un contratto a tempo ridotto.  

I salari bassi non sono un rischio transitorio

Lo dicono sempre i numeri, questa volta quelli dell’Inps: i salari bassi non rappresentano uno stato transitorio, ma sempre più spesso una condizione che periste nel tempo. I numeri: il 24,5% di chi è stato dipendente privato tra il 2014 e il 2018 ha avuto retribuzione basse in tutti e cinque gli anni, mentre solo il 45,5% non è mai stato un lavoratore con una bassa retribuzione. Se si prende in considerazione l’indicatore europeo si evince che oltre il 50% dei lavoratori in situazione di povertà lavorativa è rimasto in questa condizione (oltre il 60% durante la crisi economica).

Perché? Due studi recenti sull’Italia e altri Paesi europei spiegano che la povertà pregressa non è un fattore determinante della povertà futura: il trend negativo è più legato a condizioni strutturali dell’individuo e della famiglia.

Le cinque proposte. Dal salario minimo sperimentale all’in-work benefit

Il gruppo di lavoro individua cinque proposte, spiegando che vanno considerate nel loro complesso, pena l’inefficacia. Un esempio: il salario minimo senza controlli stringenti non risulterebbe idoneo a fronteggiare la povertà lavorativa. Proprio il salario minimo è una delle proposte, ma declinato in modalità sperimentale per provare a superare le divergenze che contrappongono chi, come i sindacati, non lo vogliono, preferendogli l’estensione dell’applicazione dei contratti collettivi principali a tutti i lavoratori, insieme a una legge sulla rappresentanza, e chi invece, come ad esempio i 5 stelle, spingono per un salario minimo puro. Intanto – è il ragionamento del gruppo di lavoro – si parte con una forma sperimentale di salario minimo per legge limitato ad alcuni settori in modo da testare la misura. “Da tale esperienza – spiega la relazione – si potrebbe poi procedere a un monitoraggio e a una valutazione insieme alle parti sociali interessate sul modello di quanto avvenuto in Germania” a partire dal 1997.

La seconda proposta è relativa al rafforzamento della vigilanza documentale, quella basata sui dati che le imprese e i lavoratori comunicano alle amministrazioni pubbliche, costruendo “indici di rischio a livello di impresa o settore per permettere un confronto sulle anomalie riscontrate e, in caso di persistenza nel tempo, studiare strategie di intervento interagendo con le imprese oppure guidando la vigilanza ispettiva”.

Una novità importante è costituita dall’introduzione dell’in-work benefit, letteralmente trasferimento a chi lavora. Alcuni dati sono utili per spiegare il perché della terza proposta: solo il 50% dei lavoratori in Italia percepisce un sostegno al reddito rispetto al 65% della media europea. L’in-work benefit aiuterebbe chi si trova in una situazione di difficoltà economica e incentiverebbe il lavoro regolare. Serve – sottolineano gli esperti – un rispetto dei minimi salariali adeguati altrimenti lo strumento rischia di trasformarsi in modo surrettizio in un trasferimento alle imprese e quindi in un incentivo al lavoro povero. Le ultime due  proposte riguardano l’incentivazione del rispetto delle norme da parte delle aziende e l’aumento della consapevolezza di lavoratori e imprese, ancora una revisione dell’indicatore europeo di povertà lavorativa che esclude i lavoratori con meno di sette mesi di lavoro durante l’anno e presuppone una condivisione equa delle risorse all’interno della famiglia. Sono paletti stringenti che escludono i lavoratori più esposti al rischio povertà e non permettono di identificare se qualcuno è in grado di avere una vita dignitosa con i propri guadagni. 

Gli 80 euro e il reddito di cittadinanza hanno fallito

Gli esperti sottolineano come l’intervento pubblico si sia mosso in maniera indiretta nei confronti delle cause alla base delle basse retribuzioni. Il focus, in questo senso, ha riguardato le misure per il Sud e per l’occupazione femminile. C’è stata una misura diretta per aumentare le retribuzioni medio-basse – gli 80 euro – ma si basa solo sul salario individuale, indipendentemente dal reddito familiare e il bonus non va a chi ha un reddito così basso da risultare incapiente ai fini fiscali. La conclusione: “Nei fatti questa misura non è stata molto efficace nel proteggere dal rischio della povertà lavorativa”. 

Il reddito di cittadinanza “ha giocato un ruolo senz’altro positivo nell’attenuare la povertà” delle famiglie beneficiarie, ma è essenzialmente una forma di reddito minimo, peraltro “non sufficiente per portare le famiglie numerose al di sopra della soglia di povertà e limitata nell’affrontare un fenomeno complesso e sfaccettato come la povertà lavorativa”. Anche gli sgravi fiscali sui salari pagati dalle imprese come premio di produttività “non appaiono in grado di ridurre significativamente la povertà lavorativa” dato che le imprese che pagano questi premi e offrono una contrattazione di secondo livello ai dipendenti sono solitamente quelle che già pagano salari ben superiori a quelli medi. 

Questo articolo è stato pubblicato su Huffington Post il 18 gennaio 2022

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