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L’Onu discute di cibo senza i contadini

Il vertice Onu sui sistemi alimentari ha estromesso i movimenti contadini e la società civile per abbracciare un’agenda corporativa che mina la transizione ecologica.

Si è conclusa qualche settimana fa a New York la celebrazione del Food Systems Summit delle Nazioni Unite, evento che cade a poche settimane dal venticinquesimo anniversario del World Food Summit che, nel novembre 1996 a Roma, diede inizio a un percorso di riforma delle Nazioni Unite e delle politiche agroalimentari a livello mondiale e alla nascita del movimento internazionale per la sovranità alimentare lanciato dalla Via Campesina

Ma le differenze fra quel momento fondativo e questa sua riproduzione depoliticizzata e ipermediatizzata sono abissali. Il Food Systems Summit di New York, infatti, è stato una discussione fortemente orientata dal settore privato, anche a causa del boicottaggio aperto di oltre 500 organizzazioni e movimenti sociali, sdegnati per il tentativo di delegittimare gli spazi di discussione multilaterale esistenti in ambito Onu. 

Via Campesina e le altre organizzazioni riunite nel meccanismo della società civile (Csm) che dialoga con il Comitato per la sicurezza alimentare della Fao (Cfs), non hanno infatti digerito l’impostazione che il Segretario Onu, Antonio Guterres, ha dato all’evento, ponendo alla direzione del vertice nientemeno che Agnes Kalibata, ex ministra dell’agricoltura del Rwanda e oggi presidente dell’Alleanza per la rivoluzione verde in Africa (Agra), soggetto promotore di istanze biotecnologiche e agroindustriali creato dalle fondazioni Gates e Rockefeller.

Dopo 25 anni dal primo World Food Summit, dunque, le istanze dell’agroecologia contadina e della sovranità alimentare sono più che mai sotto attacco, in un tentativo sempre più intenso – accelerato dalla pandemia – di cooptazione guidato dalle grandi corporazioni transnazionali. Già nel ’96 i movimenti sociali riuniti nel Forum parallelo al Summit ufficiale avevano anticipato il fallimento del sistema agroalimentare, con quasi un miliardo di persone che soffrono la fame e altrettante malnutrite, e la responsabilità dell’agricoltura industriale per un terzo delle emissioni nocive per il clima, l’utilizzo del 70% delle fonti di acqua, la perdita di biodiversità e della fertilità dei terreni. 

Questo ultimo Summit ha riprodotto nella forma esteriore i processi di consultazione dal basso dei movimenti sociali (usando il termite Peoples’ Summit, di fatto una provocazione) svuotandoli però di ogni contenuto trasformativo. Ai meccanismi di partecipazione e negoziazione – spesso lunghi ed estenuanti, ma sempre e comunque trasparenti e democratici – che la società civile guidata di movimenti sociali contadini aveva  costruito all’interno della Fao a partire dall’accordo tra Fao e Ipc del 2002 fino alla riforma del Cfs del 2009, e alla Strategia della Fao per il partenariato con la società civile del 2013, oggi si sostituisce un processo senza regole chiare. Il percorso verso il Summit è stato guidato da esperti legati a una visione convenzionale della modernizzazione in agricoltura e orientati a discutere di una trasformazione necessaria dei sistemi agroalimentari senza distinguere le responsabilità del sistema industriale da quello contadino e agroecologico, con il risultato di mettere allo stesso tavolo le multinazionali e le comunità indigene, senza differenziarne il ruolo nella discussione con i governi sulla trasformazione del sistema attuale e bilanciare le differenze di potere e di capacità di partecipazione al processo, quasi esclusivamente online e in lingua inglese.

Questo tentativo di sovrascrivere gli attuali processi multilaterali conferma che la sfida lanciata venticinque anni fa dal movimento per la sovranità alimentare a livello internazionale aveva portato a tutti gli effetti una riforma del sistema di governance mondiale dell’agricoltura e delle risorse naturali. In questi decenni, infatti, nella Fao sono stati approvati nuovi strumenti internazionali basati sui diritti collettivi al ciboalla terraalle sementi e alle risorse naturali che hanno riconosciuto contadini, pescatori artigianali, pastori e indigeni e il modello di produzione agroecologico come asse portante della produzione del cibo a livello mondiale. Ne sono un esempio le linee guida sulla governance delle terre agricole e le linee guida per il supporto alla pesca di piccola scala.

Nel 2014 la Fao, con la forte partecipazione dei movimenti sociali, ha riconosciuto inoltre che l’80% del cibo consumato a livello mondiale proviene dall’agricoltura familiare e che l’agroecologia basata su diritti collettivi, co-evoluzione e co-produzione uomo-natura costituisce un’alternativa alla rivoluzione verde basata su digitalizzazione, chimica, sementi ingegnerizzate e diritti di proprietà intellettuale.

Ma non è stata una passeggiata. Il Summit di New York infatti è solo l’ultimo e il più evidente di diversi tentativi di spostare il luogo della decisione su cibo e agricoltura da Roma a New York, dove lo spazio per la partecipazione per i movimenti sociali del sud del mondo è limitato: a partire dal World Food Summit del 2002, e soprattutto in occasione della riforma del Comitato Mondiale di Sicurezza Alimentare della Fao nel 2009, il tentativo costante è stato quello di limitare gli spazi multilaterali di dialogo tra governi e movimenti sociali, per lasciare spazio agli accordi bilaterali e alle negoziazioni nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e alle forze del «libero» mercato. Oggi questa tensione diventa palese perché una risposta in grande stile dei signori del cibo non poteva più farsi attendere. L’urgenza del Food Systems Summit  nasce infatti anche come replica alle crescenti critiche della scienza climatica e della società civile su l’insostenibilità dei sistemi alimentari e dell’agricoltura industriale figlia di una rivoluzione verde che ci ha lanciati a tutta forza nell’era delle pandemie. Critiche che sottolineano l’evidente momento di crisi di un sistema di sviluppo sempre più finanziarizzato, che ha bisogno di nuove opportunità di remunerazione per gli investimenti reali, soprattutto in un settore come quello dell’agricoltura che attraverso il costo di produzione del cibo definisce anche il costo della vita, del lavoro e di riproduzione del sistema economico. 

Come anticipato dalla dichiarazione del G20 sull’agricoltura tenutosi a Firenze il 17-18 Settembre scorso, l’obiettivo è entrare nell’era dell’agricoltura 4.0, dei droni e dei big data gestiti e messi a valore dalle grandi piattaforme, in un processo di «uberizzazione» dell’agricoltura che porterà a un’ulteriore concentrazione di potere economico fra multinazionali agrochimiche e colossi del digitale. Assisteremo a un rilancio già in atto delle biotecnologie e a nuove restrizioni sulla proprietà intellettuale (vedi la discussione in Upov e Wipo), che trasformano l’agricoltore in un mero prestatore d’opera, privandolo di qualunque controllo sui mezzi di produzione. La nuova mezzadria digitale che si profila all’orizzonte non servirà a fermare l’emorragia dalle campagne dei piccoli produttori, che in Italia e in Europa si mostra già oggi in tutta la sua spaventosa evidenza.

Le proposte che escono dal Food Systems Summit servono dunque a promettere un nuovo inizio, «sostenibile» e profittevole, verso il quale dirigersi sotto la guida degli stessi soggetti che hanno fatto precipitare il mondo in una crisi sistemica e multidimensionale. Mai come oggi i movimenti sono chiamati a lottare per riportare il processo decisionale negli organi istituzionali della Fao e alle regole (un paese un voto e procedure trasparenti di dialogo con attori sociali e settore privato) che li caratterizzano, cancellando questo ennesimo tentativo di colonizzare  gli attuali meccanismi della governance multilaterale.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 7 ottobre 2021

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