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Un anniversario modenese (che nessuno vuole ricordare)

È passato un anno, ma la percezione di un tempo morto, cristallizzato, che non vuole passare, si avverte pesante nell’aria. È la sensazione abituale di chi trascorre in cella lunghi anni, ma oggi è comune a molti, nella operosa cittadina emiliana. Questo marzo 2021 somiglia parecchio a quello 2020: stessa zona rossa, stesso spettrale deja-vu, stessa onnipresenza di divise – senza attesa o tensione, però, come fu nel primo lockdown, solo stanchezza e scoramento. Come se tutta la città fosse rannicchiata sulla branda di una cella, a contemplare l’assenza di futuro. Eppure è passato già un anno. Era il pomeriggio dell’8 marzo 2020, quello in cui tutta la città vide il fumo di Sant’Anna arrampicarsi lento in cielo, come la corda di un fachiro; il pomeriggio maledetto che si lasciò dietro una scia di nove cadaveri. Un anno in cui l’istituzione carcere ha provato in ogni modo ad auto-assolversi: subito con le versioni di comodo (il primo decesso constatato era già ufficialmente “morto di overdose”, prima ancora che si capisse cosa diavolo stesse succedendo dietro quelle mura); poi con le farneticazioni di un ministro che urlava al “complotto mafioso” per giustificare l’inspiegabile; poi con il silenzio tombale; oggi, con la tronfia esibizione di muscoli e richieste di archiviazione.  

Un comitato, uno tra i diversi organismi sorti in Italia dopo il ciclo dell’8 marzo, si è costituito a Modena nei mesi scorsi per reclamare “verità e giustizia per la strage di Sant’Anna”. E l’anniversario – ricordato domenica 7, con un presidio davanti alla Casa Circondariale – doveva essere un passaggio forte del suo lavoro di controinformazione e controinchiesta. L’iniziativa c’è stata e ha fatto registrare molti elementi positivi, di ricchezza umana e politica – nonostante il momento non potesse essere più infausto. La zona rossa in città ha provocato molte diserzioni e ha svuotato le strade. Quindi, alla fine, quel che si è messo in piedi, è stato oggettivamente importante e in salutare controtendenza. Il comitato sta cercando di evitare che la ferita “si cicatrizzi”, sforzandosi di tenere aperta la questione, continuando a sollevare domande, raccogliendo testimonianze – e lo sta facendo egregiamente, con iniziative, con la pubblicazione di un dossier, la costruzione di relazioni con i familiari dei detenuti e con gli avvocati, in un grosso impegno di messa in rete di ciò che si sa davvero dell’8 marzo modenese. 

Quello che il comitato non è riuscito a innescare – oggettivamente – è il coinvolgimento della città, o almeno di un qualche suo segmento civile. Si badi bene, questa constatazione va misurata con tutte le attenuanti della fase maledetta che stiamo attraversando, che non è solo “il Covid”, ma l’accettazione passiva di ogni restrizione, l’affidamento “al governo”, qualunque esso sia; una specie di resa collettiva in cui la gente stremata e confusa si consegna mani e piedi a qualsiasi potere sia in grado di garantire un po’ di reddito o di vaccino. Ma, al di là di questa misera condizione, tutti i partecipanti al presidio – che pure avevano scelto un profilo aperto, non militante – hanno avuto l’impressione della loro estraneità al tessuto profondo della città. L’indifferenza per il carcere e l’odio per i suoi ospiti, sono ormai incancreniti sotto la pelle della normalità “democratica”. Anni e anni di ideologie securitarie hanno annichilito non solo la tenuta civile e costituzionale della coscienza popolare, ma l’hanno abbrutita sul piano umano, hanno portato il normale cittadino – della pacifica comunità padana – a costituire una ideale tribù degli onesti, dei giusti, dei regolari, dal cui perimetro fortificato scagliare odio verso quelli dell’altra tribù – i malviventi, gli attentatori della proprietà, gli usurpatori, i frequentatori di negozi etnici e celle italiche. Una postura clanistica, tribale, una specie di ritorno all’arcaico, dietro le vetrine del politicamente corretto e della buona cittadinanza.

Come fare, nel prossimo futuro, a spostare un pezzo – anche un pezzettino – di questa comunità confusa e rancorosa, in direzione del suo carcere, sarà la scommessa del comitato nei prossimi mesi. Archiviazioni (come quelle richieste dalla procura di Modena per otto dei nove morti) o assoluzioni sommarie (vedi il discorso del procuratore generale della Cassazione all’aperura dell’anno giudiziario), non aiuteranno. Ma tanto la verità non verrà certo fuori dalle aule dei tribunali. Pier Paolo Pasolini non è alle toghe che si appellava, quando con il suo “io so”, spiegava il senso della distinzione tra verità storica e verità giudiziaria. Spesso la ricerca estenuante della “giusta sentenza”, ha sterilizzato il senso politico delle grandi tragedie italiane – la chiave di lettura generale, che non ha bisogno di indizi, referti o autopsie.

Ma non è solo la città “perbene” a rifiutare ogni assunzione di responsabilità verso una realtà che sente estranea – come una discarica e molto più di un canile. Anche il micro-mondo sopravvissuto della sinistra assume un atteggiamento ostile, scettico, eccessivamente prudente. Come se il tema carcere fosse circoscritto da una barriera elettrificata. Molti hanno borbottato tra i denti: si va bene, il carcere, la Costituzione, i morti dell’8 marzo; ma come si fa a parlare di queste cose mentre la gente pensa solo al Covid? Già come si fa? E come si faceva prima? Un anno o due o tre o dieci anni fa, quando “la gente” non era distratta dai problemi sanitari, ma da quelli ordinari di ogni società complessa? Perché neanche allora se ne parlava? Perché c’è sempre qualche altra priorità che ci inibisce, ci devia? Qual è il male oscuro che ci fa rimuovere sempre dal nostro orizzonte il tema della reclusione?

Un episodio rende il senso del ritardo con cui i movimenti stanno affrontando questa impresa. Nel corso del presidio modenese, alla lettura dei nomi dei nove morti, una donna ha chiesto il microfono urlando: avete dimenticato un nome, quello di mio figlio. Gli organizzatori, un po’ disorientati, l’hanno lasciata parlare, nessuno la conosceva. È la madre di un detenuto ufficialmente suicida – secondo lei assassinato dentro quel carcere – un anno prima delle rivolte di marzo. Nessuno dei presenti lo aveva sentito nominare. È una delle piccole insignificanti vite che ogni anno si spengono tra le mura dei penitenziari italiani – per disperazione, mancanza di cure, spesso per brutalità del sistema. Quella donna era venuta a ricordare ai presenti che di galera si moriva anche prima dell’8 marzo, e che se le nove vittime della rivolta avevano almeno visto il loro nome stampato su qualche giornale, delle altre centinaia di vite inghiottite dal moloch-carcere non si sa nulla. Forse le rivolte italiane di un anno fa possono rappresentare un’occasione. Per tutti noi.

Disegno di copertina di Cristina Moccia

Questo articolo è stato pubblicato su Napoli Monitor l’8 marzo 2021

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