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Di sciopero della fame si può anche morire

Quando si fa lo sciopero della fame, di fame si può anche morire. Questa elementare consapevolezza sembra del tutto assente da quel tanto di riflessione che ha suscitato il digiuno intrapreso dall’anarchico Alfredo Cospito, a partire dal 21 ottobre scorso, contro il regime di detenzione speciale del 41-bis, cui è sottoposto nel carcere di Bancali (Sassari). Dietro il silenzio che circonda la vicenda di Cospito c’è qualcosa che risponde a un certo scetticismo, motivato innanzitutto da una diffusa diffidenza verso lo strumento dello sciopero della fame: “tanto poi mangiano di nascosto” e “al massimo dimagriscono un po’”. Sì, in effetti, Cospito è dimagrito di 35 chili in oltre 75 giorni.

Non una parola dalla classe politica (a parte le interrogazioni presentate da un pugno di parlamentari) e dall’amministrazione penitenziaria. Si dà per scontato che la vicenda sia destinata a finire nell’oblio, ma è sufficiente scavare un po’ negli archivi per avere qualche sorpresa. Dal 2009 a oggi sono state ben quattro – Sami Mbarka Ben Gargi, Cristian Pop, Gabriele Milito, Carmelo Caminiti – le persone che hanno perso la vita facendo del proprio corpo l’estrema posta in gioco di una battaglia contro ciò che si riteneva una ingiustizia.

Può lo Stato assistere passivamente a questa forma di autolesionismo? Può l’individuo astenersi dal cibo fino a morirne? Deve lo Stato intervenire con una misura di autorità anche contro la volontà del soggetto? A prescindere dalla risposta che ciascuno di noi sceglie di dare, emerge tutta l’importanza delle questioni che l’azione di Cospito pone, al di là delle sue convinzioni politiche. La sua storia giudiziaria, infatti, presenta molte anomalie. In primo luogo, il fatto che Cospito è stato condannato per il reato di strage, pur se il suo atto criminale non ha prodotto né morti né feriti.

E c’è un’altra questione giuridica di particolare rilievo, al punto che la Corte di Appello di Torino ha disposto l’invio degli atti alla Corte Costituzionale in base a un fondamentale principio di proporzionalità. Il Tribunale chiede alla Consulta: esiste un rapporto equilibrato, congruo, proporzionato tra l’entità del reato commesso da Cospito e l’entità della pena inflittagli?

Come si vede, il gesto dell’anarchico non riguarda solo l’interessato e la sua area politica: interroga, piuttosto, tutti noi in quanto cittadini di uno Stato di diritto, costantemente in affanno per adeguarsi ai principi che afferma.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto sardo il 6 gennaio 2022

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