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Più rimpatri che solidarietà. L’Europa prepara la stretta

Migranti. Von der Leyen annuncia: «Aboliremo il regolamento di Dublino»

«Solidarietà e rimpatri». Sono queste le due parole d’ordine sulle quali ieri Ursula von der Leyen ha annunciato di voler impostare la futura politica europea sull’immigrazione. Mercoledì prossimo la Commissione Ue presenterà il nuovo patto su immigrazione e asilo scoprendo così finalmente le carte su come intende gestire un fenomeno che, come ha ricordato la stessa presidente parlando ieri all’europarlamento, «ci sarà sempre». Con una precisazione che però fa capire quale tra le due parole d’ordine annunciate avrà un peso maggiore: «La crisi dei migranti del 2015 (gestita senza un particolare successo sulla solidarietà dal suo predecessore Jean Claude Juncker, ndr) ha provocato divisioni tra i Paesi membri e alcune cicatrici non sono ancora guarite». Per uscire dallo stallo degli ultimi cinque anni per Von der Leyen c’è quindi solo una strada da percorrere: «scendere a compromessi» con quei Paesi che si sono sempre rifiutati di accogliere i richiedenti asilo. Certo, «senza compromettere i nostri principi», assicura, ma senza una posizione condivisa tra i 27 «non ci sarà una soluzione».

La presidente della Commissione Ue approfitta del suo intervento sullo stato dell’Unione per piantare due paletti con i quali spera di arginare le politiche sovraniste che hanno preso piede in Europa («Voi predicate solo odio, noi vogliamo soluzioni», dice replicando all’intervento di un deputato tedesco dell’Afd). Il primo: «Salvare vite in mare è un principio umano non negoziabile». Il secondo: «Aboliremo il regolamento di Dublino», annuncia. «Lo rimpiazzeremo con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni che avrà strutture comuni per l’asilo e per i rimpatri».

Si tratta però di due barriere molto fragili. Intanto perché da quando ha cancellato la missione europea Sophia nel Mediterraneo, Bruxelles non ha più manifestato l’intenzione di dare vita a un’altra operazione di salvataggio (la nuova missione Irini si occupa principalmente di contrastare il traffico di armi verso la Libia). E poi perché l’abolizione di regolamento di Dublino, che tanti problemi ha creato e crea ancora con il suo principio di Paese di primo ingresso, ha tutta l’aria di essere solo apparente. «Non ci sarà più nulla che si chiamerà regolamento di Dublino, ma nella sostanza le cose non cambieranno molto», spiegavano ieri a Bruxelles.

Stando alle anticipazioni circolate finora, le nuove regole prevedono infatti che il vecchio Dublino venga sostituito da due nuovi regolamenti. Il primo riguarderà i Pesi di primo ingresso ai quali spetterà i compito di effettuare la prima scrematura tra i migranti, dividendo coloro che hanno diritto alla protezione internazionale dagli altri, destinati ad essere rimpatriati. Compito che, a quanto si è capito, potrebbe spettare all’Easo, l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo.

Il secondo regolamento riguarderà quanti si sono visti accettare la richiesta di asilo e per i quali verrà avviata una procedura per stabilire quale Stato dovrà assumersene la responsabilità.
E a questo punto la solidarietà europea della quale ha parlato ieri Von der Leyen rischia di svanire. La soluzione alla quale sarebbe arrivata la Commissione è infatti un esempio di quei compromessi alla quale ha fatto riferimento Von der Leyen. Non ci sarà nessuno meccanismo di distribuzione obbligatoria tra gli Stati membri, ma ogni capitale potrà scegliere tra accogliere un certo numero di profughi oppure partecipare aiutando gli Stati maggiormente sotto pressione fornendo finanziamenti, mezzi o personale. Un cedimento alla richieste avanzate da tempo dai Paesi dell’Europa centro orientale.

Resta, infine, il problema dei rimpatri. Vanno a rilento perché per eseguirli occorrono degli accordi di riammissione con i Paesi di origine che però sono ancora pochi (l’Italia li ha solo con Tunisia, Marocco, Egitto e Nigeria). Per questo sono previsti incentivi economici da destinare a quei Paesi che accetteranno di fermare le partenze verso l’Europa.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 17 settembre 2020

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