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L’utopia delle regole

David Graeber era un antropologo statunitense. Insegnava alla London school of economics ed è stato tra i promotori del movimento Occupy Wall street. È morto a Venezia il 2 settembre 2020, a 59 anni. Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2015 sul numero 1104 di Internazionale.

La burocrazia non piace a nessuno, eppure sembra che in un modo o nell’altro ce ne sia sempre di più. Ne vediamo gli effetti in ogni aspetto della nostra vita. La burocrazia è diventata l’acqua in cui nuotiamo: ci riempie le giornate con le sue scartoffie e con i suoi moduli sempre più lunghi e complicati. Semplici bollette, multe e moduli d’iscrizione sono ormai regolarmente accompagnati da pagine e pagine di documentazione in legalese.

Almeno fino all’ottocento, l’idea che l’economia di mercato fosse indipendente e contrapposta al governo è stata usata per giustificare misure economiche improntate al laissez faire, con l’obiettivo di limitare il ruolo dello stato. Questo effetto, però, non c’è mai stato. Tanto per cominciare, il liberismo inglese non ha portato a una riduzione della burocrazia statale. Anzi, è stata la proliferazione di consulenti legali, cancellieri, ispettori, notai e funzionari di polizia a rendere possibile il sogno liberale di un mondo di liberi contratti tra individui autonomi. E non ci sono ormai molti dubbi sul fatto che per mandare avanti un’economia di mercato servono mille volte più scartoffie che nella monarchia assoluta di Luigi XIV. Viviamo in un’epoca di “burocratizzazione totale”. Non sarà che molte condanne senza appello della burocrazia sono in realtà in malafede? E se l’esperienza di vivere e lavorare all’interno di un sistema di norme e regole formalizzate, all’ombra di gerarchie di anonimi funzionari, avesse un suo fascino nascosto?

C’è una scuola di pensiero secondo cui la burocrazia tende a espandersi seguendo una logica interna, perversa ma inesorabile. L’argomentazione è la seguente: se per risolvere un problema si crea una struttura burocratica, questa struttura invariabilmente finirà per creare altri problemi che, a loro volta, sembreranno risolvibili solo per via burocratica. Nel mondo accademico questo fenomeno è descritto in termini informali come il problema di “creare commissioni per risolvere il problema delle troppe commissioni”.

Le prime burocrazie che conosciamo risalgono all’Egitto e alla Mesopotamia

Una variante di questa teoria dice che una burocrazia, una volta creata, farà in modo di rendersi indispensabile, cercando di esercitare un potere a prescindere da quello che vuole farne. Il modo migliore per raggiungere questo obiettivo è monopolizzare l’accesso a un certo tipo di informazioni chiave. Come scrive Max Weber, uno dei maggiori intellettuali tedeschi vissuti tra l’ottocento e il novecento, “ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni. Nella misura in cui ne è capace nasconde le sue informazioni e le sue azioni allo scrutinio critico”.

Come osserva lo stesso Weber, un effetto collaterale è che quando si crea una burocrazia è quasi impossibile sbarazzarsene. Le primissime burocrazie di cui siamo a conoscenza risalgono alle civiltà della Mesopotamia e dell’antico Egitto, e rimasero praticamente intatte per secoli resistendo al succedersi delle dinastie o delle élite dominanti. In modo simile, ripetute ondate di invasioni non bastarono a sradicare l’amministrazione cinese che, con le sue strutture burocratiche, le sue relazioni e i suoi sistemi di valutazione, rimase saldamente al suo posto a prescindere da chi, volta per volta, rivendicava il mandato del cielo. L’unico modo per sbarazzarsi di una burocrazia consolidata, secondo Weber, è semplicemente eliminarne tutti i componenti, come fecero Alarico e i goti nella Roma imperiale o Genghis Khan in alcune zone del Medio Oriente. Se un numero significativo di funzionari resta in vita, nel giro di pochi anni finirà inevitabilmente per controllare il regno.

Un’altra possibile spiegazione è che la burocrazia non solo si rende indispensabile per chi governa, ma esercita la sua attrazione anche su quelli che la amministrano. Il fascino delle procedure burocratiche sta nella loro impersonalità. I rapporti burocratici, freddi e impersonali, sono molto simili alle transazioni finanziarie: da un lato sono privi di anima e dall’altro sono semplici, prevedibili e trattano tutti più o meno allo stesso modo.

E comunque, chi vuole davvero vivere in un mondo dove tutto è anima? La burocrazia ci permette di interagire con altre persone senza doverci impegnare in complesse ed estenuanti forme di relazione. Quando entriamo in un negozio, tiriamo fuori il portafoglio senza preoccuparci di quello che pensa il cassiere del nostro abbigliamento. Allo stesso modo, quando andiamo in biblioteca, tiriamo fuori la tessera senza dover spiegare perché ci interessano i temi omoerotici della poesia inglese del settecento. Questa sicuramente è una parte del fascino della burocrazia. Naturalmente c’è anche la possibilità che le motivazioni siano molto più profonde. Le relazioni impersonali favorite dalle burocrazie non sono solo comode e convenienti. In qualche misura, almeno, la nostra stessa idea di razionalità, giustizia e libertà si fonda su relazioni di questo tipo. C’è stato un momento nella storia dell’umanità in cui una nuova forma di burocrazia ha ispirato non solo passiva acquiescenza, ma anche un sincero entusiasmo, quasi un’infatuazione. Ma cosa l’ha fatta sembrare così esaltante?

Se Weber ha potuto descrivere la burocrazia come l’incarnazione stessa dell’efficienza razionale è perché nella Germania dei suoi tempi le istituzioni burocratiche funzionavano davvero. L’istituzione simbolo, l’orgoglio dell’amministrazione tedesca, era l’ufficio postale. Alla fine dell’ottocento il servizio postale tedesco era considerato una delle grandi meraviglie del mondo moderno. La sua efficienza era leggendaria e gettò una specie di ombra spaventosa su tutto il novecento. Molte delle grandi conquiste di quello che oggi chiamiamo “tardo modernismo” sono state ispirate dall’ufficio postale tedesco. E si potrebbe sostenere che molti dei grandi mali del secolo scorso siano ugualmente da imputare all’ufficio postale tedesco.

Un progetto rivoluzionario
Per capire tutto questo dobbiamo risalire alle vere origini dello stato sociale moderno, che oggi consideriamo fondamentalmente una creazione di élite democratiche illuminate. Niente è più lontano dalla verità. In Europa molte delle istituzioni centrali di quello che sarebbe poi diventato lo stato sociale (dalla previdenza sociale alle pensioni, dalle biblioteche pubbliche agli ospedali pubblici) non sono state create dai governi, ma dai sindacati, dalle organizzazioni di quartiere, dalle cooperative, dalle associazioni e dai partiti operai. Molte di queste organizzazioni erano consapevolmente impegnate in un progetto rivoluzionario per creare, in modo graduale e dal basso, istituzioni di tipo socialista.

In Germania il vero modello di questa nuova struttura amministrativa erano, curiosamente, le poste. Questo, in realtà, ha una certa logica se si ripercorre la storia del servizio postale. L’ufficio postale fu sostanzialmente uno dei primi tentativi di applicare una forma di organizzazione gerarchica e militare al bene pubblico. Storicamente i servizi postali emergono dall’organizzazione degli eserciti e degli imperi. In origine erano un modo per trasmettere rapporti operativi e ordini a lunga distanza. Successivamente, per estensione, diventarono uno strumento per tenere uniti gli imperi. Di qui la famosa citazione di Erodoto sui messaggeri imperiali persiani, con le loro postazioni distribuite in modo uniforme in tutto il territorio dotate di cavalli riposati che permettevano spostamenti rapidissimi: “Né la neve né la pioggia, il caldo o il buio della notte impediscono loro di portare a termine un compito con la massima velocità”, si legge ancora oggi all’ingresso dell’edificio del Central post office di New York. L’impero romano aveva un sistema simile, e più o meno tutti gli eserciti adottavano sistemi di corrieri postali finché nel 1805 Napoleone non passò all’alfabeto semaforico.

Una delle grandi innovazioni di governance del settecento e specialmente dell’ottocento fu l’espansione e l’adattamento del vecchio sistema dei corrieri militari a una nuova funzione pubblica che aveva innanzitutto lo scopo di assicurare dei servizi per i cittadini. Il primo a servirsene fu il commercio, poi le classi mercantili cominciarono a usare la posta anche per la corrispondenza personale o politica. Di lì a poco, in molti degli stati emergenti in Europa e nelle Americhe metà del bilancio dello stato (e più della metà dei dipendenti pubblici) sarebbe stato assorbito dal servizio postale.

Si potrebbe quasi sostenere che in Germania fu la posta a creare lo stato-nazione. Durante il Sacro Romano Impero il diritto di amministrare un sistema postale all’interno dei territori imperiali fu attribuito, alla maniera feudale, a una famiglia aristocratica originaria di Milano, i baroni von Thurn und Taxis (dice la leggenda che un discendente della famiglia fu l’inventore del tassametro, da cui il taxi prenderebbe il nome). Nel 1867 l’impero prussiano rilevò il monopolio dei Thurn und Taxis e lo usò per gettare le basi di un nuovo servizio postale nazionale tedesco. Nei vent’anni successivi il chiaro segnale che un nuovo staterello o principato era stato assorbito nel nascente stato-nazione tedesco era l’incorporazione nel sistema postale. La sfavillante efficienza del sistema diventò motivo di orgoglio nazionale. Ed effettivamente, alla fine dell’ottocento, il servizio postale tedesco era a dir poco impressionante, con 5-9 consegne al giorno nelle principali città, e chilometri e chilometri di tubi pneumatici che attraversavano il sottosuolo di Berlino per consegnare quasi all’istante lettere e piccoli pacchi grazie a un sistema ad aria compressa. Mark Twain, che visse brevemente a Berlino tra il 1891 e il 1892, ne restò così colpito che scrisse uno dei suoi pochi saggi non satirici, Postal service, per celebrare la prodigiosa efficienza del servizio.

Non fu l’unico straniero a restare impressionato. A pochi mesi dallo scoppio della rivoluzione russa, Vladimir Ilič Lenin scriveva: “Verso il 1870 un arguto socialdemocratico tedesco considerava la posta come un modello di impresa socialista. Giustissimo. La posta è attualmente un’azienda organizzata sul modello del monopolio capitalistico di stato. A poco a poco l’imperialismo trasforma tutti i trust in organizzazioni di questo tipo. Tutta l’economia nazionale organizzata come la posta: i tecnici, i sorveglianti, i contabili, come tutti i funzionari dello stato, retribuiti con uno stipendio non superiore al ‘salario da operaio’, sotto il controllo e la direzione del proletariato armato. Ecco il nostro obiettivo immediato”. Ebbene sì: l’organizzazione dell’Unione Sovietica fu modellata direttamente sul servizio postale tedesco.

Questa visione di un potenziale paradiso che nasceva dall’interno dell’ufficio postale non era confinata all’Europa. Dopo la guerra civile, con l’affermazione del capitalismo societario, anche gli Stati Uniti si avvicinarono al modello tedesco di capitalismo burocratico. Ancora una volta le forme di una società nuova, più libera e razionale, sembravano emergere all’interno delle strutture stesse dell’oppressione. Negli Stati Uniti, per dire “nazionalizzazione” si usava il calco “postalizzazione”, poi completamente scomparso dal linguaggio. E mentre Weber e Lenin invocavano la posta come un modello per il futuro, negli Stati Uniti la sinistra sosteneva che perfino le imprese private sarebbero state più efficienti se gestite come la posta, e imponeva la “postalizzazione” di servizi importanti come la metropolitana e il trasporto ferroviario locale e interstatale, da allora rimasti in mano pubblica. Tutte queste fantasie sull’utopia postale suonano quantomeno datate. Oggi il servizio postale è associato all’arrivo di cose che non vorremmo affatto: bollette, avvisi di conto in rosso, accertamenti fiscali, offerte di carte di credito usa e getta, appelli alla beneficenza e così via. Nell’immaginario collettivo statunitense la figura dell’impiegato postale è diventata sempre più triste. Ma proprio mentre si combatteva questa guerra simbolica contro il servizio postale, è nata una nuova infatuazione, simile a quella per la posta a cavallo del settecento e dell’ottocento. Possiamo riassumerla in questo modo:

  1. Una nuova tecnologia di comunicazione nasce in ambito militare.
  2. La tecnologia si diffonde rapidamente, trasformando in modo radicale la vita quotidiana.
  3. Quindi conquista una fama di sfolgorante efficienza.
  4. Dato che si basa su princìpi diversi dal libero mercato, è subito adottata dai movimenti radicali, che la considerano un modello per un futuro sistema economico non capitalista in grado di svilupparsi all’interno del capitalismo stesso.
  5. Allo stesso tempo diventa uno strumento di controllo per il governo e favorisce la proliferazione di nuove infinite forme di pubblicità e scartoffie indesiderate.

Questi cinque punti rispecchiano esattamente la storia di internet. Cos’è l’email se non un gigantesco ufficio postale elettronico superefficiente? Non ha forse creato a sua volta l’illusione di una nuova forma di economia cooperativa che nasce dalle spoglie del capitalismo, per poi inondarci di truffe, pubblicità e offerte commerciali indesiderate, dando la possibilità allo stato di spiarci in modi sempre nuovi e più creativi? È significativo che, pur nascendo in ambito militare, il servizio postale e internet siano considerati entrambi strumenti che impiegano tecnologie militari per scopi squisitamente antimilitaristi. In tutti e due i casi una forma di comunicazione minimalista e ridotta all’osso, tipica dei sistemi militari, si trasforma in una piattaforma invisibile per costruire tutto quello che non è: sogni, progetti, dichiarazioni d’amore e passione, effusioni artistiche, manifesti sovversivi e qualsiasi altra cosa. Ma questo vuol dire anche che la burocrazia ci attrae e ci sembra più liberatoria proprio nel momento in cui scompare: quando, cioè, diventa talmente razionale e affidabile che ci illudiamo di poterci addormentare su un letto di numeri e di ritrovarli al risveglio tutti al loro posto.

Lavoratori industriali
I computer hanno avuto un ruolo cruciale in tutto questo. Nel settecento e nell’ottocento l’invenzione di nuove forme di automazione industriale ebbe l’effetto paradossale di trasformare una percentuale sempre maggiore della popolazione mondiale in lavoratori industriali a tempo pieno. Allo stesso modo, tutti i software progettati negli ultimi decenni per sollevarci dalle responsabilità amministrative ci hanno trasformato in amministrativi part time o a tempo pieno.

Mentre i professori universitari sono costretti a passare sempre più tempo a gestire le borse di studio, i genitori si rassegnano a dedicare diverse settimane ogni anno a compilare moduli online di quaranta pagine per iscrivere i figli a una scuola dignitosa. Allo stesso modo, i commessi sanno che dovranno passare una parte sempre più consistente della loro vita a digitare password sul telefono per accedere ai loro vari conti bancari. Ognuno di noi sa che dovrà imparare a fare il lavoro che un tempo facevano gli agenti di viaggio, i mediatori finanziari e i commercialisti.

Qualcuno una volta ha calcolato che lo statunitense medio passa sei mesi della propria vita ad aspettare che scatti il semaforo. Non so se ci sono dati simili su quanto tempo passiamo a riempire moduli, ma deve essere almeno altrettanto. Credo di poter dire che mai nella storia del nostro pianeta una popolazione ha passato tanto tempo a occuparsi di scartoffie.

Il guaio è che tutto questo è successo dopo la caduta dell’orribile e antiquato socialismo burocratico e il trionfo della libertà e del mercato. Certamente è uno dei grandi paradossi della vita contemporanea, ma a quanto pare siamo diventati sempre più restii ad affrontare la questione.

Chiaramente questi problemi sono collegati, direi anzi che sotto molti aspetti si tratta dello stesso problema. Non si può semplicemente dire che l’approccio burocratico (o più specificamente manageriale) ha soffocato tutte le forme di immaginazione tecnica e di creatività. In fondo, come ci ricordano sempre, internet ha liberato ogni sorta di visione creativa e spirito collaborativo. Ma ciò che la rete ha portato davvero è una curiosa inversione di fini e mezzi, dove la creatività è al servizio dell’amministrazione, e non il contrario. La metterei così: in questa ultima, interminabile fase del capitalismo ci stiamo spostando dalle tecnologie poetiche alle tecnologie burocratiche.

Quando parlo di tecnologie poetiche mi riferisco all’uso di mezzi razionali, tecnici e burocratici per dar vita a fantasie incontrollate e impossibili. In questo senso, le tecnologie poetiche sono antiche quanto la civiltà. Potremmo dire che precedono le macchine complesse. Lewis Mumford sosteneva che le prime macchine complesse erano fatte di persone. I faraoni egiziani furono in grado di costruire le piramidi solo grazie a una profonda conoscenza delle procedure amministrative, che a sua volta permise di sviluppare tecniche di produzione, di suddividere le attività complesse in decine di operazioni semplici e di assegnare ogni operaio a una squadra. Tutto questo senza conoscere tecnologie meccaniche più complesse della leva e del piano inclinato. Il controllo burocratico trasformò eserciti di braccianti in ingranaggi di una grande macchina. Molti anni dopo, quando furono inventati gli ingranaggi veri e propri, la progettazione di macchinari complessi diventò sempre, in qualche misura, un’elaborazione di princìpi che originariamente erano stati sviluppati per organizzare le persone. Eppure, ogni volta queste macchine (non importa se le loro parti sono braccia e tronchi oppure pistoni, ruote e molle) sono messe all’opera per realizzare fantasie che altrimenti sarebbero impossibili: cattedrali, viaggi sulla luna, ferrovie transcontinentali e così via. Certamente, le tecnologie poetiche hanno quasi sempre qualcosa di terribile: la poesia è in grado di evocare sia “oscuri mulini satanici” sia grazia e liberazione. Ma le tecniche razionali e burocratiche sono sempre al servizio di un grande fine.

Da questo punto di vista, i folli piani sovietici – anche se mai realizzati – hanno segnato il livello di piena delle tecnologie poetiche. Ora abbiamo il problema contrario. Questo non vuol dire che visione, creatività e fantasie irrazionali non sono più incoraggiate. Il punto è che le nostre fantasie restano sospese in aria: non facciamo più neanche finta che possano prendere forma o solidità. Allo stesso tempo, nei pochi campi in cui la creatività libera e originale è effettivamente favorita (come lo sviluppo dei software open source per internet), è impiegata per creare altre piattaforme, ancora più efficaci, per la compilazione di moduli. È questo che intendo con tecnologie burocratiche: gli obblighi amministrativi sono diventati non il mezzo, ma il fine dello sviluppo tecnologico. Intanto, la nazione più grande e potente che sia mai esistita sulla Terra ha passato gli ultimi decenni a spiegare ai suoi cittadini che non è più tempo di sognare grandi imprese, anche se, come indica l’attuale crisi ambientale, il destino del pianeta dipende da questa capacità.

La burocrazia incanta quando diventa una sorta di tecnologia poetica. Per gran parte della storia questo potere è stato in mano agli imperatori o ai comandanti degli eserciti vittoriosi, perciò potremmo addirittura parlare di una democratizzazione del despotismo. Un tempo il privilegio di alzare la mano e far sì che un esercito invisibile di ruote e ingranaggi si organizzasse da solo per soddisfare i propri capricci era riservato a pochi eletti. Nel mondo contemporaneo può essere suddiviso in milioni di pezzi piccolissimi e messo a disposizione di chiunque sappia scrivere una lettera o schiacciare un interruttore.

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 4 settembre 2020

(Traduzione di Fabrizio Saulini)

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