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La viralità del decoro. Controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19. Prima puntata (di 2)

di Wolf Bukowski
Parto da me
Il partire da sé è di certo il paradigma imperante nella narrazione del lockdown che stiamo vivendo. Non mi sottraggo, anche se, in seguito, criticherò questo approccio, diventato ormai una neoplasia dell’ego nel centro di un’epidemia virale. Ma dunque: anche io, come tanti, come quasi chiunque in questi giorni che mai ci saremmo aspettati di vivere, ho cambiato più volte opinione, modificato posizionamenti; mi sono, insomma, incessantemente interrogato. Le persone con cui ho scambiato messaggi e telefonate lo sanno, non ne ho fatto mistero.
La domanda fondamentale che mi sono posto, come tanti e tante, è quella articolata attorno al tema della «responsabilità», ovvero la possibilità di diventare veicolo di contagio verso persone più fragili. La questione non è certo inedita, neppure autobiograficamente: è la stessa che, più o meno, mi ha ispirato cautele nella trasmissione di virus «banali». Ho scoperto, per esempio, di avere già una piccola scorta di mascherine in casa, usate per condividere spazi ristretti quando ero costantemente colpito dalle influenze che portava a casa mia figlia dalle scuole elementari. E quindi: non sono immune da tali preoccupazioni, come non lo sono dai virus.
D’altra parte però mi colpiva e mi interrogava anche la continuità delle strategie del «contenimento del contagio», per come si manifestavano nei provvedimenti delle istituzioni, con le loro ormai classiche esigenze di, diciamo così, contenimento del degrado, e quindi con il securitarismo.
Preso dal gorgo tra Scilla e Cariddi, seppur fermo nella mia clausura appenninica, un punto di equilibrio possibile mi erano sembrate le parole di Pietro Saitta su Napoli Monitor. Nell’articolo la dichiarazione di intimismo prelude a un riflessione in realtà politicizzata e storicizzata, che riconosce la propria iniziale repulsione per il dispositivo retorico utilizzato nell’emergenza contingente, perché sovrapponibile alla «menzogna» securitaria «che per decenni ha accompagnato le politiche in materia di criminalità o immigrazione». Nello sviluppo della riflessione, Saitta dichiara di assumere su di sé la scelta della «responsabilità», smettendo quindi di condurre la vita ordinaria e di frequentare un luogo affollato – nonostante il securitarismo dei provvedimenti governativi. Ecco, mi sono detto, un punto di equilibrio possibile, un frammento di legno con cui affrontare il naufragio.
Ma anch’esso era provvisorio. Poco dopo – si era ormai all’11 marzo – la pressione degli eventi mi ha costretto a spostare di nuovo centro della mia attenzione. Illustro qui tre fatti per me determinanti:
1) lo stato ha dispiegato in modo ancor più vistoso la propria forza militare, ed esteso il confusivo apparato di legislazione d’urgenza, per imporre un azzeramento della vita sociale senza neppure cercare un punto di equilibrio tra la riduzione delle libertà individuali e le esigenze di contenimento del contagio – con la plateale eccezione di lavoratori costretti a uscire per lavoro, cosa che acuiva l’indifferenza a quel «punto di equilibrio».
Questo sviluppo, che emerge con tratti trasparentemente autoritari, avrebbe dovuto aprire uno spazio di riflessione proprio sul suo punto eminentemente politico: ovvero su dove sia corretto porre il «punto di equilibrio» di cui sopra. E invece accade l’opposto, e cioè che
2) dalla «responsabilità» verso la collettività, assunta nel senso morale e politico indicato da Saitta, le prese di posizioni di tanti soggetti (anche critici del neoliberismo) viravano e direi precipitavano verso l’adesione totalmente depoliticizzata e acritica alle forme, ai modi, persino ai vezzi del discorso governativo. Il sacrosanto «non bisogna mettere in discussione la realtà dell’epidemia» scivola, ops, in un attimo, nel «non bisogna mettere in discussione il modo in cui il governo affronta l’epidemia»; e anzi: bisogna aderirvi fino alle più intime fibre. Ovviamente ciò non è sempre esplicito, e anzi qualcuno avverte che la propria non è «servile apologia» delle misure governative, ma si tratta semplicemente di excusatio non petita, e dunque accusatio manifesta. Di fatto, si è accettato che lo spazio politico della lotta – compresa quella indispensabile delle idee – fosse azzerato. Azzerato, ma indossando gli occhiali rosa, e cioè:
3) la differenza tra i posizionamenti dei critici del neoliberismo rispetto a «tutti gli altri» viene posta in un altrove, in un al-di-là, ovvero al dopo il coronavirus. La politica diventa così teleologia; nulla differisce dalle istituzioni nel modo in cui si affronta il presente ma, ecco la fantasia consolatoria, «domani sconfiggeremo il neoliberismo».
Quello che così viene nascosto è il fatto che, avendo rinunciato a politicizzare e sottoporre a critica le scelte di cui al punto 1, nonché gli automatismi emotivi del punto 2, è assai probabile che il «dopo il coronavirus» non arrivi mai, esattamente come non siamo mai usciti dalla crisi dei subprime del 2007-2008.
Oltretutto, come spiegato qui e qui (ma ci tornerò sopra), questo potrebbe essere vero, per un lungo periodo di tempo, anche dal punto di vista strettamente sanitario.

Ripoliticizzare (il «decoro» e le misure di contenimento)

Lo sforzo – una fatica da salmoni, con esaltati ai lati del torrente a gettar sassi – fatto su queste pagine è stato da subito quello di ripoliticizzare il totalmente depoliticizzato, tecnicizzato e sanitarizzato. Ovvero: la risposta dei poteri pubblici all’epidemia. Già in questo abbiamo un’abbagliante similitudine con il decoro. Mettere in questione il «decoro», da anni a questa parte, ha significato essere additati come «rompicoglioni», «spocchiosi e marginali», da destra e da (con ancora più acredine) manca: «siete voi che fate vincere la destra». Perché il «degrado», si sa, è impolitico, lo si vede coi propri occhi, è «questione di buonsenso».
«Voi vivete nei quartieri bene, figli di papà, come vi permettete di dire che il decoro e la sicurezza sono una roba di destra? Venite qui»: questo è stato ripetuto ad nauseam e contro ogni evidenza a chi ne scriveva, ma anche ai movimenti, ai centri sociali, ai singoli e singole che si opponevano alla retorica (razzista e classista) del degrado. «Venite qui a vedere»: testimonianza diretta totalmente emotiva, in cui i «fatti» sono rappresentati in modo così semplicistico da diventare una caricatura dei fatti. E come se lo scegliere, decodificare, selezionare e commentare un fatto piuttosto che un altro non fosse un’operazione di arbitrio, anche nel senso nobile del termine. Come se non fosse, precisamente, lo spazio della lotta politica, l’affermare un fatto tra i mille e renderlo importante.
Si è visto in opera questo meccanismo nel collasso della storia sulla memoria. «Mio nonno conosceva uno ammazzato dai partigiani, e dice che era una bravissima persona» diventa il fatto storico davanti al quale è imprescindibile prendere posizione, non il rivolo di un processo complessivo; e, quel che è peggio, prendere posizione su quel tragico dettaglio diventa il pretesto inattaccabile per non prendere posizione sulla tragedia nel suo complesso, o per prendere una posizione ma-anchista e veltroniana. Questa stessa primazia del testimone la si vede in opera oggi nel – cito a memoria dai social – «qui si muore, che cazzo me ne frega se multano la gente in giro e di cosa dicono i Wu Ming sull’epidemia».
Il «che cazzo me ne frega» è evidentemente la negazione dello spazio della politica, della riflessione pubblica. Ma lo è anche, in modo più sottile, il «qui si muore»; quando invece, se si provi a riflettere e quindi ad affrontare i problemi, è necessario sapere come sia costituito quel qui (cioè, per dire, in quale sistema sanitario, con quale storia, quali scelte a monte e valle) e anche quel muore (come si muore, in quale serie storica di morti, in che rapporto con altre morti, con quali caratteristiche individuali, eccetera).
Questo approccio è esattamente lo stesso che abbiamo visto mille volte in opera nelle campagne contro il degrado. «Qui si combatte il degrado, non si fa politica»; e anche: «se non vivi qui non puoi capire». Dove quel qui, di nuovo, è una parola agitata per affermare il diritto esclusivo del testimone (ma poi spesso: del sedicente tale) a trarre conclusioni generali, azzerando lo spazio della riflessione pubblica. Riflessione pubblica che non è un vezzo da fighetti, come viene suggerito implicitamente, ma è il solo modo in cui in cui si possono affontare ed eventualmente risolvere problemi sistemici (come è un’epidemia, come lo sono il disagio sociale e la criminalità).
Nella politica del decoro i politici – i primi a seminare e raccogliere depoliticizzazione, in solo apparente paradosso – fanno cherry picking di richieste che arrivano dai cittadini e, da quelle più congrue rispetto alle loro intenzioni, traggono e plasmano il mito dell’ascolto: «Io do retta ai cittadini, Tizio e Caio mi hanno scritto chiedendo che quel centro sociale fosse sgomberato perché produce degrado, spaccio e rumore». Ovviamente si tratta di un mito, e come ogni mito si alimenta di una selezione accurata (ma occulta) di materiale. Per esempio: migliaia di cittadini e cittadine bolognesi hanno scritto e manifestato per chiedere che XM24 fosse lasciato nella sua sede «storica», e sono restati totalmente inascoltati. Sono, al contrario, i pochi che hanno firmato la squallida petizione pro-sgombero delle sezioni zombie del Pd in quartiere a diventare i cittadini a cui viene «prestato ascolto».

Populismo virale

Lo stesso sindaco bolognese, Virginio Merola, ripete l’operazione il 13 marzo quando, per giustificare la chiusura dei parchi – che aggrava le condizioni di vita delle persone costrette al lockdown domestico – rilancia il supposto messaggio di una cittadina, ma di una cittadina che, in base alla categoria professionale, diventa portatrice di una verità indiscutibile, quindi di nuovo di una verità depoliticizzata e priva di sfaccettature:

«Bisogna capire che la vita normale non si può continuare. Ieri ho ricevuto numerose segnalazioni di cittadini allarmati, tra queste quella che mi ha colpito di più me l’ha inviata una coordinatrice infermieristica che, tornando a casa dal lavoro, ha visto il parco affollato e ha provato un forte senso di frustrazione rispetto al suo lavoro quotidiano. […] Da oggi chiusi 32 parchi e giardini pubblici, chiusi anche gli orti comunali.»

Ovviamente l’impressione dell’infermiera (anzi: «coordinatrice infermieristica», si noti il dettaglio squallidamente gerarchico) non ha alcun fondamento scientifico; è, appunto, un’impressione da social, che però produce effetti un quanto validata due volte: e come cittadina ascoltata dall’autorità, e come «persona competente». La testimonianza non veicola situazione precise: solo il «parco affollato», che potrebbe peraltro essere stato affollato ma a distanza di sicurezza. Siamo così, con il rilancio meroliano, nei pieno del populismo penale, all’interno del quale

«[s]i parla, si ragiona e si rilasciano le dichiarazioni sulla base dei luoghi comuni sociali e delle convinzioni diffuse, quasi sempre per assecondarle, difficilmente per contraddirle […]. In una logica di destatisticalizzazione la percezione del rischio e la sua amplificabilità in un contesto di dibattito pubblico diventa più importante, al punto di oscurarlo, del quadro reale dei fenomeni. (Manuel Anselmi in Populismo penale: una prospettiva italiana, 2015).»

Nasce così – ma il merito non va a Merola, non sopravvalutiamo neppure nel male questo piccolo sindaco – il populismo virale.
Un genitore e un figlio che camminano nel parco o giocano a palla – e abitano assieme – che diavolo di contagio possono produrre? Un genitore, e magari l’altro genitore, e il figlio e la sorella, che vivono in una casa piccola, che livello di sofferenza psicologica possono sviluppare, se neppure al parco possono più andare? Oppure, per porre a un piano superiore la domanda: esiste uno spazio, nell’interstizio tra i saperi specialistici, per la politica? E ancora: esiste uno spazio per i saperi specialistici che siano non solo quelli del virologo ma anche quelli della salute pubblica complessiva, dello psicologo, forse anche del cardiologo (che conseguenza avrà la riduzione dell’attività motoria sugli anziani a cui è stata messa addosso la paura persino della passeggiata solitaria, considerando anche che l’anziano faticherà a riprendere l’abitudine perduta?). No, la risposta è no.
E, cambiando il punto di vista e assumendo – con disagio – quella che Filo Sottile in uno straordinario apologo chiama mentalità guardiacaccesca, esiste la possibilità che si ottenga un intervento mirato a disperdere i casi di reale assembramento nei parchi? Reali, e non quindi quattro persone che a distanza di legge tirano a un canestro?
No, non esiste, nonostante la mobilitazione delle forze dell’ordine e dell’esercito. Lo spazio della politica quindi non esiste; ma non esiste neppure lo spazio di un’esecuzione puntuale delle leggi: disperdere quell’assembramento, multare quei soggetti determinati… Esiste solo l’azzeramento dello spazio pubblico.
Così, proprio come si faceva (come si fa) per il decoro togliendo le panchine, via i cesti da basket! Ecco la sindacadi San Lazzaro di Savena, l’iperrenziana Isabella Conti:

«Pensate che a me non dispiaccia dovere togliere i canestri? Pensate che non mi pianga il cuore dovervi dire che non potete giocare? In questi anni abbiamo lavorato come matti per rendere i nostri parchi luoghi perfetti per stare insieme, ma adesso non si può».

Dopo aver imposto il decoro sui parchi, insomma, non restava che renderli perfetti – ovvero eliminare quel residuo di degrado che ancora li attraversava: gli esseri umani.
Ma sui parchi tornerò anche nella seconda parte.
[Fine della prima puntata]
Questo articolo è stato pubblicato su Giap il 16 marzo 2020
Nella foto: «Lungomare di Mondello (Palermo), mattina del 15 marzo 2020: In nome del «tornatevene a casa!», poliziotti si assembrano per bloccare e malmenare un cittadino che, da solo, faceva jogging. Attività peraltro consentita – correre, non pestare chi lo fa – anche dai decreti Conte».

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