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L’isolamento nell’isolamento, vita nell’emergenza dei terremotati

di Mario Di Vito
Nella zona rossa della zona rossa la raccomandazione di stare a casa vale solo fino a un certo punto. Nel cratere del terremoto, d’altra parte, di case propriamente dette ce ne sono rimaste poche, quindi le persone devono evitare il più possibile di uscire dalla propria Sae, le scatolette di ferro e plastica in cui ancora vivono oltre ottomila persone, costrette in queste settimane a un isolamento ulteriore rispetto a quello in cui già vivono dal giorno in cui qui tutto è crollato.
Ad Arquata del Tronto, chi c’è, descrive un paesaggio più spettrale del solito: tutto è immobile, lungo la Salaria praticamente non circolano auto e se le precauzioni contro il coronavirus vengono rispettate in maniera abbastanza ligia, la reclusione nella Sae può essere molto complessa. Il macellaio Antonio Filotei racconta di vivere in sessanta metri quadrati con moglie e due figli. E lui è uno di quelli fortunati, c’è chi vive nella metà di quello spazio o anche qualcosa in meno. E se per alcuni il problema è che si sta stretti, per altri il mostro più grande è la solitudine abissale della vita in scatola.
La paura per il Covid-19, comunque, a dirla tutta è relativa. «Qui non viene nessuno da fuori, alla fine è più difficile che arrivi il virus», si spiega al cronista tra la molto umana speranza e il sacrosanto timore. Il problema è che se già prima della pandemia la ricostruzione era sostanzialmente ferma, adesso non si muove proprio più nulla. E il futuro appare ancora più tetro del solito: già il sospetto di star scomparendo era forte, ora il destino di molti borghi appare quasi segnato. Non sono pochi, infatti, quelli che dicono di non farcela più e si dichiarano intenzionati ad andarsene appena sarà possibile. Preoccupa l’economia, aggrappata a quel poco di turismo che arriva durante la stagione estiva. «Se dovesse saltare la stagione – dicono ancora ad Arquata – qui non rimarrà più niente di che vivere».
Il paradosso per queste persone che vivono nell’emergenza dal 2016 è che se con il terremoto l’indicazione di massima era di stare all’aperto e tutti insieme, adesso bisogna starsene il più possibile da soli e al chiuso.
Il sentimento che prevale è quello della stanchezza per una normalità che sfugge ormai da troppo tempo e che continua ad essere rinviata a data da definire.
L’unica fortuna (relativa) è che la provincia di Ascoli sin qui ha fatto registrare sin qui solo due casi, entrambi nel capoluogo.
Va peggio in provincia di Macerata, dove l’ospedale di Camerino è stato designato come centro per i casi di coronavirus di tutta la provincia. E così, da domenica, nel paese chiuso da quasi quattro anni è tutto un andirivieni di ambulanze, medici, barelle. A preoccupare non è tanto la situazione tipo lazzaretto, quanto il fatto che questo ospedale serve tutta la zona della montagna terremotata. Migliaia di persone sono così costrette a fare un’ora di automobile per andare a curarsi negli altri ospedali. Il sindaco Sandro Borgia è sconsolato: «Lo hanno deciso senza nemmeno consultarmi» e ha cercato vanamente di convincere il presidente della Regione Luca Ceriscioli a cambiare idea. L’ultima istanza è una lettera inviata al premier Conte per chiedere che al più presto vengano installati in paese dei container medici. Si vedrà.
Da Macerata città, poi, arriva una storia inquietante dagli ultimi terremotati che ancora vivono in albergo: abbandonati a se stessi in una struttura del centro, sei persone sono costrette a uscire una alla volta per andare a fare la spesa. «Non c’è nessuno qui e non abbiamo le chiavi. Qualcuno deve rimanere sempre dentro per aprire la porta».
Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 14 marzo 2020

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