Splendori e miserie del sindacalismo: i crimini degli intellettuali di Édouard Berth

4 Febbraio 2019 /

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di Luca Mozzachiodi
Certo, ripubblicare oggi, e traducendolo per la prima volta, un libro manifesto del sindacalismo rivoluzionario francese del primo Novecento è a suo modo una scelta coraggiosa, tanto più se si pensa che si tratta non dell’in qualche modo canonizzato Sorel, ma del molto meno noto Édouard Berth (1875-1939) che di Sorel fu discepolo, interprete e in parte continuatore in quel miscuglio di suggestioni tra marxismo, socialismo, nietzscheanesimo e rivalutazione della tradizione che costituisce il terreno di coltura tipico di queste riflessioni.
Berth stesso ha un itinerario complesso e a tratti contraddittorio nelle posizioni, passando da un’inziale vicinanza ai socialisti all’adesione all’Action Française di Maurras, alla fondazione dei Quaderni del circolo Proudhon nel 1911, alla rottura con i nazionalisti e all’entrata nel Partito comunista, fino alle dure critiche all’URSS degli scritti degli anni Trenta. Questo libro però risale al 1914 e costituisce il suo tentativo più articolato di fondare socialismo e tradizionalismo in una prospettiva rivoluzionaria.
Riassumere il contenuto del libro è un’impresa difficile alla quale Berth stesso ha posto consapevolmente e dichiaratamente alcuni ostacoli: anzitutto lo stile vibrante e oratorio spesso più incline all’invettiva che alla dimostrazione; infatti i vari capitoli sono intessuti di ampie citazioni dai suoi autori, Sorel, Bergson, Nietzsche e Proudhon soprattutto (così il libro ha anche il pregio non del tutto trascurabile di essere un breviario proudhoniano), da Berth connessi tra loro sempre in polemica con le opzioni politiche allora esistenti in Francia e cioè, per rimanere in ambito progressista o rivoluzionario, con il socialismo riformista, con quello marxista ortodosso o con l’anarchismo.

Certamente il secondo fattore emergente oltre l’evidente letterarietà del discorso, dove Cornielle e Bossuet sono richiamati almeno quanto Marx, è la presa di posizione dichiarata contro la razionalità cartesiana e l’argomentazione cui siamo abituati dalla trattatistica: si ha l’impressione che Berth più che convincere il lettore volesse vincerlo con interpretazioni seducenti e una prosa fascinosa.
Non si tratta però solo di un folle o di un retore, c’è un metodo (senza Discorso sul Metodo) in quella follia e una sostanza in quella retorica. Il metodo è chiaramente l’intuizione, la valorizzazione del sentimento sulla ragione e del pascaliano esprit de finesse, valorizzato anche dalla lettura delle opere di Bergson e il riconoscimento dell’incommensurabilità del mondo della vita quale regno del movimento e del mutamento rispetto alle possibilità conoscitive di una ragione deduttiva e sezionatrice.
La sostanza, cioè quello che in qualche modo questa gnoseologia e questa metafisica comportano sul piano storico e sociale è l’esaltazione della forza e del conflitto quali motori della politica, la ricerca della costruzione identitaria e del mito quali agenti ideologici primari e la costante volontà, donde per esempio la simpatia dell’autore per certi circoli tradizionalisti e per l’Action Française, di una riforma spirituale della società, la costruzione di quella che Berth definisce, con Sorel, «una morale dei produttori».
Ora, il bravo dialettico potrebbe dire “ma la morale dei produttori non esiste, è un mito!” e Betrh sarebbe ben lieto di assentire, il fosso tra due tradizioni di pensiero non potrebbe essere più esplicito. L’altro grande mito fondativo, fondativo in senso stretto perché in esso il sindacalismo rivoluzionario vede l’arma principale e ineludibilmente vittoriosa della lotta di classe e dunque in altre parole il primo passo dell’abbattimento del capitalismo è lo sciopero generale: è nello sciopero generale che la coscienza e la morale operaia si forgiano.
Si tratta di una costruzione intellettuale provocatoria e fragile al tempo stesso che tuttavia sarebbe sbagliato liquidare in fretta, come a volte in passato si è fatto, utilizzando le categorie di anarco-sindacalismo, irrazionalismo, spontaneismo. I crimini degli intellettuali non ci parla oggi solo di un certo clima culturale e politico dell’Europa alla vigilia della guerra ma ci ricorda che seppure almeno a mio parere esiste ancora e indubitabilmente un asse destra-sinistra nella politica esso non coincide necessariamente e meccanicamente con l’asse capitalismo-anticapitalismo; da qui ad esempio la difficoltà di collocazione geografica sullo scacchiere politico di alcune forze o posizioni, la loro apparente somiglianza, anche se oggi bisogna dire che l’anticapitalismo è in crisi ovunque, tanto nelle sue forme tradizionaliste di destra quanto in quelle rivoluzionarie di sinistra. Il pensiero che qualcuno possa chiedersi che differenza ci sia tra reazione e rivoluzione fa ridere, ma non dovrebbe affatto farci ridere.
Berth poi, con la sua mitologia della forza e dello sciopero generale, mise a fuoco un altro punto centrale contro l’attendismo e le illusioni riformiste dei socialdemocratici e dei liberali di sinistra, ma anche contro certo marxismo positivista: il capitalismo non si dissolve nell’aria, né si trasforma gradatamente in altro, né collassa internamente, ma c’è bisogno di un combattimento attivo e volontario contro di esso; che poi tutto possa finire in una grande battaglia tra produttori e parassiti sociali (e tra questi per Berth c’erano chiaramente gli intellettuali di cui denuncia i crimini) o in una serie di giornate campali in cui il popolo scende in massa in piazza è ormai una favoletta, ma una favoletta dura a morire.
Ad oggi in molta sinistra sopravvive spesso in forme inconsapevoli questo classismo identitario berthiano e il mito della mobilitazione generale, specialmente in Francia dove, ovviamente per ragioni di continuità storica culturale, il sindacalismo rivoluzionario si è più diffuso, si veda ad esempio una certa lettura delle proteste dei Gilets Jaunes tesa più a esaltarne gli aspetti teatrali e violenti che l’analisi concreta delle parziali vittorie e delle contraddizioni interne.
Certo però un ultimo punto c’è: quello relativo ai “crimini” degli intellettuali e al loro tradimento. Per Berth, che intende l’intellettuale non solo nella forma classica dello scrittore o del dirigente politico, ma più in generale di una classe di burocrati e funzionari di vario tipo, molto diffusa in Francia, la colpa principale di questi «mandarini» sarebbe quella di aver incanalato l’originaria e pura spinta rinnovatrice proveniente dal popolo in ciò che vi è di più lontano dal rinnovamento, al quale sta anzi come l’età di una decadenza alessandrina: la democrazia parlamentare, trucco borghese per eccellenza.
Ci sono molteplici ragioni per pensare tutto il male possibile di queste teorie, ad esempio il fatto che una giusta avversione per le forme novecentesche della nobiltà di toga abbia gettato gran parte del sindacalismo rivoluzionario francese dritto tra le braccia di chi guardava con nostalgia alla nobiltà di spada. Nel libro spesso si sostituisce con il mito e il richiamo ai classici della letteratura una seria analisi sociologica e oggi, a noi che scriviamo non solo dopo Lukács e dopo Heidegger, ma ancora di più dopo Hiroshima, dopo i viaggi spaziali, dopo i sequenziamenti genomici e l’invenzione di Internet, una filosofia della storia come quella presentata da Berth che vede contrapposte le trafile Cartesio-razionalismo-illuminismo-positivismo e Pascal-sensibilità-romanticismo-vitalismo tragico deve perlomeno insospettire se non farci sorridere; se poi si conclude, come il saggio in questione, con la «rivincita di Pascal» forse anche correre ai ripari.
Il rischio più grande che corre però un lettore di queste pagine oggi, soprattutto un lettore colto come quello che in realtà Berth aveva bene in mente, non è a mio avviso quello di prendere le sue tirate sul serio, quanto quello di sottovalutarle del tutto e troppo presto. Già perché una qualche colpa gli intellettuali e le élites l’hanno avuta nel loro distacco generale dagli interessi di classe che avrebbero dovuto rappresentare, anzitutto nel continuare a pensarsi come élites e a limitarsi a una critica dell’esistente che è in molti casi largamente prevista, prevedibile e integrata, in secondo luogo nell’aver sostituito alla trasformazione della società, l’amministrazione (peraltro non di rado pessima e corrotta) del potere.
Anche Berth è un intellettuale e il pensare che qualcuno che cita a ogni piè sospinto filosofi, statisti, sociologi e poeti non lo sia solo per negazione volontaria è un errore in cui più recentemente è caduta anche una parte significativa della Nuova Sinistra in Italia e non solo, ma una cosa resta certa: l’intellettualità europea dà il meglio di sé quando critica i propri istituti, quando invece si infatua della propria superiorità o dei miti cui essa stessa dà forma inevitabilmente genera dei mostri.
Un tempo in molti sarebbero avanzati armati di citazioni e avrebbero messo a tacere qualunque socialnietzscheano in poche semplici battute, ma ora il rischio è di appendere uno stendardo dialettico alla propria torre d’avorio perché, e l’introduzione al volume coglie bene questo aspetto, i nipotini di Berth sono assai più numerosi di quelli di Gramsci, di Lukács, della Luxemburg, o di qualsiasi altro.
Chiuso dunque il libro posso dire che, almeno personalmente, non riesco ad oggi a vedere come la crisi della discutibilissima democrazia parlamentare borghese possa portare dei vantaggia a qualcuno che non sia un capopopolo, un aizzatore da studio televisivo o un magnate, resto convinto che l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità intellettuale sia un valore e che, come diceva il vecchio Marx, l’ignoranza non ha mai giovato a nessuno, ma, nel dubbio, giova sicuramente più ai borghesi che agli altri.
C’è quindi da essere lieti che questo testo sia disponibile in italiano, non tanto perché sia buono, acuto o attuale, anzi per certi aspetti e senz’altro più un documento di storia del pensiero che altro, ma perché conoscerlo ci aiuta a riprendere quella sana funzione di autocritica e ad evitare di abbandonarla di nuovo commettendo, questa volta sì, un crimine da intellettuali.
Recensione a Édouard Berth, I crimini degli intellettuali, Gog Edizioni 2018, 248 pp.

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