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Bologna, la dismissione della città pubblica

Coalizione civica per Bologna
Coalizione civica per Bologna
di Mauro Boarelli
L’aria è di tutti, non è di tutti l’aria?
Così è una piazza, spazio di città.
Pubblico spazio ossia pubblica aria
che se è di tutti non può essere occupata
perché diventerebbe aria privata.
Ma se una piazza insieme alla sua aria
è in modo irrevocabile ingombrata
da stabili e lucrose attività,
questa non è più piazza e la sua aria
non è che mercantile aria privata. […]
[Patrizia Cavalli, Aria pubblica]

La piazza della poesia di Patrizia Cavalli è un luogo fisico, un luogo che – come lamentano questi versi, doloroso grido di protesta verso il degrado delle forme quotidiane di relazione civile – viene sottratto ovunque e sempre più spesso alla sua funzione – quella di rendere possibili incontri spontanei e liberi – e occupato in modo sempre più invadente da attività che di fatto lo privatizzano.
Ma la piazza è il luogo simbolico della democrazia, e quindi questi versi possono essere letti anche come una metafora delle trasformazioni dello spazio pubblico, di quell’insieme di luoghi fisici e di istituzioni dove si formano (o dovrebbero formarsi) le decisioni che riguardano la comunità locale. Anche quello spazio, nel suo complesso, è stato occupato nel tempo, silenziosamente.

Il corpo estraneo non è quello – visibile e invadente e non di rado volgare nei suoi allestimenti posticci e privi di gusto – degli esosi locali commerciali descritti ironicamente nella poesia, ma quello invisibile e mellifluo dei poteri privati che pretendono di governare quelli pubblici, ben felici – a loro volta – di essere colonizzati. Lì il mercato nelle sue forme pubbliche, con la sua pretesa dichiarata di occupare spazi della collettività a proprio beneficio esclusivo. Qui il mercato travestito e camuffato, che pretende di affermare le proprie regole a beneficio della collettività.
Le città sono il laboratorio di questa trasformazione. Bologna non fa eccezione. Dovrebbe farla, in teoria, perché le forze politiche che la governano non derivano la propria storia e la propria legittimità da quella cultura che, per comodità e brevità, definiamo neoliberista. Eppure non fa eccezione, e dimostra su scala locale quello che è ormai ben visibile su scala nazionale, ovvero che la linea di confine tra idee politiche che dovrebbero essere contrapposte è incerta, che le une sfumano nelle altre creando un effetto di omogeneità. Spesso è impossibile distinguerle, anche se la politica dovrebbe essere innanzitutto il luogo della distinzione.
E così anche a Bologna lo spazio pubblico è stato progressivamente ridotto. È stato ridotto attraverso il metodo più classico: l’esternalizzazione e la privatizzazione dei servizi pubblici. È stato ridotto anche quando i servizi sono rimasti (almeno per il momento) in mano pubblica, ma abbandonati a se stessi e quindi non più in grado di rispondere pienamente ai bisogni della collettività. È il caso servizi sociali, umiliati da una disorganizzazione che ha ricadute drammatiche sui cittadini che dovrebbero fruirne, ma anche dei servizi educativi, dove da molto tempo mancano la cura e l’innovazione del progetto pedagogico. È stato ridotto perché le istituzioni che dovrebbero governare la città sono state trasformate in organi di ratifica di decisioni prese altrove, oppure sono state svuotate di qualsiasi potere.
È il caso del Consiglio Comunale, che sembra avere perso ormai ogni autonomia, o dei quartieri, declassati a organi consultivi e privati delle funzioni gestionali. È stato ridotto perché le forme di partecipazione diretta previste dallo Statuto comunale sono state dileggiate, come è avvenuto in occasione del referendum sui finanziamenti alle scuole private. Viene ridotto tutte le volte che i cittadini vengono degradati a utenti o clienti, e il fatto che questa terminologia sia in voga anche nei servizi pubblici nella nostra città la dice lunga sul mutamento culturale in atto. Viene ridotto ogni volta che vengono promosse forme di partecipazione che separano i cittadini dai processi decisionali dando loro l’illusione di contare qualcosa mentre in realtà vengono chiamati a muoversi esclusivamente entro gli interstizi di un potere esercitato in luoghi diversi da quelli legittimati a farlo.
In definitiva, oggi il Comune è un grande apparato che non gestisce, non regola e non programma. È un grande apparato che amministra la dismissione. Il Comune si priva progressivamente di pezzi di sé, se ne disinteressa, li abbandona a se stessi, e quando può li cede a soggetti privati, e con essi cede il sapere acquisito nel corso del tempo. Nonostante affermi il contrario, non esercita alcun controllo, perché non si controlla davvero qualcosa di cui ci si è voluti disfare e di cui non si conosce più il funzionamento.
La dismissione non è solo un insieme di procedure, ma un atteggiamento culturale e una strategia politica. In questa strategia si celebra una piena convergenza tra il governo centrale e quello locale. Il primo (con straordinaria continuità tra le coalizioni politiche di diversa natura succedutesi negli ultimi quindici anni) si è occupato di strangolare gli enti locali attraverso la combinazione tra lo strumento finanziario (il patto di stabilità) e quello regolamentare: una serie impressionante di norme restrittive che riguardano tutti i campi di azione dei comuni e che – nel loro insieme – configurano un processo di centralizzazione senza precedenti. Il secondo ha subito con qualche flebile protesta la spoliazione delle risorse ed è stato muto come un pesce di fronte all’espropriazione delle competenze.
Chi governa Bologna è complice della dismissione della città pubblica. Non ha una vera cultura politica, ma naviga a vista spinto in qua e in là da guerre intestine al partito di maggioranza e da poteri economici i cui interessi non coincidono con quelli della collettività. I buoni progetti e i buoni servizi che sopravvivono nonostante la dismissione sono il frutto dell’impegno competente e appassionato di tanti dipendenti comunali e collaboratori esterni che non hanno dimenticato la natura pubblica del loro lavoro. L’amministrazione comunale li promuove per necessità di consenso più che per intima convinzione, perché una convinzione profonda sulla natura e gli scopi del servizio pubblico è andata smarrita. Ma anche questo impegno andrà rapidamente disperso a causa del degrado inarrestabile della qualità del ceto politico e della sua cultura di governo.
Perché la città sia davvero pubblica, la piazza deve tornare a essere di tutti.
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Lunedì 14 dicembre alle ore 20.30 presso la Sala consiliare “Rosario Livatino” del quartiere Reno (via Battindarno 127) la Coalizione Civica per Bologna promuove l’incontro LA CITTÀ PUBBLICA. Con questa iniziativa pubblica intendiamo mettere a fuoco i temi principali che ruotano intorno a questo nodo cruciale e iniziare un lavoro comune di elaborazione di proposte concrete per un nuovo governo della città.
Questo articolo è stato pubblicato sulla pagina Facebook di Coalizione civica per Bologna

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