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Desaparecidos: il Piano Condor e l'Italia, una ferita ancora aperta

di Cecilia M. Calamani
«È avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Così scriveva Primo Levi per metterci in guardia dalla facile tentazione di relegare l’orrore, nel caso quello degli stermini nazisti, ad altri tempi e ad altri luoghi per finire poi nell’oblio, lontano da noi e dalle nostre rassicuranti certezze.
Proprio alle sue parole ho pensato leggendo il nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, figli rubati – L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (L’Asino d’oro edizioni, 10/2015). Dalle 150 pagine del volumetto l’autore fa riemergere dalle nebbie un altro orrore della storia del Novecento che, se pur di proporzioni numeriche inferiori, nulla ha di diverso in quanto a ferocia e inumanità di quello perpetrato quarant’anni prima dalla Germania hitleriana.
Durante la seconda metà degli anni Settanta, sotto la giunta civico-militare guidata da Jorge Rafael Videla ed Eduardo Massera, 500 bambini argentini, figli di presunti “sovversivi” (attivisti per i diritti civili, sindacalisti, semplici studenti universitari, simpatizzanti socialisti) sono stati sottratti ai genitori e affidati ad altrettante famiglie vicine al regime, affinché crescessero con quei «valori occidentali e cristiani» a cui la stessa dittatura voleva ricondurre con la forza tutto il Paese (il Piano di riorganizzazione nazionale). I genitori di questi bambini sono andati ad arricchire la folta schiera dei torturati e uccisi, la maggior parte delle volte senza lasciare alcuna traccia. Desaparecidos, ossia coloro che non esistono. Né vivi né morti, per dirla alla Videla («No están ni vivos ni muertos, están desaparecidos»).

Di questi 500 bambini, molti sono figli di giovani donne internate nei campi di concentramento già incinte, lasciate vive fino al parto e poi “eliminate” con i voli della morte nell’Oceano Atlantico o nel Río de la Plata. Prossimi oggi ai 40 anni, questi figli rubati alle loro famiglie, ignari delle loro origini e della terribile sorte dei loro genitori, vengono cercati con dedizione e perseveranza da oltre trent’anni in tutto il mondo dalle Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Plaza de Majo) che, tramite l’istituzione di una banca nazionale di dati genetici, ne hanno trovati finora 117 (l’ultima a metà settembre 2015 pochi giorni prima dell’uscita del libro). Gran parte di loro sono stati recuperati in Sud America ma le stesse Abuelas stimano che circa settanta potrebbero trovarsi in Italia, anche grazie alle coperture garantite dal noto sodalizio tra la P2 di Licio Gelli e il regime di Videla a chi ha rubato o adottato illegalmente i “figli della Guerra sporca”.
La prima denuncia in tal senso risale addirittura al 1982. E fu una denuncia illustre dato che avvenne per bocca del presidente della Repubblica Sandro Pertini durante il tradizionale discorso di fine anno. Rimasta incredibilmente inascoltata, fu lui stesso a reiterarla il 30 aprile 1983 a un giornalista dell’Ansa: «Ho ricevuto le madri di Plaza de Mayo quattro o cinque volte. Una madre è venuta da me a piangere, disperata, non la dimenticherò mai più, e mi ha detto: “Mia figlia in carcere ha partorito. Le è stato tolto il figlio, ed è stato consegnato ad una famiglia italiana”. Nel messaggio di fine anno ho ricordato questo episodio. Ho detto che la famiglia italiana cui è stato affidato questo figlio lo restituisca, altrimenti non avrà pace». Una vibrante denuncia di reato che come sottolinea Tulli non ebbe mai seguito.
Fin qui un orrore (i figli rubati) dentro a un altro orrore (i genitori a loro volta “rubati”, torturati e poi trucidati). Ma il libro scende ancora più in profondità e ce ne racconta un terzo che li racchiude entrambi perché estende i confini di questo sistematico annientamento dell’essere umano ben oltre quelli dell’Argentina. Il suo epilogo è un processo che si sta svolgendo da febbraio 2015 – nel pressoché totale silenzio dei media nostrani – nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia: il processo “Condor”, dal nome dell’operazione di coordinamento tra governi, servizi segreti, eserciti e polizie di sette Paesi dell’America Latina (Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Perù, Paraguay e Uruguay) per eliminare gli attivisti di sinistra e chiunque si battesse per i diritti umani. Con il coinvolgimento, o quanto meno l’acquiescenza, del segretario di Stato Usa Henry Kissinger (presidenza Nixon) e della Cia, ossessionati dal pericolo comunista. In cifre, sotto ai vari regimi totalitari che hanno soggiogato l’America Latina tra gli anni Settanta e Ottanta, si contano 50mila tra assassinati o scomparsi (tra cui tremila bambini) e 400mila incarcerati. Il Processo vede imputati capi di Stato, degli eserciti e alti funzionari di polizia e dei servizi segreti accusati di crimini contro l’umanità ma in particolare – e per questo si tiene in Italia – del sequestro e dell’omicidio di 42 giovani di origine italiana. Nella sola Argentina, negli anni di Videla, ne sarebbero scomparsi almeno un migliaio.
Tra gli imputati spicca la figura di Nestor Troccoli, un ex ufficiale dei servizi uruguayani che da anni vive indisturbato in Italia dopo aver ottenuto la cittadinanza. Troccoli è accusato di aver sequestrato e ucciso 22 persone e l’assenza di una legge contro la tortura nel nostro Paese lo tiene al riparo dal carcere. Sì perché, e anche questo ha dell’incredibile, “el torturador” (così viene chiamato Troccoli in Uruguay) ha ammesso le sevizie in una autobiografia pubblicata in Uruguay e persino in una lettera inviata nel 1996 a El Pais: «Mi assumo la responsabilità di aver fatto cose di cui non mi sento orgoglioso, e di aver trattato in modo inumano i miei nemici, ma senza odio, come deve fare un professionista della violenza. Ma non mi si chiedano particolari dolorosi».
Tulli però, senza mai smettere di fare il cronista, punta il dito non solo verso i veri e propri carnefici, ma anche verso chi sapeva e ha taciuto e anzi, in qualche caso, ha collaborato. Ne esce fuori un quadro surreale che ricorda il sistema di silenzi e connivenze che l’Italia ha vissuto durante l’espandersi della ferocia nazifascista. Le storie raccolte dal giornalista attraverso la sua minuziosa indagine non lasciano alibi né alle gerarchie ecclesiastiche (argentine ma anche italiane) né all’Italia per il disinteresse verso le mostruosità che stroncavano ogni forma di diritto umano oltre oceano nonostante (o proprio per) lo stretto legame che storicamente la unisce all’Argentina. E ancora oggi poco è cambiato: del processo Condor, una sorta di Norimberga dell’America Latina, ci informa un libro di inchiesta e non chi per mestiere dovrebbe diffondere verso il grande pubblico un evento di così grande valenza storica.
Torniamo così all’inizio e all’avvertimento di Primo Levi. È già avvenuto quindi può accadere ancora. Ma la possibilità evocata dal reduce di Auschwitz si tramuta in certezza: l’orrore si è sviluppato di nuovo e sempre in seno ai valori occidentali e cristiani, i nostri. Alzare la soglia della coscienza collettiva sulla Storia appare sempre più l’unica speranza.
Questo articolo è stato pubblicato su Micromega online il 3 novembre 2015 riprendendolo da Cronache Laiche

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