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Gianmarco De Pieri: Bologna abbandonata alla rodente critica dei topi?

Il Tpo di Bologna
Il Tpo di Bologna
di Valentina Bazzarin
La frase di Marx alla quale si ispira il titolo è stata citata da Mirco Pieralisi, consigliere di Sel nel consiglio comunale di Bologna, durante la conferenza stampa organizzata sabato 29 agosto al TPO in seguito al “divieto di dimora” notificato venerdì nel tardo pomeriggio a Gianmarco De Pieri, noto attivista del Tpo (Teatro polivalente occupato, storico centro sociale bolognese).
La stampa locale (Resto del Carlino, La Repubblica Bologna, il Corriere di Bologna) e nazionale (il manifesto) nel fine settimana ha dedicato ampio spazio all’inaspettata misura fascista adottata dalla procura, nonostante i pochi dettagli a disposizione dei giornalisti; gli avvocati potranno infatti accedere agli atti solo lunedì e in questo modo “comprenderemo” le motivazioni che hanno portato gli inquirenti a decidere che un cittadino di Bologna deve abbandonare casa, famiglia e lavoro fino a quando un giudice non si esprimerà a riguardo (molto a lungo? Chi lo sa…). Una misura di questo tipo, oltre ad aver scombussolato la vita privata e lavorativa di Gianmarco – che gestisce alcune attività commerciali nel centro storico e risiede con la famiglia nell’area del Comune di Bologna – ha scatenato un dibattito sull’identità dell’intera città con un avvenimento che contraddice la sua storia di spazio di sperimentazione e di innovazione nelle politiche sociali.

Nel primo semestre del 2015 l’amministrazione felsinea ha esultato nelle sedi istituzionali, come nei profili social e nei media mainstream per i consolidati risultati positivi del settore turistico ottenuti grazie anche al think tank di “Bologna Welcome” che ha il compito di rinnovare e sviluppare il brand dell’antica città rossa, dotta e grassa. Se da una parte però Bologna apre le porte per accogliere i turisti che aiutano i commercianti, gli albergatori, i ristoratori e alcune iniziative culturali a uscire dalla crisi, dall’altra Bologna esclude, sfrattando mensilmente almeno una delle decine di occupazioni per uso abitativo dei tanti stabili abbandonati del centro o della prima periferia e spostando le attività studentesche al di fuori dalla zona universitaria.
Il percorso e le narrazioni che accompagnano la costruzione della reputazione dello spazio urbano polarizzano l’opinione pubblica che sente l’obbligo di schierarsi con le istituzioni o con i cittadini. La tensione fra le due posizioni ricorda quanto successo a Barcellona – come in altre città del Mediterraneo – dalla fine degli anni Novanta a oggi. La storia del capoluogo catalano è comune a quella della città emiliana per la diffusa disillusione fra i cittadini che scoprono le amministrazioni locali incapaci di gestire il dissenso, di far convergere le traiettorie dei diritti di diverse fasce di popolazione e soprattutto sembrano non riuscire a governare, sopraffatte in modo imbarazzante dalla determinazione dei gruppi di interesse. Un contesto che alimenta le disuguaglianze, simile a quello descritto magistralmente da Delgado nel suo La ciudad mentirosa. Fraude y miseria del “modelo Barcelona”. Come a Barcellona, a Bologna il brand deve essere capace di richiamare turismo, fonte nobile di guadagni, e di nascondere le sue miserie sotto il tappeto. Gli spazi poco attraenti e redditizi dal punto di vista commerciale non possono essere destinati a diventare luoghi di produzione culturale, di solidarietà o di critica politica e sociale, ma – come scritto nel titolo – devono essere murati, svuotati, demoliti in modo tale da non legittimare il radicamento di nuove forme di cittadinanza e di lasciare che il brand accarezzi piacevolmente la memoria del turista nel tempo di un tweet. Infatti come scrive Lefebvre in Il diritto alla città:

Gli schemi semplificatori conducono alla perdita della specificità. Alla luce un po’ opaca diffusa da crisi multiple e complesse (tra cui quelle della città e dell’urbano), attraverso le crepe di una realtà che troppo spesso si crede piena come un uovo o una pagina fittamente scritta, l’analisi può intravvedere in che modo processi globali (economici, sociali, politici, culturali) abbiano dato forma allo spazio urbano e modellato la città, senza che l’azione creatrice provenga immediatamente e deduttivamente da tali processi. In realtà, questi processi hanno influenzato i tempi e gli spazi urbani in quanto si è permesso ad alcuni gruppi di introdursi in questi spazi, di gestirli, di appropriarsene, inventando, modellando lo spazio (per usare una metafora), dandogli dei ritmi.
(Lefebvre 2013; pagg 58-59)

Forse un’intuizione simile a quella di Lefebvre l’hanno avuta il giudice per le indagini preliminari Letizio Magliaro e il pubblico ministero Antonello Gustapane, che hanno firmato il decreto ripescando la misura del divieto di dimora sine die dal codice Rocco, d’epoca fascista. Questa carezza gentile non ha sfiorato però i cittadini di Bologna.
In un’intervista a Radio Città del Capo di lunedì 31 agosto Danilo de Biaso chiede a De Pieri: “la città come ha reagito?”.
De Pieri ha risposto distinguendo fra reazione dei compagni e di alcuni consiglieri (tutti e 3 di Sel come precisa Mirco Pieralisi) da quella degli assessori e dei consiglieri del Partito Democratico, ovvero la forza politica che al momento governa la città dove Gianmarco non è “benvenuto” e che recentemente ha affrontato un conflitto interno. Fra tutti i silenzi quello del sindaco di Bologna, candidato per un nuovo mandato, e quello di alcuni suoi assessori di questa amministrazione – che con Gianmarco De Pieri hanno condiviso una parte del percorso politico – sono i più assordanti e preoccupanti. Il Pd locale tace, mentre a livello nazionale si esprime con cautela nei confronti del diritto di un attivista a vivere nella sua città. De Pieri nell’intervista radiofonica ha spiegato che la minaccia sottesa al suo esilio è: “non disturbate il manovratore, altrimenti…”; mentre Pieralisi sottolinea la preoccupazione per un’amministrazione connivente che si allena all’esercizio del potere tacendo di fronte alle sempre più frequenti esibizioni muscolari decise dal questore.
L’amministrazione di una città come Bologna non dovrebbe essere lasciata in mano a chi immagina e pratica l’accoglienza e l’integrazione mettendo uno zerbino sulla porta con scritto “welcome” di un condominio – magari ottimamente pubblicizzato su Airbnb – infestato dai topi e che però poi non ti lascia tenere un gatto in casa perché nel regolamento è scritto che le famiglie non sono autorizzate ad avere animali domestici. Il buon governo democratico separa i poteri e sceglie fra i cittadini i rappresentanti che tutelino il bene comune. Gianmarco, le sue compagne e i suoi compagni non smetteranno di collaborare con questi e altri cittadini per evitare che la rodente critica dei topi mini le fragili fondamenta della rete di resistenza urbana che a Bologna si sta consolidando per combattere l’austerity.
PS. Per una metafora della politica dei topi consiglio anche questo monologo (sotto il link) di Ascanio Celestini. Alle sue spalle avrebbe voluto avere le immagini di ratti e in conclusione un’immagine di Piazzale Loreto; lo aveva chiesto alla Rai che però ha fatto una scelta diversa e infatti nella versione a disposizione ci sono topini bianchi. Possiamo sempre chiudere gli occhi e immaginare quel che Celestini ci avrebbe voluto mostrare
Questo post è stato pubblicato sul blog di Daniele Barbieri il 1 settembre 2015

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