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Sport ed educazione fisica: sarà scuola buona? / 1

di Silvia R. Lolli
Scrivere di scuola e di educazione fisica dopo le presentazioni di “Lo sport di classe” e di “La buona scuola” è veramente difficile sapendo che da anni la scuola statale italiana soffre di un costante depauperamento di risorse e l’educazione fisica deve continuamente fare i conti con l’organizzazione sportiva. La scuola ha avuto troppe riforme dalla metà degli anni Novanta: sono state continue, ideologiche e solo frammentate.
Oggi abbiamo una proposta da discutere (anzi da approvare o disapprovare attraverso un sondaggio online e incontri offline) con tempi brevi (due mesi) prima di arrivare in parlamento per la scrittura di una legge quadro e dei successivi decreti delegati. Un governo che nelle iniziali intenzioni avrebbe dovuto preoccuparsi soltanto di una riforma elettorale e di poco altro ci sta proponendo continui cambiamenti sostanziali della nostra vita democratica (Costituzione, processo civile, province…); ricordo che molti di questi vengono fatti mettendo poi in discussione le leggi con il voto di fiducia, in un Parlamento già deficitario di molte rappresentanze politiche.
Anche per questo motivo prima di discutere della “Buona Scuola” occorre contestualizzare meglio la situazione poi, per quanto riguarda l’educazione fisica, specificare questa proposta di riforma con l’ennesimo progetto CONI MIUR dello “Sport di classe”. La discussione richiesta sembra più una domanda/risposta subliminale per avvalorare un consenso che per il nostro Presidente del Consiglio non viene certo da elezioni politiche nazionali.

Allora ci dobbiamo chiedere: che cosa si porterà tra qualche mese nel luogo in cui si dovrà scrivere la legge quadro? In Parlamento ci saranno cambiamenti, discussioni, oppure sarà il governo che scriverà direttamente la legge quadro sulla quale magari poi chiede la fiducia? Tutto sarà possibile in nome dei risultati ottenuti dagli attuali sondaggi. Al di là della questione di merito ci preoccupiamo prima di tutto, in quest’epoca di perdita di democrazia dilagante, di quali ripercussioni potrà avere questo modo di operare.
Che senso avrà l’iter legislativo di delega al governo per i decreti delegati? In futuro si penserà di togliere questo tipo di iter per la formazione delle leggi? In questo clima di svecchiamento costituzionale può bastare, con una sola Camera e meno parlamentari eletti, la legge dei parlamentari (così si darà ancora l’idea della divisione dei tre poteri e quindi della democrazia) e la decretazione d’urgenza e non emanata dal governo.
Normalmente dopo la legge quadro, per aiutare il governo a scrivere i decreti delegati, si costituivano Commissioni parlamentari con rappresentanti degli addetti ai lavori. Negli anni Settanta, momento di vera riforma scolastica con i decreti delegati c’era una tensione diversa nella società; dopo il 1968 si doveva arrivare alla democrazia a scuola e alla riforma dei programmi. Questi, ricordo, che si sono attuati per la scuola media di primo grado anche da prima con la scuola media unificata (legge parlamentare) e non più la cesura media/avviamento al lavoro. Allora rimasero al palo i programmi delle superiori che però hanno cercato di stare al passo con i cambiamenti attraverso le sperimentazioni. Gli unici programmi svecchiati negli anni Ottanta nelle secondarie sono stati quelli di educazione fisica, finalmente per obiettivi.
Al di là della storia della scuola osserviamo ora che questo nuovo tipo di consultazione, anche se si raccomanda di portarla avanti nelle scuole, non è vista bene dalla maggioranza dei docenti; del resto si chiede loro, nei primi mesi di scuola (il malloppo sulla Buona Scuola è uscito il 16 settembre, primo giorno di scuola in molte regioni!), di discuterne. Come succede per i parlamentari anche agli insegnanti non si dà sufficiente tempo per leggere, discutere tra loro e successivamente con gli studenti in modo adeguato. Almeno i parlamentari fanno solo questo tipo di lavoro!
C’è il rischio dunque che la consultazione (per la quale sono stati preparati questionari abbastanza direzionali nelle scelte a cui rispondere) venga propagandata poi con la certezza del consenso popolare.
Purtroppo è da parecchio tempo che in questa malata democrazia italiana avvertiamo questi pericoli. Sarà un nostro errore o pregiudizio quello di non voler compilare il questionario on-line, ma molti insegnanti pensano ciò, oltre ad avvertire la fatica giornaliera di dover dedicare durante il loro lavoro tempo a una seria riflessione; i tempi per insegnare oggi sono molto più stretti di prima e il governo dovrebbe invece preoccuparsi ai tanti orpelli richiesti al corpo docente negli ultimi dieci-quindici anni in una società molto cambiata e non certo a causa degli insegnanti.
Loro devono solo tanto far fronte, con meno risorse, alle maggiori richieste della scuola statale. La distinzione è d’obbligo fra statale e le altre perché i cambiamenti antropologici delle classi si avvertono di più nelle prime che intanto hanno visto quasi azzerati i fondi per l’autonomia, mentre le altre, senza alte percentuali di studenti immigrati o di disabili (spesso nessuno in queste classi), hanno avuto continue elargizioni di fondi statali.
Non bisogna poi dimenticare che gli insegnanti sono chiamati alla consultazione assieme a tutti gli altri cittadini (tutti possono accedere alla piattaforma online). Già chi propone non ha il polso della situazione quotidiana, se poi chiunque può partecipare allora è veramente fatica sprecata quella dei docenti, che già si trovano quotidianamente ad dover affrontare un’opinione pubblica che li vede soltanto inefficienti e nulla facenti.
Infine la solita domanda: con quali denari si pensa di affrontare questa riforma? Intanto la finanziaria, di fianco alle promesse delle immissioni in ruolo dei GAE (Graduatorie ad esaurimento), ha tagliato parecchie risorse, fino ad arrivare quasi ad un pareggio. Tra l’altro questi docenti devono essere immessi in ruolo in Italia, perché altrimenti si dovranno pagare multe all’Unione Europea.
Con la coperta corta è difficile accontentare tutti, ma anche in questo caso la consultazione per la riforma della scuola ci sembra l’ennesima trovata in cui si provano trucchi per allontanare i fantasmi di bancarotta statale. Bancarotta che non proviene dalla scuola. Lontani i tempi in cui Calamandrei sottolineava la sua idea, di costituente, della scuola statale come organo costituzionale. Non volendoci sottrarre comunque all’analisi più puntuale delle proposte (Buona Scuola e Sport di classe) rinviamo al prossimo articolo lo sguardo sull’opportunità di fare queste proposte che fra l’altro anticipano già qualsiasi riforma, come è per lo “Sport di classe”.
Intanto però ci piacerebbe sapere se con questi giochi la moglie del premier è oggi di ruolo a scuola; ci risultava precaria. All’inizio ci sono delle tabelle per le quali ci piacerebbe sapere se i 5.300 docenti di educazione fisica DAE sono solo delle superiori di secondo grado; sembra così, ma ci chiediamo se non ci siano anche docenti GAE nelle graduatorie della secondaria di primo grado.

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