Il monumento a Graziani: a nostra vergogna. Lo schifezzario è ancora lì

19 Giugno 2014 /

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Il monumento di Affile - Foto di Corriere Immigrazione
Il monumento di Affile - Foto di Corriere Immigrazione
di Igiaba Scego
Non so come cominciare la lettera che deve accompagnare questa petizione. Sono troppo addolorata. Troppo… Ma cercherò di farmi forza e tenterò di dare al mio pensiero un senso compiuto.
Cara presidente della Camera Laura Boldrini avevo lanciato nel mese di aprile 2013 una petizione dalla piattaforma di Change.org contro il monumento che la città di Affile aveva dedicato al gerarca fascista Rodolfo Graziani. Il sindaco della cittadina, Ercole Viri, aveva fatto costruire questo monumento dirottando fondi pubblici che originariamente erano stati stanziati per la bonifica del parco di Radimonte. Invece di un parco rimesso a nuovo, il mondo ha dovuto subire la penosa presenza di un monumento non solo esteticamente brutto (un cubo senza arte ne parte) ma che è la negazione stessa della storia dell’Italia repubblicana nata dalla lotta contro il fascismo.
Rodolfo Graziani, è bene ricordarlo, è stato uno dei più efferati criminali di guerra che la penisola abbia prodotto, si è macchiato in Italia e in Africa di crimini indicibili. Ha usato gas proibiti contro le popolazioni civili, ha ordinato massacri insensati, ha fatto internare milioni di persone innocenti. Purtroppo solo in Italia esiste un monumento dedicato a un simile personaggio costruito per di più con fondi pubblici. La Germania, per fare un esempio a noi vicino, non permetterebbe mai che sul suo territorio qualcuno costruisse un mausoleo a Himmler o Hitler. Sarebbe impensabile. Invece in Italia questa vergogna è stata possibile ad Affile, a poca distanza da Roma, la capitale.

Un anno fa la mia petizione ha raccolto più di ventimila firme e ha permesso [insieme a un grande lavoro fatto sul territorio dal Comitato Antifascista di Affile i veri eroi di questa vicenda] di vedere interrotto il flusso di denaro che dalle casse regionali arrivava ad Affile. L’attuale giunta Zingaretti ha sanato in questo modo una situazione intollerabile creata dalle giunte precedenti.
Il problema oggi, come di fatto lo era ieri, è che – nonostante manifestazioni e proteste – quel monumento è ancora lì, ancora in piedi, getta infamia su un paese, l’Italia, la cui Costituzione è basata sull’antifascismo e il rispetto fra diversi.
In questo periodo mi sono battuta (e non sono stata sola in questa lotta, ma sono stata una piccola parte di una galassia di cittadini indignati, in primis il comitato antifascista di Affile) con le mie armi contro la rimozione del passato coloniale italiano o peggio l’edulcorazione di questo passato che ancora tanti danni arreca al nostro presente. Ho scritto un libro «Roma Negata» (insieme al fotografo Rino Bianchi) che di fatto parte dalle tracce coloniali di Roma per tessere le fila di una storia rimossa. Nel libro ho parlato naturalmente di Affile, una ferita profonda nel mio cuore, e ho descritto il 25 aprile passato nella cittadina laziale nel 2013.
La giunta regionale di Nicola Zingaretti ha fatto da sola un lavoro enorme, interrompendo quei finanziamenti scandalosi per un monumento scandaloso. Ora però servirebbe abbatterlo quel monumento, toglierlo di mezzo. Il disegno di trasformare Affile in una Predappio del Lazio c’è ancora e noi (io e i tanti cittadini che si sono mobilitati) non riusciamo a guardare in silenzio questo scempio. Per questo mi rivolgo a lei presidente della Camera Laura Boldrini perché so quanto le sta a cuore la sorte del Paese che rappresenta attraverso una delle sue cariche istituzionali più importanti. La rimozione del colonialismo (come anche tanto negazionismo che purtroppo serpeggia tra i giovani) è un problema culturale.
Per aiutare il Lazio e chi lo governa serve un lavoro culturale che deve venire necessariamente dalle istituzioni dello Stato. Serve abbattere quel monumento come prima cosa, ma serve anche ripristinare la memoria, a partire dalla scuola e da iniziative culturali in genere. Infatti gli stereotipi in auge durante il ventennio sono ancora attivi, nessuno ha di fatto DECOLONIZZATO l’Italia e il prezzo più grande lo pagano i migranti che da questi stereotipi vengono colpiti con ferocia. Voglio ricordare fra i tanti Samb Modou e Diop Mor che sono stati assassinati per razzismo a Firenze il 13 dicembre 2011. Per questo le scrivo questa lettera alla vigilia del 20 giugno, giornata del Rifugiato, e alla vigilia importantissima del semestre europeo che l’Italia sarà chiamata a condurre.
Parlare di antifascismo significa parlare di antirazzismo. Significa tentare di costruire l’Italia (ma anche l’Europa) su fondamenta nuove, aperte al mondo e a un’accoglienza diversa verso migranti e figli di migranti; questi ultimi poi è bene ricordarlo ancora attendono una piena cittadinanza nel Paese dove sono nati e/o cresciuti.
Nel 1938 sono state varate dal fascismo le vergognose leggi razziali che hanno colpito ebrei, eritrei, somali, libici. Io spero di non vedere mai più in Italia il ripetersi di un 1938. L’Italia che ha tanto sofferto non se lo merita. Lavoriamo insieme affinché questo non accada più. Cominciamo a togliere il monumento che porta infamia all’Italia. Solo la cultura in questi casi può farcela. Basta con l’antisemitismo, basta con il razzismo. L’Italia deve diventare una Repubblica fondata sull’amore e sul rispetto reciproco.
Questo testo è stato pubblicato sul blog di Daniele Barbieri

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