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Euro e pieno impiego: la conferenza di Grenoble

Euro - Foto di Images Money
Euro - Foto di Images Money
di Lorenzo Battisti, Comitato Centrale Pdci
L’attuale situazione economica rappresenta una sfida per tutti gli economisti, compresi quelli “eterodossi” che pure avevano avvertito con anni di anticipo l’arrivo di una crisi di grandi proporzioni. In particolare va analizzata l’Unione europea e il ritorno della disoccupazione di massa. Il 15 e 16 Maggio alcuni tra i maggiori economisti critici a livello mondiale si sono riuniti a Grenoble, in Francia, per discutere e confrontarsi su questi argomenti. Il pieno impiego in europa: con o senza l’euro?
Il dibattito sull’euro attraversa ormai molti paesi, sia del Nord che del Sud europa, poiché la crisi, iniziata negli Stati Uniti, sembra non trovare un termine in europa. Molti pensano che la differenza tra la durata e gli effetti della crisi in queste due aree sia dovuta alla costruzione europea. Il dibattito tra gli economisti ha quindi cercato di indagare se questa sia davvero la causa, e, in questo caso, se sia meglio riformare l’euro oppure abbandonarlo. Molti libri negli ultimi anni hanno trattato questi temi [1] ricevendo sempre maggiore attenzione dal grande pubblico.

La conferenza di Grenoble aveva come oggetto la piena occupazione e la sua relazione con l’euro, portando il dibattito su un piano di maggiore rigore scientifico. In particolare la valutazione sul mantenimento dell’euro veniva posta su una dimensione specifica, cioè quella del pieno impiego in europa. Questo risulta particolarmente importante in quanto questo tema è stato ormai da decenni rimosso dal dibattito accademico e da quello politico; inoltre, come ha sottolineato Ponsot nell’introduzione, la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è il primo problema dell’europa.
Gli economisti che sono stati chiamati a confrontarsi appartengono a diverse scuole di pensiero e provenivano da tutto il mondo (erano presenti economisti dall’Australia, come dall’America Latina). In generale gli indirizzi prevalenti erano quelli dei keynesiani, dei post-keynesiani e degli economisti legati alla Teoria del Circuito Monetario.
Il dibattito
La discussione ha occupato le due giornate, alternando sessioni plenarie e incontri paralleli su singoli temi, con interventi rigorosamente di 20 minuti. Alla fine di ogni sessione era previsto un dibattito in cui esprimere un parere sugli articoli presentati. È impossibile dare conto di tutto il dibattito che è stato ricco e ampio. Cercherò di raggruppare gli interventi secondo alcune linee generali.
Il gruppo di economisti che era numericamente superiore era quello che esprimeva dubbi sull’uscita dall’euro, poiché questa porterebbe, a loro parere, a condizioni peggiori di quelle attuali, senza peraltro trovare una soluzione al problema della disoccupazione. Questi economisti sottolineano come il problema derivi dal modo in cui l’euro è stato costruito e dalle falle di questa costruzione. Un altro tratto che sembra accomunare questi economisti è una visione federalista dell’europa. La soluzione a loro parere è in un aumento della domanda aggregata che permetta di riassorbire la disoccupazione, attraverso politiche monetarie implementate da una Banca Centrale europea non più indipendente. Serve inoltre un fisco e un tesoro europeo, o quantomeno, un coordinamento delle politiche degli stati europei.
Questa è la posizione espressa da Auerback, che ha sottolineato l’insensatezza del Six Pack, che contraddice le politiche espansive della Bce e che “colpisce il malato appena riesce ad alzarsi dal letto”. Il problema della crisi europea non è il deficit e quindi il debito pubblico, bensì quello privato, maggiore in dimensione e molto più difficile da trattare.
Heise ha evidenziato come il dibattito sull’uscita dell’euro attraversi le scuole economiche e le forze politiche: tanto tra gli eterodossi quanto tra i mainstream è possibile trovare difensori e detrattori dell’euro; sia a destra che a sinistra ci sono partiti che chiedono l’uscita o la fine dell’euro. In particolare ha mostrato come il problema non sia la moneta comune (necessaria a suo parere per la prosperità in tempi di globalizzazione), bensì la sua gestione, che è risultata disastrosa. Servirebbe a suo parere un coordinamento delle politiche europee [2].
Echinard ha sostenuto l’impossibilità di creare una moneta unica senza un federalismo fiscale. In particolare ha mostrato come, da un punto di vista storico, questa necessità fosse chiara nei primi trattati, ma che sia poi gradualmente scomparsa per lasciare spazio esclusivamente all’unità monetaria.
È interessante il modello presentato da Cingolani e da Garbellini sul coordinamento delle politiche e sugli effetti che questi potrebbero avere. I due ricercatori sottolineano come, per uscire dalla crisi e ottenere la piena occupazione, siano necessarie politiche fiscali espansive coordinate. Quindi il problema è di tipo macro economico, piuttosto che micro economico (quindi le soluzioni non sono la flessibilità o nuove regole del mercato del lavoro). E che queste politiche sarebbero gestite meglio a livello federale europeo, piuttosto che dai singoli stati. Osservano in particolare come nei trattati si prendano in considerazioni gli stati singolarmente senza tenere conto degli effetti che le azioni degli uni hanno sugli altri. Inoltre hanno mostrato la simulazione di un modello stock-flow consistent in cui gli stati europei si ponevano come obiettivo la crescita minima del 1% ciascuno, come alternativa percorribile (e preferibile) all’austerità.
Correa ha mostrato in particolare la debolezza e la farraginosità della vigilanza europea sulle banche: questa copre solamente 130 banche sulle oltre 6’000 e la decisione sul chiudere una banca coinvolge un alto numero di attori europei e nazionali che contrasta con la necessità di decisioni veloci richieste dalle crisi finanziarie.
Bill Lucarelli ha continuato evidenziando le altre mancanze del sistema bancario europeo. Infatti la costruzione del sistema Target 2 di regolazione dei crediti e dei debiti tra i sistemi bancari nazionali è foriero di nuove crisi, poiché non indica una scadenza per la regolazione degli sbilanci. Questa costruzione era basata sulla teoria di equilibrio economico, che supponeva la disponibilità dei paesi in surplus di finanziare sempre quelli in deficit.
L’intervento di Le Héron ha mostrato come l’attuale costruzione sia incompleta e frutto di un compromesso tra tre orientamenti diversi: quello anglosassone (mercato comune ma monete nazionali), quello europeista (un’europa federale, con regolazione europea dei mercati) e quella ordoliberista (indipendenza delle istituzioni). L’euro è la prima moneta senza uno Stato e senza un Debito. In sostanza è un compromesso minimo, che ha funzionato nel breve periodo ma che ha evidenziato i limiti al sopraggiungere della crisi.
Infine l’intervento di Marc Lavoie ha sostenuto la tesi che la crisi europea non sia una crisi da bilancia dei pagamenti, ma sia bensì causata dalla cattiva costruzione europea. In particolare sottolinea come l’unione monetaria elimini il rischio di cambio, ma non quello di fiducia, spostando così la speculazione dai cambi ai debiti pubblici. Mancano inoltre trasferimenti fiscali intra-europei e un ruolo attivo della banca centrale nella detenzione dei titoli pubblici. Sarebbe necessario spostare il peso degli squilibri interni anche sui creditori, come suggerito da Keynes.
Un secondo gruppo di economisti ritiene invece che la causa dell’attuale crisi (anche occupazionale) non sia l’euro. I due interventi che hanno condiviso questa posizione sono quelli di Gnos e di Bellofiore. In particolare i due economisti sembrano condividere la tesi che questa crisi faccia parte di una stagnazione secolare, all’interno della quale l’euro rappresenta una concausa, ma non la ragione principale. In particolare Gnos sottolinea la perdurante crisi da sovraaccumulazione causata dall’eccesso di risparmio sugli investimenti. Bellofiore ha ripercorso e riassunto in poco tempo anni di ricerca accademica, mostrando le varie fasi di questa stagnazione, partita con la fine dei 30 gloriosi negli anni ‘70 e che continua ancora oggi. In particolare ha criticato quella parte dell’eterodossia che sostiene che un ritorno alle monete nazionali e ai cambi flessibili possa risolvere gli squilibri europei: questi vengono sono guidati dai flussi di capitale più che da quelli commerciali, contribuendo così ad amplificare gli squilibri invece di ridurli. Bellofiore ha riassunto in maniera sintetica la sua posizione con una modifica del titolo della conferenza “Disoccupazione: con o senza l’euro”.
Infine c’è un gruppo di economisti che ha evidenziato l’insostenibilità dell’euro e che ha esplorato le possibili alternative.
Katherine Sifakis non vede possibilità politica di riforma dell’euro, che sarebbe quindi votato al fallimento. Le cause vanno cercate nella sua costruzione, in particolare nell’occultamento dei veri obiettivi della costruzioni europea, cioè di potere politico ed economico della Germania. È stato sottolineato come la costruzione europea segua le idee di Monnet, di squilibri e crisi creatrici, dove ad ogni crisi l’europa fa un passo avanti nella sua costruzione. Inoltre Monnet vedeva il libero movimento dei capitali come un requisito essenziale per la creazione di un’europa unita in forma federale. Proprio questa idea di europa ha visto la Francia come la grande perdente: mentre le grandi imprese tedesche sono rimaste di proprietà nazionale (perché non sono quotate, sono di proprietà familiare o sono protette dal sistema bancario), quelle francesi sono state acquistate dai gruppi anglosassoni; inoltre il cambio le è sfavorevole come le politiche di austerità.
Interessanti sono state le simulazioni fatte da Mazier per testare i vari scenari futuri dell’euro: quello attuale, senza che nulla cambi; il ritorno delle valuta nazionali agganciate all’euro; il ritorno delle valute nazionali, però con la scomparsa dell’euro e un ritorno dell’Ecu; l’uscita unilaterale della Germania dall’euro; un ritorno alle valute nazionali lasciate libere di fluttuare. Per i vari scenari Mazier ha cercato di mostrare gli impatti sugli squilibri oggi esistenti tra paesi del nord e del sud europa e gli effetti sulla ricchezza prodotta. Lo scenario attuale è quello peggiore: l’accumulo di debito, la perdita di competitività e la disoccupazione sarebbero permanenti, a causa della mancanza di meccanismi di riequilibrio. Il secondo scenario si rivela instabile, poiché produce una ricorsa alla svalutazione tra paesi del nord e del sud europa. Al contrario, il terzo scenario che prevede il ritorno dell’Ecu, permette di arrivare a soluzioni stabili, che permettono di ristabilire la competitività del Sud e di correggere gli squilibri, a scapito del Nord europa e dei consumatori del Sud, però in un quadro di piena occupazione. Il quarto scenario, quello in cui la Germania esce, risulta quello più favorevole: i disequilibri possono essere aggiustati, ma non a danno degli altri paesi e si ottiene una situazione di stabilità anche nel lungo periodo. Per ultimo lo scenario in cui tutte le monete sono libere di fluttuare: rispetto al caso precedente si ottiene ancora un quadro stabile, ma il tempo per ridurre gli squilibri risulta oltremodo lungo.
Infine è da rimarcare l’intervento dell’economista svizzero Sergio Rossi, che ha contrapposto l’integrazione monetaria con la moneta unica. Sebbene l’euro esista fisicamente, ogni paese ha un “suo” proprio euro a causa degli squilibri esistenti. Oltre a quello commerciale, si è soffermato a quello relativo al sistema Target 2 di regolazione dei pagamenti tra creditori e debitori in europa. Per ottenere un’unità monetaria del continente è necessario a suo parere reintrodurre le monete nazionali e creare un sistema di compensazione tra creditori e debitori che faccia pagare a entrambi gli squilibri del sistema economico, come aveva pensato Keynes oltre 60 anni fa.
Un primo bilancio
La conferenza è stata estremamente utile ed interessante. Erano presenti alcuni dei maggiori economisti eterodossi a livello mondiale, che si sono confrontati in maniera aperta dando vita a un dibattito importante che, come si è visto, non ha tralasciato alcuno scenario.
Durante la conferenza si sono però evidenziati anche alcuni limiti. Come Bellofiore ha evidenziato in un suo intervento durante il dibattito, le impostazioni degli articoli presentati sono state spesso normative e non positive: in sostanza è spesso mancata un’analisi delle ragioni, anche politiche, che hanno portato all’attuale situazione e le soluzioni proposte risultano a volte sganciate da una valutazione politica sulla loro realizzabilità.
In linea con quanto detto da Bellofiore, penso che ci siano stati altri limiti. Molti degli intervenuti hanno mostrato, in maniera esplicita o inconsapevole, una preferenza per un’europa federalista come soluzione all’attuale crisi. In sostanza si potrebbe dire che molti di loro hanno chiesto “più europa” per uscire dalla crisi. Questo mostra una visione dell’attuale Unione europea come di una costruzione politicamente neutrale, e le sue distorsioni come frutto, non di una volontà e di un progetto politico, bensì di errori tecnici nella sua costruzione. Questo limite si è evidenziato anche nel dibattito che si è svolto con la presenza del neo sindaco verde di Grenoble. Gli economisti presenti hanno mostrato, in sintonia con l’approccio emerso dalla conferenza, una vicinanza e una curiosità per il dibattito interno ai socialisti francesi sui temi dell’europa e dell’austerità [3].
Il ruolo di Inet
Come è stato evidenziato dall’introduzione alla conferenza, questa non si sarebbe potuta svolgere senza il supporto finanziario della fondazione Inet (Institute for new economic thinking). Il ruolo sempre maggiore che questa svolge nella promozione del dibattito economico sta crescendo di pari passo con i dubbi che essa suscita.
Questa fondazione, creata tra gli altri da Soros e da altri importanti capitalisti, si propone di promuovere un nuovo pensiero economico che contrasti con quello oggi maggioritario. Per questo utilizza i suoi fondi per organizzare conferenze e pubblicazioni che trattino i problemi economici odierni partendo da prospettive alternative. La fondazione, che grazie ai suoi generosi finanziatori, dispone di importanti mezzi, si è strutturata negli anni, e ora prevede diversi dipartimenti che si occupano di corsi di economi alternativa on line, di promuovere i lavori dei giovani ricercatori, della formazione degli studenti, la pubblicazione di libri, la sponsorizzazione di eventi etc.
L’attività di questa fondazione, sebbene risulti a prima vista meritoria (a causa della povertà di risorse e di spazi democratici che gli economisti eterodossi si trovano ad affrontare) ha suscitato molti dubbi [4]. La selezione che fa tra gli economisti eterodossi falsa il dibattito e disegna un ruolo molto attivo della fondazione, che, favorendo alcuni a scapito di altri, utilizza la propria forza economica per indirizzare il dibattito. Inoltre spesso è avvenuto che economisti mainstream abbiano ricevuto supporto finanziario al pari degli eterodossi, mostrando una pratica che contraddice gli obiettivi dichiarati dalla fondazione stessa.
Conclusioni
Il dibattito che si è svolto a Grenoble è stato ricco e interessante. Diversi approcci si sono confrontanti dando luogo a uno scambio di alto livello. Bisogna rammaricarsi che raramente questi incontri siano organizzati e ospitati da dipartimenti di economia italiani. La maggior parte degli economisti ha mostrato un approccio vicino alla scuola post-keynesiana con la presenza di alcuni marxisti e di studiosi provenienti da altre tradizioni, così come da professionisti o ex professionisti dell’economia e della finanza.
La sfida futura sarà quella di far intrecciare questo dibattito con con quello politico, di far incontrare gli economisti con gli studiosi di scienze politiche come con i militanti e i dirigenti dei partiti stessi.
NOTE

  • [1] Per citare i più conosciuti : Bagnai, Il tramonto dell’euro; Giacché, Titanic-europa; Brancaccio, Passarella, L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’europa; Lapavitsas, L’euro rapito
  • [2] Sul coordinamento, alcuni hanno fatto notare come in realtà questo si sia realizzato. La simultanea applicazione delle politiche di austerità, al di là spesso delle richieste della Commissione, hanno mostrato un impressionante sincronismo e un’identità spontanea di scelte di politica economica.
  • [3] Questo orientamento non è stato ovviamente unanime. Erano presenti anche economisti che esprimevano altri punti di vista sia sull’attuale costruzione europea sia dal punto di vista partitico.
  • [4] Un articolo interessante dove vengono riassunti i dubbi sull’attività della fondazione: What is the nature of George Soros, INET?

Questo articolo è stato pubblicato su Marx XXI il 9 giugno 2014.

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