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C'era una volta il riformismo emiliano. Un bilancio critico

di Lanfranco Turci
Premetto per onestà intellettuale verso i lettori di questa nota che essa si conclude esplicitamente con una critica (e per quanto mi riguarda anche un’autocritica) dura ed esplicita della sinistra emiliana e nazionale attuale e di ciò che è stata la vicenda dell’evoluzione dell’eredità del Pci fino al suo esaurirsi sfinito e irriconoscibile nell’attuale PD. Questa fase di trasformazione post- Bolognina è stato anche il tema delle tormentate riflessioni di Giuseppe Gavioli dal ’90 in poi. Trasformazione che Gavioli avrebbe voluto in direzione della cultura della sostenibilità e del New Deal ambientale. Ma quei temi e quegli anni sono già oltre la fase dell’Emilia Rossa e del riformismo del Pci che è l’oggetto di questa relazione.
Riformismo ed Emilia rossa
Credo pertanto che si debba subito precisare che per riformismo emiliano qui ci riferiamo a una esperienza strettamente riferita all’Emilia rossa, a quello che è stata l’esperienza di egemonia politica e di governo del Pci emiliano del dopoguerra. In particolare a partire dagli anni’60, dai quali si può cominciare a parlare più propriamente di “modello emiliano”. Seguendo le datazioni proposte da Cammelli e Galli, possiamo distinguere, prima della fase del vero e proprio riformismo emiliano, la fase del ‘45/’46 come fase delle scosse di assestamento dopo la Resistenza, e gli anni ’50 come gli anni del “contropotere rosso” accerchiato da uno stato centrale occhiuto e repressivo. Un decennio che si apre con la strage delle Fonderie di Modena del 9 gennaio 1950 e che si conclude con la vicenda Tambroni e i morti di Reggio Emilia del luglio del ’60.

La fase del “modello emiliano” ha un punto di partenza significativo nella Conferenza regionale del Pci del ’59, conferenza che promuove la liquidazione delle più pesanti tare staliniste e avvia un forte rinnovamento dei quadri dirigenti comunisti. Sicuramente questa nuova fase è favorita anche dal cambiamento di contesto nazionale dei primi anni ’60, anni di incubazione del primo centrosinistra e di spunti riformistici keynesiani portati avanti soprattutto dalla sinistra DC e dal Psi. C’è comunque un punto di partenza più lontano cui si rifà il Pci emiliano. Esso sta nella ricca esperienza del socialismo municipale della fine ottocento e dei primi novecento. Il socialismo riformista “reggiano” basato sui mezzadri alleati ai primi nuclei operai e ai borghesi illuminati urbani, sulle cooperative, sulle camere del lavoro, sulla conquista dei municipi e la realizzazione delle prime municipalizzate. Quel modello di socialismo costruttivo e attento alle alleanze che Giuliano Procacci chiama appunto “reggiano” per distinguerlo dall’altro modello di socialismo padano, che egli chiama “mantovano”, tutto imperniato invece sui braccianti, chiuso verso i mezzadri e i coltivatori diretti, tendenzialmente settario e massimalista, con alcune dei suoi epigoni che finiscono nell’anarcosindacalismo e nel fascismo.
La cosa singolare che dà un imprinting particolare al comunismo emiliano è che i suoi quadri si formarono nei lontani anni ’50 studiando contemporaneamente il manuale di Stalin sulla Storia del Partito bolscevico e il famoso discorso di Togliatti del ’46 a Reggio Emilia su “Ceti medi e Emilia rossa”. Discorso con il quale Togliatti metteva il cappello – se così possiamo dire – sul patrimonio storico del riformismo socialista e indicava le vie per recuperarne e allargarne i successi. Si ricordi, per cogliere il senso paradossale della situazione, che quel discorso fu tenuto negli stessi giorni in cui Togliatti in riunioni riservate era impegnato a richiamare i dirigenti del Pci reggiano a contrastare con più determinazione gli assassini e le vendette che aveva fatto seguito alla Liberazione e che a Modena erano evocate con la truce definizione di “triangolo della morte”.
Ci sono due figure sociali che negli anni ’50 sembrano i veicoli ideali per dare sviluppo a quel programma togliattiano e ne incarnano il ruolo di protagonisti quasi mitici. L’una è il mezzadro, comunista e ex partigiano, che negli anni immediati del dopoguerra conduce le grandi battaglie per un riparto più equo nelle campagne e poi inurbandosi diventa operaio o piccolo commerciante, in un caso e nell’altro portandosi dietro quella cultura del lavoro versatile e imprenditoriale che fa la fortuna dell’Emilia. L’altra è il vecchio operaio meccanico specializzato, che ha vissuto i momenti esaltanti della lotta gappista e poi per un breve periodo l’illusione del controllo della fabbrica. Dopo ha affrontato gli anni duri della restaurazione e della ristrutturazione capitalistica. Alla fine licenziato per discriminazione antisindacale è diventato cooperatore o piccolo imprenditore, contribuendo con la sua biografia ad alimentare il senso della continuità sociale e della comunanza etico-politica fra operai, artigiani e piccoli imprenditori.
È estremamente difficile parlare oggi di riformismo per via dello slittamento semantico delle parole riformismo e riforme. Oggi per riforme di struttura nel linguaggio politico corrente, istituzionalizzato anche a livello europeo, si intendono quelle del Washington Consensus, quelle tese a liberare il mercato da lacci e lacciuoli, a destrutturare i diritti e le difese del lavoro, a ridurre e a privatizzare il Welfare , a privatizzare le aziende pubbliche e a ridurre lo spazio del pubblico e dello Stato. Insomma i “compiti a casa” che ci ricordano costantemente Bruxelles e la BCE. Sono quelle riforme che in questi decenni di egemonia neoliberista hanno aggravato le condizioni di vita delle masse popolari e allargato in modo drammatico il fossato delle disuguaglianze economiche e sociali. L’opposto degli anni del dopoguerra, quando, in continuità con il linguaggio storico del movimento operaio, le riforme, anche quando sostenute contro coloro che volevano fare la “rivoluzione”, erano comunque intese come politiche mirate a ridurre il potere del capitale e a migliorare le condizioni di vita e i diritti dei lavoratori e dei ceti popolari. Si parlava infatti, anche se non sempre con una chiara perspicuità teorica (se si escludono in Italia alcuni politici come Lombardi, Basso e Trentin) di riforme verso il socialismo, come passaggi sulla via italiana al socialismo.
Ma non è solo difficile in generale, è difficile parlare di quel riformismo anche nell’ Emilia di oggi. Quando qualche anno fa Macaluso mi ha chiesto di scrivere un articolo su cosa è oggi l’Emilia Rossa, ho provato a fare un giro d’orizzonte fra compagni coi quali nel passato mi capitava di discutere di questo tema. Ho visto la sorpresa di chi si sente interpellato su una questione finita ormai nel dimenticatoio, insieme alle parole e ai concetti con cui discuterne. Questo non solo per una definizione cromatica non più di moda e, anzi, apertamente rifiutata, ma anche per un apparato concettuale che non è più in uso nella sinistra emiliana e soprattutto nel PD. Un apparato concettuale rimosso non tanto perché sia cambiata la fisionomia dei soggetti cui quei concetti facevano riferimento (il cambiamento c’è stato ed è stato enorme!) quanto perché quei concetti sono stati dichiarati decaduti dalla egemonia del pensiero neoliberale che è passata come un rullo compressore sulla sinistra emiliana e nazionale.
Il modello emiliano
Il riformismo del Pci, di cui dopo discuterò i limiti, era un riformismo che ancora utilizzava i concetti di classi sociali, ceti, conflitti e alleanze. Che non aveva rimosso i concetti di capitalismo e di socialismo, anche se quest’ultimo declinato in termini sempre più incerti, man mano che si evidenziava il fallimento del socialismo reale. Per i comunisti emiliani il riformismo e le sue realizzazioni in un modello del cui valore si prendeva man mano orgogliosa consapevolezza, veniva collocato dentro lo schema della “democrazia progressiva” proposto a livello nazionale da Togliatti, con una particolare attenzione a garantire ai ceti medi agricoli e urbani un loro spazio di crescita in alleanza con la classe operaia, sotto la guida politica e ideale del Pci. Un’esperienza che, muovendo da un’efficace difesa e promozione delle condizioni di vita dei lavoratori e dei ceti popolari, puntava ad accompagnare la crescita dei ceti medi produttivi, e poi delle piccole e medie imprese dei futuri distretti, dentro a un contesto di equilibrio sociale, di costruzione del welfare dei servizi, di governo del territorio, di pianificazione urbanistica, di costruzione di edilizia popolare e di aree attrezzate e di salvaguardia dell’ambiente. Si respirava in quelle politiche la novità dei primi bilanci basati sul deficit spending degli Enti Locali degli anni ’60, inaugurate per rispondere ai grandi cambiamenti sociali dell’inurbamento, dello sviluppo industriale, dell’occupazione femminile e delle lotte sindacali. E si respirava anche l’aria del ’68 con la sua carica antiautoritaria e libertaria soprattutto nei campi dei servizi sanitari, sociali e educativi.
L’Emilia rossa è stata questa: quella del buon governo degli enti locali e della regione, quella dei villaggi artigianali di Corassori, delle scuole materne di Malaguzzi o della salvaguardia del centro storico di Bologna di Cervellati. Era diventata retoricamente una “vetrina” di cui si faceva vanto anche il Pci nazionale. Ma questa vetrina non era una costruzione leggera o mediatica, perché sotto di essa vi era la potente rete delle organizzazioni di massa: i sindacati, le cooperative, le associazioni di categoria degli artigiani, dei commercianti e dei contadini, le associazioni sportive e ricreative. Una rete che ha strutturato tutta quella grande area della società orientata a sinistra e che ha avuto nel Pci il suo centro di riferimento. Con il suo ruolo imprescindibile di integrazione sociale e ideale, su cui giustamente insistono le analisi di Anderlini. Naturalmente questa non è mai stata tutta l’Emilia, neppure quella di sinistra. C’è stato Dossetti e il popolarismo cattolico, c’è stato un PSI da un certo momento in poi autonomista, c’è stata la componente repubblicana romagnola. Ma l’egemonia del Pci è stata per lunghi anni indiscussa. E questa stagione ha prodotto, in una regione di antiche tradizioni civiche, frutti eccezionali in termini di benessere diffuso, di qualità della vita, di dinamismo economico e di coesione sociale. Galli arriva a parlare della “costruzione di un universo sociale-amministrativo, di una società omogenea nella regione più storicamente composita d’Italia”!
Il ’77
Il processo di cambiamento e poi di crisi è stato lungo e tutt’altro che lineare. Tutti gli studiosi del riformismo comunista emiliano collocano il punto di frattura nel ’77. In effetti prima il marzo con l’uccisione di Lo Russo e le autoblindo di Cossiga in via Zamboni e poi la manifestazione di settembre con le P38 (non solo simboliche) alzate al cielo in piazza VIII agosto furono episodi sconvolgenti per l’assetto che il Pci era venuto costruendo in Emilia. L’ immagine che mi ritorna sovente in mente è quella di Piazza Maggiore piena e presidiata dal popolo della sinistra che respinge ai margini i cortei affollati degli “autonomi” che arrivano dall’Università.
Per ritrovare l’equivalente di mobilitazione popolare bisogna scorrere in avanti l’orologio del tempo, alla piazza Maggiore della protesta contro il rapimento di Aldo Moro e alle giornate successive, anche più imponenti, delle risposte alle stragi dell’Italicus e della Stazione di Bologna del 1980. Ma intanto quella frattura c’era stata e le grandi manifestazioni di cordoglio e di protesta delle occasioni successive non ne segnarono affatto il superamento. Quella frattura parlava, secondo Paola Bonora, di “scollatura fra cultura di sinistra e rappresentatività sociale”. La cultura di sinistra “non si accorge che la transizione postfordista intacca e polverizza la società e che si stanno sfaldando le coesioni e coalizioni su cui il sistema locale poggiava”. Per dirla con Galli, a livello culturale, è la rivolta del pensiero negativo contro il pensiero dialettico.
Lo stesso succede più in grande a livello nazionale, con il Pci impegnato nella politica di solidarietà nazionale, dell’austerità e dei sacrifici, che vede montare contro di sé le code delle lotte operaie e giovanili che pure nelle elezioni del ’75 e ’76 avevano gonfiato per l’ultima volta il suo consenso elettorale portandolo a esiti mai più raggiunti. Da notare che le voci accademiche più critiche di quell’indirizzo venivano dalla neonata Facoltà di Economia di Modena, cresciuta su indirizzi keynesiani e sraffiani. Al suo interno era molto popolare lo slogan sconfessato poi da Lama e dal Pci del “salario come variabile indipendente”. Tornando al modo specifico in cui questa frattura si manifesta in Emilia-Romagna bisogna mettere nel conto la situazione particolare di Bologna, città universitaria con 35000 studenti fuori sede con i relativi fenomeni di disagio urbano e di sfruttamento da caro affitti e da carenza di servizi. Inoltre a cavallo della svolta del 1975/76 comincia una riflessione anche in questa regione sull’esigenza di contenimento dell’inflazione e della spesa pubblica. I segnali che arrivano ripetutamente dal centro del Partito sono di invito alla prudenza e alla moderazione. Il che comincia a creare preoccupazioni e tensioni fra i dipendenti pubblici che erano stati negli anni precedenti l’area di sostegno all’egemonia comunista che con l’aumento fisiologico dei dipendenti pubblici creava l’espansione e la qualificazione del welfare dei servizi.
Nell’insieme a metà degli anni ‘70 il modello emiliano può davvero essere giudicato, secondo la definizione di Carlo Galli, come “una socialdemocrazia preterintenzionale”, magari – aggiungo io – con una connotazione un po’ meno operaista e sindacalista in confronto ai modelli più significativi della socialdemocrazia europea coeva. Definizione, quella socialdemocratica, che comunque noi stessi, attori di quell’esperienza, non ci sognavamo affatto di adottare, sia per dichiarata e pregiudiziale alterità in confronto alla identità socialdemocratica, che, fra l’altro, ben poco conoscevamo, sia per la mancanza del coraggio di analizzare senza paraocchi la nostra stessa esperienza. Dunque nei fatti eravamo diventati una socialdemocrazia pratica e pragmatica, tanto più evidente man mano che si attenuava il vincolo identitario con il comunismo sovietico, ma ciò nonostante mai proponemmo il tema del rapporto fra il Pci e le socialdemocrazie, mai il Pci emiliano pose problemi identitari al Pci nazionale, in quanto non tentò mai una rielaborazione culturale della propria esperienza che ne rivendicasse i tratti di originalità e di diversità. Non per questo ne fummo ripagati in termini di riconoscimento di ruolo e di responsabilità da parte del gruppo dirigente nazionale, che non dimenticava mai di ammonirci che “l’Italia era diversa” e non smise mai di considerare con una certa diffidenza l’esperienza emiliana, ridotta in alcuni momenti della ben nota sufficienza dalemiana, a “friggitori di salamelle”.
Un altro e sovrapponibile modo di valutare il riformismo emiliano è quello del suo rapporto con il keynesismo. In un recente saggio Gabriele Pastrello afferma giustamente che l’Emilia-Romagna fu “l’area dove è stato attuato in Italia l’esperimento più completo di adesione alle politiche keynesiane (come non fu a livello centrale). Fu fatto per istinto politico, senza una vera base teorica….Fu fatto come combinazione di spesa pubblica orientata alla crescita, espansione dei servizi pubblici, come strumento compensativo del controllo delle spinte salariali, assecondate ma mai lasciate correre, grazie al controllo politico capillare; più una politica che, per quanto possibile, cercava di favorire l’innovazione tecnica”. Ma il Pci nazionale come non fu mai socialdemocratico, non fu mai neppure keynesiano. E in questo quadro si deve collocare la vicenda del riformismo emiliano per capire il potenziale conflitto con la politica nazionale e anche perché in ultima istanza la conclusione negativa della storia del Pci si sia tirata dietro anche quella dell’esperienza emiliana.
Il comunismo italiano
Con una valutazione di estrema sintesi mi pare di poter sostenere che dopo la Liberazione il Pci sviluppando il discorso togliattiano dell’unità antifascista e della democrazia progressiva, che furono senz’altro fattori potenti di affermazione e consolidamento della democrazia in Italia, si trovò chiuso fra due sponde entrambe fragili. Due sponde che potrebbero definirsi la concretizzazione del concetto espresso da Galli quando paragona il Pci alla Chiesa di Sant’Agostino, che vuole “stare nel mondo senza essere del mondo”.
Da un lato l’orizzonte comunista mai rimosso. L’idea di una società radicalmente diversa: un socialismo reale riveduto e corretto attraverso il cammino democratico scelto per il suo perseguimento, ma pur sempre made in Russia e nella rivoluzione bolscevica, non confondibile con l’esperienza socialdemocratica che non fuoriusciva dai confini del capitalismo (Berlinguer). Esperienza di cui ci si rifiutava perfino di studiare gli avanzamenti culturali e pratici dentro al compromesso keynesiano. Anzi si fu ben lieti di proclamare il fallimento di quel compromesso negli anni in cui si evidenziava il fallimento e poi il crollo del socialismo reale. Ma si trattava di un parallelismo non giustificato, perché semmai si poteva sostenere che era proprio il fallimento del comunismo ad accelerare la crisi del compromesso socialdemocratico, in quanto liberava ulteriormente le forze del capitalismo dall’obbligo di continuare a coltivarlo, dopo che già negli anni ‘70 la fine del sistema di Bretton Woods, le crisi petrolifere, l’inflazione galoppante e le lotte operaie avevano creato le premesse per la rivoluzione conservatrice e la svolta neoliberista. Stavamo entrando in anni in cui venivano infatti messe in discussione e progressivamente smantellate le conquiste che avevano contrassegnato il primo trentennio del dopoguerra. Quello che la letteratura successiva avrebbe definito i “trenta anni gloriosi”. Stavamo entrando negli anni del neoliberismo, della Thatcher e di Reagan senza esserne consapevoli e criticando la fase precedente contro cui si era scatenata quella rivoluzione o meglio quella controrivoluzione.
Accanto a questa impasse ideologica caratterizzava la politica del Pci un pragmatismo politico che non traeva alimento dall’orizzonte comunista e neppure dalle teorie del compromesso keynesiano, e invece si basava sui più diversi filoni politico-culturali. Qui mi rifaccio a un saggio utilissimo di Paggi e D’Angelillo del 1986, “Il Pci e il riformismo”, in cui si descrive l’esito fallimentare della politica di solidarietà nazionale degli anni ’70, con un Pci schiacciato alla fine fra il terrorismo, la perdita di consenso fra i ceti popolari e le manovre spregiudicate del governo Andreotti. Interessante in questa analisi la ricostruzione di come abbia fortemente condizionato la politica e i programmi del Pci di quella fase l’influenza del liberismo di Einaudi e Salvemini e della polemica antipartitica di Pareto. Certo questo pragmatismo aveva alle spalle delle nobili costanti storico-politiche, frutto dell’elaborazione di Togliatti e della sua riproposizione di Gramsci. La linea di fondo è quella della ricerca costante dell’unità delle forze democratiche e antifasciste come via per il superamento dei ritardi e delle contraddizioni del capitalismo italiano, come via originale al socialismo. Anche il compromesso storico di Berlinguer è uno sviluppo di questa impostazione per la quale il Pci e la classe operaia si fanno carico delle loro responsabilità nazionali e del compito di moderare il conflitto sociale. Tutti fattori che hanno contribuito a stabilizzare la democrazia italiana, ma non hanno consentito di sviluppare una nuova prospettiva di fronte al fallimento del socialismo reale e della politica di solidarietà nazionale. Da qui prima il cul de sac in cui finisce la politica di Berlinguer, poi il reset nuovista di Occhetto e della Bolognina, che apre le porte all’egemonia neoliberale e alla nascita del Pd.
L’Emilia negli anni ’80
Dopo la rottura del ’77 secondo Galli il Pci emiliano diventa sempre più autoreferenziale, sempre più il partito degli amministratori. Non c’è dubbio, anche per quanto abbiamo detto sopra, che il profilo strategico del Pci si fa sempre più incerto, tuttavia la capacità realizzativa in regione resta molto alta. Aiuta anche il fatto importante che quelli sono gli anni della “terza Italia”, della “via adriatica allo sviluppo”, insomma del consolidamento dei distretti e di una economia di forte crescita in Emilia-Romagna in contrasto con l’andamento perturbato di tante altre parti del paese. Economisti come Brusco e Beccattini aiutano a capire la specificità dell’economia dei distretti contro la diffidenza di parte del mondo sindacale e di altre scuole del pensiero economico. A questa economia la Regione insieme agli Enti Locali, alle università e alle organizzazioni di categoria dedica la creazione dei Centri di servizi alle imprese, per fornire un supporto tecnologico là dove le imprese non possono arrivare da sole. Sono gli anni in cui tramonta l’esperimento dei comprensori, ma l’idea guida della regione come Sistema Metropolitano Policentrico aiuta a disegnare il sistema delle grandi infrastrutture e dei servizi di terziario superiore. Sono anche gli anni in cui si compiono grandi progressi nella lotta per la salvaguardia dell’Adriatico (investendo tipologie di consumo quali i detersivi e processi produttivi in agricoltura) e per contenere la subsidenza, si portano a compimento grandi opere come l’Acquedotto di Romagna e si avvia la politica interregionale per il governo del Bacino del Po (uno dei temi cui Gavioli dedicò gran parte del suo impegno regionale e post-regionale).
Ancora nell’85 era unanime il riconoscimento delle alte prestazioni economiche, sociali e civili dell’Emilia-Romagna. Si discuteva se la ragione fosse da ricercare in fattori prepolitici, nella particolare subcultura e nel civismo storicamente operante in Emilia-Romagna (la tesi del libro di Putnam: “La pianta e le radici”, 1985), o se invece fosse da ricercare nel lavoro politico e di governo delle forze di maggioranza e del Pci in particolare. Io risposi in Consiglio Regionale: “Credo che la risposta vada ricercata in una specie di circolo virtuoso che a più riprese si è innescato in questi anni fra l’azione politica e le potenzialità sociali e civili di questa regione o, se vogliamo dirlo in altro modo, in quella particolare compresenza di governo forte e mercato forte, in quei particolari rapporti di forza storicamente consolidati, in cui una imprenditorialità diffusa e dinamica ha operato all’interno di un quadro politico e sociale caratterizzato dalla forza del movimento operaio e democratico e da un elevato grado di progettualità e di capacità di iniziativa delle istituzioni e delle rappresentanze politiche della sinistra”. Riletto oggi quel quadro mi pare una sintesi efficace di quella socialdemocrazia inconsapevole che fu il Pci emiliano. Ma gli anni che seguirono stesero su quelle parole la patina delle stagioni concluse. Eravamo alla vigilia dell’implosione del Pci in Italia, “il socialismo reale” stava chiudendo i battenti, mentre sul piano mondiale le forze del mercato stavano gonfiandosi dando vita a una nuova ondata di trasformazioni che rendevano ancor più ingovernabile sia dal punto di vista economico che ecologico il mondo.
Come finisce il modello emiliano?
Quando si è conclusa la fase del riformismo emiliano nell’accezione che abbiamo cercato di ricostruire in queste pagine? È difficile rispondere. Credo che si debba parlare di un processo di evaporazione progressiva, non continuativa né lineare. Ne ho trovato una utile interpretazione nel libro del 2005 di Francesco Ramella (Cuore rosso?). L’autore parla appunto di scongelamento della subcultura rossa, analizzandone i dati elettorali. Non dimentichiamo la sconfitta a Bologna del 1999, la perdita stabile di Parma e gli altalenanti risultati di Piacenza. Ma ancora più interessanti sono i processi economici e sociali, come si sono sviluppati negli anni precedenti la grande crisi internazionale in corso: la gerarchizzazione delle imprese dei distretti indotta dalla dinamica della globalizzazione, le delocalizzazioni e il ricorso crescente all’outsourcing, la crescita del terziario, i cambiamenti intervenuti nel lavoro dipendente e autonomo, la flessibilizzazione (anche per via legislativa operata dal centro-sinistra) del mercato del lavoro con le nuove figure degli atipici, degli immigrati e dei precari.
Il risultato di questi processi sono le disuguaglianze che crescono e la disarticolazione della società, del capitale sociale e dell’ethos collettivo ancora forte negli anni ’80. I rapporti di forza fra le classi cambiano radicalmente. Se il vanto del riformismo emiliano era stato di reggersi su rapporti di forza politici e sindacali favorevoli ai lavoratori che garantivano particolari risultati economici e sociali, accompagnati e sorretti dalle politiche di welfare e dagli interventi keynesiani degli enti locali, lo scenario che si viene costruendo è di segno opposto, sia nel rapporto fra le classi sia nelle capacità dell’intervento pubblico. Un intervento pubblico sempre più costretto in quegli anni all’interno delle politiche di rigore che preparano e poi portano alla adozione dell’euro. Anche ad uno sguardo a volo d’uccello non può non colpire l’indebolimento, quando non la distruzione di identità collettive e il cambiamento radicale, la burocratizzazione, l’autoreferenzialità delle grandi nervature sociali che reggevano la società emiliana degli anni passati.
Un modo per misurare questi cambiamenti è quello di guardare la trasformazione delle organizzazioni di massa ormai totalmente autonomizzate dai partiti, coi quali trattengono di fatto solo rapporti di interesse. La cooperazione ha perduto non solo l’afflato sociale delle origini, ma anche quella sua politicità “rossa” che in qualche modo ne faceva da supplenza. Le altre organizzazioni, in particolare quelle degli artigiani e dei commercianti, hanno accentuato i tratti di rappresentanza professionale e di servizio. Il sindacato, per la sua stessa natura e funzione, resta pur con tutte le difficoltà il nucleo più vitale, più legato alle contraddizioni sociali e agli strati popolari, così come alcune organizzazioni di volontariato cattoliche e laiche. Tuttavia anche il sindacato è invecchiato, ha una presenza fortemente concentrata nelle medie imprese meccaniche, nella P.A. e fra i pensionati, mentre stenta a rappresentare i precari, gli strati più deboli del mercato del lavoro e gli immigrati.
Ma il cambiamento più vistoso è quello in atto nelle amministrazioni locali. I sindaci eletti direttamente, a spese del ruolo dei consigli comunali e del decentramento, hanno visto accrescere il loro potere in parallelo all’indebolimento dei partiti e all’allentamento di quei legamenti sociali che innervavano in precedenza la società, legamenti che fungevano da supporto ma anche da controllo delle amministrazioni locali. Aumenta così il municipalismo, mentre si affievolisce il ruolo di coordinamento delle province e della Regione, che svolge un ruolo essenzialmente di erogazione di finanziamenti pubblici. Questa autoreferenzialità rende gli amministratori più esposti alle sollecitazioni degli interessi forti del territorio: cooperative e cordate imprenditoriali multicolori. Non a caso, secondo una ricerca dell’Istituto nazionale di urbanistica, l’Emilia-Romagna risulta la regione che ha consumato più territorio agricolo negli ultimi dieci anni.
Il contrappunto di questa autoreferenzialità è poi l’esplosione del fenomeno dei comitati di protesta. Un fenomeno degli ultimi anni che si è sviluppato in tutte le province emiliane sui più diversi temi della vita amministrativa: dalla sicurezza ai rifiuti, dagli impianti energetici alla viabilità e alle escavazione di materiali inerti. Testimonianze di una vitalità sociale spesso confusa e protestataria, ma prima ancora di perdita di contatto sociale e di fiducia da parte del partito che qui è ancora maggioranza relativa: gli eredi del Pci prima, il PD ora. Se pensiamo che l’Emilia-Romagna negli anni ‘80 votò NO al referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti, possiamo ben misurare quanta acqua è passata sotto i ponti.
Fine del Pci, fine del riformismo?
E qui veniamo al cambiamento forse più significativo e decisivo di questi ultimi vent’anni. Non è solo la società che è cambiata, ma la politica e in primo luogo quella soggettività politica che fu il Pci dal dopoguerra in poi, costruendo attorno a sé l’Emilia Rossa. Lo scioglimento del Pci spalancò la strada a una vera e propria fuga dall’ideologia nel senso di una visione del mondo e della società. Il capitalismo e il socialismo come suo antagonista ideale scomparvero dal discorso pubblico, il capitalismo fu assunto come società naturale, e un’analisi sociale invecchiata basata su classe operaia e ceti medi fu sostituita dalla rinuncia alla analisi sociale, dalla rinuncia al concetto stesso di classi sociali e di conflitto. Il problema della politica si riduceva man mano alla efficienza del governo, al sapere accompagnare e agevolare le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, vittoriosa sul fallimento del comunismo. Peraltro il problema dell’efficienza del governo era relativo, perché la strada era già tracciata dai meccanismi dei mercati finanziari e dai trattati dell’euro, che costringevano i governi a muoversi su binari predefiniti. Quello che Draghi chiamò qualche anno fa il governo col “pilota automatico”! Neanche l’esplosione della crisi del 2008 è ancora riuscita a mettere in crisi davvero i postulati assorbiti dal neoliberismo.
Quanto avvenuto sul piano della cultura politica si è invece accompagnato alla trasformazione dell’organizzazione del partito politico. Già negli ultimi anni prima della Bolognina il Pci tendeva a privilegiare la dimensione dell’amministrazione su quella della politica e della connessione sentimentale con il mondo popolare. Negli anni successivi la trasformazione va nella direzione di quello che i politologi chiamano il Partito cartello, il Partito pigliatutto. Scompare il militante per lasciare il posto ai gazebo e ai capi leaderistici. La politica come partecipazione e responsabilità personale si svuota e viene sostituita dagli utenti televisivi dei talkshow. Naturalmente la storia non finisce mai e le contraddizioni sociali e ideali hanno la testa dura, ma in questo momento storico, possiamo solo guardare al riformismo emiliano dell’Emilia rossa come a un lontano fantasma del passato, ignorato anche da chi ancore continua a fruire dei suoi frutti.
Questo articolo è stato pubblicato su Micromega Online il 9 aprile 2014

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