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Populismo e post elezioni: è tempo di riproporre una costituente dei movimenti

Indignados a Barcellona - Foto di Democrazia Km Zero
Indignados a Barcellona - Foto di Democrazia Km Zero
di Mario Pezzella
Per definire Grillo e il suo movimento si usa spesso il termine “populismo”. Come abbiamo fatto a suo tempo per quello di spettacolo, può essere utile capire cosa vuol dire effettivamente questo termine, al di fuori delle banalizzazioni giornalistiche e televisive. Un primo riferimento utile è il libro di Ernesto Laclau, La ragione populista, anche se preciso subito di non essere d’accordo con le conclusioni dell’autore, che è un sostenitore dell’attuale governo peronista argentino. Un movimento populista nascerebbe con tre caratteri iniziali: la vaghezza dei principi, l’equivalenza e la confluenza di domande sociali che in realtà sarebbero distinte e perfino discordi, l’unificazione immaginaria dei conflitti sociali.
Per quanto riguarda la vaghezza dei principi, secondo Laclau, non è una colpa o un’insufficienza del movimento: l’incertezza dei concetti, la ricerca a tastoni di un nuovo linguaggio, non sono un effetto ma una causa del movimento. Il populismo esprime cioè nella sua fase iniziale il collasso terminale di un linguaggio simbolico e politico (nel nostro caso quello della democrazia rappresentativa, in crisi da tempo e di cui anche il capitale finanziario ha deciso di fare a meno) e l’intervallo o il vuoto che precede una nuova fase costituente: “Affermare qualcosa al di là di ogni prova potrebbe essere anche il primo passo verso l’emergere di una verità che può essere affermata, in effetti, solo rompendo la coerenza della discorsività preesistente” (Laclau).

Il secondo carattere distintivo, abbiamo detto, è la coesistenza nel movimento di interessi in realtà discordi e conflittuali, di per sé incompatibili (quelli per esempio di un imprenditore leghista arrabbiato e di un militante No Tav), che però trovano un punto di collegamento delle loro domande critiche in una Unità immaginaria e superiore, nel mito di una pacificazione e risoluzione all’interno di essa di ogni conflitto e di ogni disuguaglianza economica e sociale. Questa unità è il Popolo, certo, ma così definita è troppo generica, deve specificarsi in un concetto più particolare, più determinato, che corrisponda al collasso in atto del sistema preesistente.
Per esempio una “rinascita morale”, che rispecchi l’idea di un capitalismo divenuto onesto, liberato dalla corruzione ed ecosostenibile (in movimenti populisti del passato sono stati usati termini unificanti diversi: Indipendenza nazionale, Libertà del Nord, la Grandeur della Francia, la Terza via del peronismo, eccetera). Su questo piano, l’offerta di Grillo è stata semplicemente la più efficace: perché analoghe unità immaginarie sono state offerte da Berlusconi e da Renzi, probabile prossimo leader del Pd, che però non hanno avuto fino in fondo la possibilità di presentarsi come un’alternativa al collasso del sistema dei partiti: troppo a lungo e troppo profondamente sono stati collusi con esso e col tentativo di golpe finanziario in atto nel nostro Paese.
Tuttavia, il termine onnicomprensivo del Popolo non basta: questa unificazione solo immaginaria dei conflitti e degli interessi sociali divergenti, che si coagulano nel movimento, deve essere compensata sul piano emotivo e psicologico da un processo di identificazione molto concreto, da una servitù volontaria liberamente accettata verso il Corpo e il Nome di Uno. Le due cose si sostengono insieme: unità immaginaria e personificazione concreta, quasi fisiologica.
Si può qui osservare in vitro la differenza tra “sinistra” (termine lo so inattuale, che io continuo a usare e in cui insisto a riconoscermi) e il populismo (e qui mi allontano da Laclau). La Sinistra si fonda su una concezione del conflitto come dato inaggirabile e costituente del sociale, su una divisione originaria, che si riproduce in forme sempre nuove e con cui sempre di nuovo bisogna fare i conti (è questo il significato che diamo al termine Democrazia insorgente). Non si dà mai davvero un Grande Uno, e quando invece appare siamo già nel campo del bonapartismo, della dittatura, della fine di una insorgenza sociale.
Il populismo auspica invece il mascheramento o la dissoluzione di ogni conflitto in una Unità superiore, onnicomprensiva. Che poi questo tentativo si riveli alla lunga impossibile e destinato a entrare in crisi, come dice Laclau, non contraddice il fatto che, comunque, questa è la sua intenzione iniziale. Questa unità immaginaria diviene propriamente un Mito, raccolto intorno all’avventura epica di un eroe e del suo Nome. Preciso: quando dico che un movimento politico agisce in forma mitica, non dico che sia una sciocchezza o una comparsata: può avere invece effetti pratici enormi, incalcolabili, come mostrano i movimenti populisti del Novecento.
L’errore capitale di Rivoluzione civile è stato di voler fare concorrenza ai grillini sul loro stesso terreno, dotandosi di un capo carismatico (carismatico?) e però mantenendo in piedi la struttura partitica: offrendo per di più un surrogato poco efficace di unità populista, riassumibile nell’idea della lotta giudiziaria alla corruzione, toccasana del debito pubblico e di tutti i mali del capitalismo (mentre la corruzione è una logica conseguenza della società spettacolare, del dominio dell’economia finanziaria, della sua teologia del danaro).
Come dicevamo, gli elementi incompatibili provvisoriamente raccolti nell’unità mitica del populismo tendono a separarsi, il conflitto delle parti divergenti riappare abbastanza rapidamente, alla prima prova di governo (come è accaduto per es. a Giannini e all’Uomo Qualunque). A meno che non intervenga un ulteriore elemento materiale, un cemento supplementare, che finora non abbiamo considerato e che è quello anticoloniale. Se il nemico esterno è reale, se funge da collante antagonista, se pone davvero in secondo piano i conflitti interni (per es. quelli tra capitale e lavoro) e li subordina alla lotta centrale contro il colonizzatore, allora il movimento populista e il suo capo possono durare relativamente a lungo, perché non si richiamano più solo a una ragion d’essere immaginaria ma ad una motivazione in qualche modo reale e materiale. Così è accaduto, per esempio, al primo nazionalismo arabo di Nasser, o al peronismo contro gli Inglesi, e forse anche al Chavismo contro gli Americani. Naturalmente occorrerebbe un’analisi caso per caso, certo non si può parlare genericamente di fascismo o di caudillismo per fenomeni così diversi, che non sempre assumono la forma della dittatura e che coesistono a volte con una forte radicalismo sociale.
Il Movimento 5 stelle ha qualche motivazione di questo tipo? E’ presto per dirlo, però un suo abbastanza scoperto antieuropeismo corrisponde alla degenerazione recente dei rapporti tra Europa del Nord ed Europa mediterranea: non c’è in tali rapporti qualche venatura neocoloniale? Di tutto ciò occorre tener conto quando pensiamo a un’alternativa al grillismo, a un soggetto diverso da esso, che agisca nella crisi attuale dello Stato nazionale e del parlamentarismo, riprendendo in mano le fila del conflitto sociale.
Per le ragioni che ho sopra detto non ho votato alle ultime elezioni per il Movimento 5 stelle (per nessun altro del resto): a mio avviso esiste una differenza specifica tra la sua concezione di unità popolare e ciò che intendiamo per democrazia insorgente. D’altra parte è impossibile ignorare la confluenza nel movimento di Grillo di domande che sono nate nell’ultimo decennio entro i movimenti sociali (solo che appunto queste domande sono accolte più o meno leggermente deformate, sviate in senso populista, e non considerate sullo sfondo reale dei conflitti sociali ed economici capitalistici). Penso quindi che col Movimento 5 stelle ci debba essere un dialogo critico, il più ampio possibile, soprattutto con i suoi militanti: ma al contempo questo va fatto conservando un’identità e una cultura propria, riconoscendo la differenza e la specificità di quello che intendiamo per democrazia insorgente, parti sociali, conflitto tra di esse.
Nell’autunno dello scorso anno circolò nel sito di Democrazia Km Zero la proposta di una federazione o di una costituente dei movimenti di territorio e per i beni comuni. Molti di noi, me compreso, obiettarono che non c’erano tempi sufficienti per arrivare alle elezioni nazionali con un soggetto politico costituito in questo modo, che avrebbe richiesto numerose riunioni e un grande lavoro preparatorio. Probabilmente era vero, però il risultato è stato la delega a Rivoluzione civile, ai partitini e a Ingroia di rappresentarci, con risultati – come sappiamo – molto deludenti. Io credo che quel progetto di costituente o di costituzione vada ripreso, che si debba aprire nel modo più ampio ai movimenti di territorio e per i beni comuni, abbandonando al loro destino i piccoli partiti della sinistra radicale, e il loro -per così dire- populismo imperfetto.
Questo è il testo base dell’intervento di Mario Pezzella al convegno Semina tenutosi il 16 marzo scorso a Senigallia e organizzato dal sito Democrazia Km Zero sulla situazione postelettorale.

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