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Pasolini, gli anni Sessanta e l'attualità di certe situazioni / 1

In tempi di acuto scontro sulle culture giovanili e d’incomprensione perfino dei linguaggi, tra movimenti e istituzioni ( Bartleby insegna), un’acuta riflessione di Aldo Tortorella, nell’ambito del convegno svolto a Bologna su “Pasolini e gli anni Sessanta”: le conseguenze degli errori commessi dalla sinistra nel rapporto con la questione studentesca, posta lucidamente da Pasolini, approfondisce il nesso tra economia, potere e democrazia: la visione della storia come semplice processo lineare e la negazione del pensiero critico, alla base dell’oblio della memoria e della negazione della realtà.
di Aldo Tortorella
Caro Terzi,
un antipatico malanno di stagione – e dell’età – mi impedisce di essere oggi con voi. Me ne dispiace molto perché lo desideravo sia per l’interesse dell’argomento e la qualità dei relatori sia perchè condivido il metodo e il merito della iniziativa così come tu li esponi nella introduzione che ci hai inviato. Il metodo, innanzitutto, che – com’è ovvio – è sostanza in se stesso. Ho sempre pensato, come tu dici, che l’oblio del passato così come la sua contemplazione nostalgica hanno il medesimo effetto di impedire una visione critica della storia – nel caso: della nostra storia – e dunque una analisi degli errori compiuti, con il risultato fatale di una loro ripetizione peggiorativa.
E concordo anche nel merito che, se non ho letto male, è quello di considerare determinanti gli anni 60 del secolo scorso, segnati dalla guerra del Vietnam, dai tentativi di rinnovamenti falliti in URSS con la deposizione di Krusciov e negli Stati uniti con l’assassinio di Kennedy, meglio riuscito nella Chiesa cattolica con Giovanni XXIII, e dal tentativo cecoslovacco soffocato con la violenza di una società socialista diversa da quella sovietica. Anni aperti, in Italia, dal moto antifascista e giovanile del 1960 e chiusi dalle lotte del movimento studentesco e di quello operaio del 68-69 sicchè è giusto chiedersi come mai gli slanci e le speranze della generazione che allora giungeva da protagonista nel conflitto sociale e politico abbiano visto un esito tanto amaro.

Tu ricordi l’analisi di Pasolini intorno al significato contraddittorio del moto studentesco del 68 che parve a lui destinato ad aprire la strada , come poi è effettivamente avvenuto, ad una modernizzazione consumistica e individualistica priva di regole e di cura per l’altro piuttosto che ad un autentico cambiamento del modello sociale. Si trattò in effetti, tu ricordi, di un movimento che ha lasciato una positiva spinta antiautoritaria e che si caratterizzò per l’attenzione alla centralità del lavoro e per la forte richiesta di partecipazione ma che ci ricorda anche come la negazione lasciata a se stessa e cioè priva di capacità costruttiva finisca con il contraddire le medesime premesse di mutamento donde nasce, per sfociare piuttosto nel suo opposto.
Trovo sostanzialmente giusta questa analisi che richiama quella di Pasolini allora largamente invisa a sinistra, ma non inascoltata da Berlinguer e alcuni tra noi. Anche perciò, sia detto in parentesi, volemmo, nell’incomprensione di molti, che l’addio a lui fosse, come fu, solenne e marcato dal nostro riconoscente omaggio – in quella piazza memorabile per il rogo di Giordano Bruno.
Tuttavia, a me spetta dire non degli errori del moto dei più giovani cui accenna Terzi , ma degli errori dei più anziani tra cui ero anch’io. A me sembra un poco limitativo e troppo generoso pensare che, in sostanza, l’errore di fondo sia consistito in una adesione alla filosofia della storia , ad una storia intesa come processo lineare verso il cosiddetto progresso. Ripensando in questi anni a quelli passati mi è parso di capire, come ho avuto occasione di dire e di scrivere, che, sfortunatamente, l’errore sia stato molto più al fondo e che esso in varia forma continui – seppure con opposti svolgimenti – nei vari campi in cui si è sempre più venuta lacerando la sinistra.
A me sembra che il vero problema fosse e sia nel fatto che l’isolamento del tema proprietario, dal lato dell’economico, e del tema del potere, dal lato del politico, dal contesto sociale in cui – per usare i vecchi termini – struttura e sovrastruttura si sovrappongono, come vide Gramsci, in un intreccio inestricabile abbia comportato un così grande immiserimento dell’analisi da lasciare la sinistra, tutte le sinistre, prive di parola quando accade, come accadde anche in Italia, che si esca dall’arretratezza e si entri nel modello del capitalismo sviluppato – sia pure esso senile e declinante come quello che vediamo bene ai giorni nostri.
Ciò che provocò la incomprensione verso Pasolini e la sua analisi fu che i giovani protagonisti di quel movimento non pensavano di rappresentare una mera negazione ma ritenevano di essere portatori di una proposta, mentre invece i loro rimproveri, spesso giusti, al Pci, avvenivano in nome di una astratta purezza delle origini, quando era proprio nel mancato sviluppo delle intuizioni originarie che si doveva cercare il motivo della progressiva attenuazione o scomparsa della volontà di trasformazione sociale da parte delle sinistre. La persistente polarità tra una negazione totale, priva di costrutto e di consenso, e l’accettazione acritica delle cose come stanno, forte di consenso ma con contenuti illusorii, ha proprio, mi sembra, origine in una fragilità o in una assenza per gran tempo di un pensiero capace di far progredire la conoscenza della realtà in trasformazione per poterla modificare.
Anche questa fragilità o quest’assenza, però, devono essere spiegate. Non è accaduto per caso che vi sia stato un blocco nella evoluzione della cultura dell’ala della sinistra che si riteneva rivoluzionaria, che fu quella rappresentata dalla terza internazionale e dai suoi critici di sinistra oltre che dai partiti che ne scaturirono, diversissimi o contrastanti tra di loro, ma segnati indubbiamente dalla originaria appartenenza o, all’opposto, dalle originarie contrapposizioni.
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