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Il futuro del Manifesto: il litigioso crepuscolo dell'Isola comunista

di Pierluigi Battista
Ma che succedeal manifesto? Certo, la crisi, l’amministrazione controllata, la liquidazione, il rischio concreto della chiusura: i drammi che si trascinano dietro il momento più delicato della vita di un giornale, la possibile estinzione di una testata prestigiosa che dal 1971 è stata un pilastro del giornalismo politico italiano di sinistra. Ma quali sentimenti e risentimenti scorrono, quando in uno psicodramma collettivo si legge su quel giornale che «ci suona pretestuosamente polemico il riferimento di Valentino Parlato al commento nel quale citavamo l’articolo di Rossana Rossanda»? Oppure, sempre nell’articolo a firma della direzione del giornale composta da Norma Rangeri e Angelo Mastrandrea, si recrimina perché è stato faticoso «fisicamente e psicologicamente, lavorare senza poter contare sulla solidarietà esplicita di persone che hanno fatto la storia del manifesto»?
Siamo all’accusa di diserzione, o poco ci manca. Ma con un ammirevole esercizio di glasnost, le colonne del manifesto sono diventate in questi giorni lo scenario di un conflitto durissimo. Alla vigilia di scelte drammatiche. A poche ore da soluzioni che potrebbero essere traumatiche, la discussione in quel giornale-simbolo ha preso una piega emotivamente terribile. Con tensioni che non risparmiano i pilastri del gruppo storico, da Rossana Rossanda a Valentino Parlato, che del manifesto sono stati l’anima e il motore per oltre quarant’anni. E tutto all’aperto, senza attenuazioni diplomatiche, senza reticenze.

«Voler far passare il documento di Rossana Rossanda come la linea del giornale quando si sa che alle assemblee del collettivo il suo documento è stato citato da alcuni ed è stato accolto nell’indifferenza generale, ha provocato la giusta reazione di Rossana. E la mia», scrive Parlato. Che aggiunge, attribuendo la crisi mortale del giornale non a una generica «crisi dei giornali»: «Il giornale ha perso la fisionomia che aveva in tempi migliori». E i tempi peggiori sono in agguato: «A dicembre i liquidatori metteranno in vendita la testata e nessuno di noi ha i soldi per comprarsela. Forse ci sarà un padrone. Questo ancora nostro giornale rischia di scomparire in silenzio o di finire in altre mani».
È un pezzo di storia politica e culturale italiana che rischia la chiusura. Nato da un’eresia nel Pci, il manifesto non ha mai rappresentato una formazione monolitica. Il contrasto tra la sua natura giornalistica (sin dall’inizio difesa come una creatura delicata e vulnerabile da Luigi Pintor) e il suo legame con un partito, un progetto politico organizzato è sempre stato fonte di lacerazioni che dilaniarono il nucleo storico che aveva dato l’avvio alla rivista, che era stato radiato dal Pci e che poi ha fondato il «quotidiano comunista» nell’aprile del 1971. Ci sono state scissioni, abbandoni. Scontri epici tra generazioni diverse. Conflitti tra chi voleva che il giornale non si chiudesse nella fortezza ideologica e che si aprisse ai linguaggi della modernità e chi invece, pur provenendo da un’esperienza eretica o come tale vissuta dentro il grande corpo del Partito comunista, non ha mai inteso rinunciare alla pienezza dell’espressione «comunista», anche nella sua accezione più conservatrice.
Un’esperienza politica che nasce come critica a una delle pagine più tragiche del comunismo realizzato, «Praga è sola» dopo l’invasione sovietica nel ’68, ma che si ostina a stare orgogliosamente «dalla parte del torto» anche se le bandiere del comunismo mostrarono tutte le macchie nella Cina maoista, nella Cuba castrista oltreché nell’Est europeo liberato dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica.Eppure ora si nota un’asprezza di toni come non si era mai vista nemmeno nei giorni di più acuta tensione interna. Molte volte il manifesto è stato finanziariamente sull’orlo del tracollo e sempre alla fine è riuscito ad andare avanti (con un Valentino Parlato acuto stratega del fund raising del giornale).
Ma adesso che lo spettro della fine effettiva si profila con una concretezza angosciosa mai sperimentata prima, sembra che il tappo della solidarietà elementare tra compagni e colleghi stia saltando. È un momento più che difficile, che merita rispetto. Ma l’acrimonia che traspare tra le righe segna il tramonto di una famiglia politica. Per Rangeri e Mastrandrea non «tenere conto del fatto che i giovani non sanno neppure cosa voglia dire comunismo significa attardarsi in una lotta politica minoritaria». E poi scrivono, come a prevenire eventuali obiezioni sulla durezza delle argomentazioni, sugli attacchi personali che avvelenano i rapporti in un collettivo che sembrava collaudatissimo: «Immaginiamo che la nostra risposta e lo scritto di Valentino Parlato non saranno una piacevole lettura per molti di voi. Avevate pensato che il manifesto, nonostante le difficoltà, fosse unito nella lotta per le magnifiche e progressive sorti della sinistra? Non è così».«Non è così», seccamente. Vi eravate forse illusi che nel «quotidiano comunista» dove vige il principio egualitario della parità degli stipendi, la prospettiva della fine possa essere vissuta con spirito fraterno? Disilludetevi al più presto.
Anche perché non c’è tempo e a giorni si capirà se il manifesto sopravviverà, se avrà un nuovo «padrone». Ha scritto Rossana Rossanda nel corso di questa diatriba feroce e tragica: «La discussione sul manifesto è partita male. La prima domanda non è di chi è, ma che cos’è il manifesto». Una crisi di identità devastante, e non solo una crisi del suo assetto. Una storia che ha trascinato via in questi anni molti dei suoi protagonisti ma che adesso rischia di chiudere i battenti nel peggiore dei modi. Con il coraggio della trasparenza e dei conflitti aperti e non nascosti. Ma con contraccolpi distruttivi. Dalla parte del torto. Ma con molte ragioni.
Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera il 26 ottobre 2012

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