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Suicidi in carcere: una strage silenziosa tra sovraffollamento e assenza di speranze

di Francesca Mezzadri
L’ultimo a Bologna nel 2011 è stato Wadih Said, per inalazione di gas: era il 4 dicembre e aveva 34 anni. Era nella sezione comune della Dozza, carcere di Bologna, ancora in attesa di giudizio, eppure si vede che lui una decisione l’aveva già presa. Wadih Said è solo uno dei 66 detenuti che nel 2011 si è ucciso nelle celle italiane: a pochi interesserà sapere la sua storia e anche la sua sorte non sorprenderebbe più di tanto visto che “se è in carcere un motivo ci sarà, evidentemente ha fatto qualcosa, perché perdere tempo con questa gente quando là fuori ci sono altri problemi?”
È un pensiero comune a molti, e non solo è superficiale, ma anche sinonimo di disattenzione civile, scarsa umanità e causa di molti mali della nostra società. E invece basterebbe partire proprio da questi dati per capire meglio: nel 1990 erano “solo” 23 le persone che si sono uccise in carcere, nel 2012 (da gennaio a ottobre) sono già 48. In base al dossier Morire di carcere che riporta i dati degli ultimi anni del Dipartimento di Amministrazione penitenziaria, rielaborati dal centro studi Ristretti Orizzonti, il numero dei morti nelle carceri italiane sembra quasi aumentare di anno in anno: 123 nel 2007, ben 186 nel 2011. Di questi ultimi, 66 sono suicidi accertati – è difficile “accertare un suicidio”, come spiega chiaramente lo stesso Dossier visto che se una persona muore nell’ambulanza o in ospedale non viene sempre considerato atto suicida.
Ma basta con i numeri, poniamoci invece una domanda: perché? Sono sicuramente le condizioni di vivibilità del carcere e il sovraffollamento che in questi anni hanno raggiunto picchi clamorosi, i fattori scatenanti, anche se non gli unici: esiste infatti una relazione tra sovraffollamento delle carceri e frequenza dei suicidi. Nel 2011 i 6 istituti penitenziari dove il tasso di sovraffollamento è maggiore alla media nazionale (già alta del 150%) sono anche quelli dove si è registrato più di un suicidio: Torino, Padova, Genova, Bologna, Cagliari, Castrovillari.

E in generale negli istituti penitenziari italiani più affollati si contano più suicidi anche nel corso degli anni. Secondo uno studio condotto dall’Istituto nazionale francese di studi demografici nel 2009 in Europa, l’Italia è il paese con il più alto scarto di suicidi tra cittadini carcerati e liberi: questo vuol dire che in carcere da noi i suicidi sono circa 9 volte più frequenti (in Gran Bretagna 5, in Francia 3, in Germania 2), ovvero ci si uccide molto di più in carcere che altrove.
Certamente, l’affollamento, la mancanza di spazi, di intimità, le scarse condizioni igieniche sono fattori importanti e che possono essere la causa di tutto ciò. Ma non è solo questo. Analizzando meglio i dati, il dossier mette in luce che sono soprattutto i giovani adulti a togliersi la vita (nel 2011 l’età media dei suicidi è 37 anni, nel 2010 quasi 20 tra di loro avevano meno di 30 anni) e lo fanno spesso nei primi 6 mesi di detenzione. Si tratta di persone con imputazioni non gravi, rinchiusi per reati minori o perlopiù in attesa di giudizio come Wadih Said. E se fosse vero che è la disperazione – ovvero la totale assenza di speranza – a portare al suicidio, non si spiega perché le vittime siano proprio loro: i giovani con più probabilità di uscire.
Infatti non è il senso di colpa a uccidere e neanche la “disperazione”. Secondo una ricerca condotta nel 2002 da Luigi Manconi (Così si muore in galera. Suicidi e atti di autolesionismo nei luoghi di pena, in “Politica del diritto”, A 2002) lo dimostra non solamente la tipologia di vittime, ma anche alcuni episodi degli anni passati. Dal 1990 i suicidi sono aumentati e in soli dieci anni il numero è più che triplicato. Nel 2001 è stato l’anno del cosiddetto “Mancato Giubileo” dei detenuti, ovvero una promessa di amnistia-indulto da parte del Governo e della Chiesa, promessa che aveva generato molte attese ma che poi non è mai avvenuta. E proprio in quell’anno il numero dei suicidi ha subito un’impennata (69 suicidi).
Tra le vittime si registrano soprattutto giovani, stranieri, chi una possibilità l’avrebbe ancora potuta avere. Era forse il modo di gridare e “reagire” ad un’aspettativa delusa? Secondo Manconi il suicidio ha rappresentato, in questi casi, la sola voce di chi, nei fatti, non aveva più voce. A fare scattare la molla non è stata l’assenza di un futuro o la prospettiva di assenza di un futuro, ma “l’incapacità di vivere e organizzare il presente”.
Paradossalmente un malato terminale ha più forza per affrontare il presente e questo grazie alla rete di relazione e affetti che lo può tenere ancora in vita. Quella stessa forza che manca ai giovani detenuti, spesso stranieri, spesso ancora in attesa di giudizio definitivo, che appena giunti in carcere vengono più facilmente isolati, o non riescono a comunicare con l’esterno e difficilmente all’interno della nuova struttura dove esistono regole e gerarchie sconosciute soprattutto ai più deboli.
“Chi si trova privato della possibilità di disporre al presente della propria vita, non può fare altro che decidere della propria morte” scrive Manconi. A non farcela anche oggi sono soprattutto le persone più fragili, chi già fuori viveva in una condizione di emarginazione sociale. D’altronde, se un tempo venivano rinchiusi in carcere soprattutto i “criminali professionisti” che tenevano in conto questa eventualità, oggigiorno sono soprattutto gli emarginati, i poveri, i piccoli criminali, gli “ultimi”, chi non ha la possibilità di avere sostegno, quelli a finire dietro le sbarre. E poi il sovraffollamento, le precarie condizioni di vita, la scarsità del personale nelle carceri fanno il resto.
Sarebbe necessario un investimento di strumenti, risorse, personale e competenze. Un sostegno terapeutico per i nuovi arrivati, un serio percorso riabilitativo, la possibilità reale di una rieducazione. Con la circolare del 2008 sulla Prevenzione dei suicidi e tutela della salute dei detenuti e con le attività di riabilitazione, spesso volontarie, portate avanti dalle associazioni, qualche passo in avanti è stato fatto, ma ora che le carceri straripano, spesso mancano soldi, energie e persone.
E poi ci siamo anche noi, cittadini “liberi, che tendiamo a voler rimuovere tutto ciò che ha a che fare con la colpa, come se non ci dovesse e potesse riguardare. Per questo le carceri sono spesso al di fuori dai centri cittadini, per questo sui giornali i detenuti che si sono uccisi non hanno nomi ma solo colpe da scontare. Gli unici nomi sono quelli di direttori di carceri che lamentano scarse risorse, di agenti che hanno tentato di salvare i detenuti, di assessori che si dispiacciono. La nostra società è diventata sorda alle storie scomode di chi ha avuto una vita difficile e si è macchiato di colpe. Questo però non deve bastare a fermare la voglia di confrontarci, costruire insieme, sperimentare, avviare progetti per il “bene” di tutti.
Un’occasione per parlare di carcere senza nascondere la testa nella sabbia, può essere la V Giornata nazionale dell’informazione dal e sul carcere organizzata a Bologna all’interno del progetto Cittadini Sempre, venerdì 26 ottobre a partire dalle ore 10,30 (all’Auditorium della Regione Emilia-Romagna, viale Aldo Moro 18).

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