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Il futuro del Manifesto: il circolo di Bologna, per ricominciare va recuperato uno spirito eretico

In più occasioni ci è stato chiesto di esprimerci non solo su “di chi è il Manifesto” ma anche su “che cosa deve essere il Manifesto“. Proviamo a farlo, concentrandoci su alcuni punti che riteniamo fondamentali per definire il progetto politico di un Manifesto (in)possibile.
Condividiamo le analisi che leggono, nella gestione della crisi da parte degli stati e degli organismi internazionali, il disegno di attuare una ristrutturazione del sistema capitalistico di libero mercato a spese del lavoro e del sistema di protezione sociale conquistato nei decenni passati, mettendo in atto una lotta di classe del capitale contro il lavoro di un’asprezza che non si vedeva da tempo. Le ricette imposte per uscire dalla crisi, a cominciare dal pareggio di bilancio nella Costituzione e dal fiscal compact, da un lato riducono la sovranità nazionale, rendendo irrilevanti gli esiti del voto popolare e conducendo gran parte delle società esposte, in particolare nel Sud dell’Europa, verso un disastro sociale che può mettere a rischio la tenuta stessa della democrazia; dall’altro riproducono verso l’esterno l’allargamento della forbice tra ricchi e poveri, aumentando le distanze tra i paesi “sviluppati” e quelli sempre più martoriati da condizioni di vita insostenibili per la grande maggioranza della popolazione.
Per questo, un’alternativa allo stato di cose presenti, in direzione anticapitalista, non può oggi che svilupparsi su un campo – politico, sociale, economico e sindacale – che abbia una dimensione quantomeno europea, ma che deve tendere a superare anche questa scala. In questa dimensione il Manifesto deve (ri)trovare una sua ragion d’essere, ricucendo i fili delle analisi e delle proposte e dando voce a lotte e azioni di cambiamento che giungono da ogni lato del pianeta.

Abbiamo la necessità di una visione e di un’azione globale: il gemellaggio con Le Monde Diplomatique va già da anni questa direzione, non solo col mensile ma con gli Atlanti che si sono succeduti, fino al più recente che – in un periodo che è anche di crisi delle idee e dei fondamenti del pensiero di sinistra – articola in modo rigoroso una visione autonoma dal pensiero dominante nella scelta dei fatti presentati e nalla loro trattazione. È nel partecipare alla costruzione di questa “visione” , operando con una cadenza più fitta, valorizzando e riorganizzando la rete dei collaboratori esteri, traducendo riflessioni che compaiono su altri luoghi della terra, che vediamo una delle funzioni che potrebbe avere il Manifesto.
Ma una visione globale non può essere disgiunta da un’attenzione al locale, dal dare voce al “piccolo” di cui siamo immediatamente parte. In Italia, la discriminante non può essere che l’opposizione alle politiche portate avanti dal governo Monti, nel campo economico e del lavoro come in quello del cultura e del welfare. La situazione ci appare talmente tragica che non basta certo qualche emendamento o parziale revisione alle politiche fino ad ora condotte, è necessario rovesciare il tavolo e costruire una reale alternativa. Inoltre, nella riflessione sulla crisi italiana non può mancare l’analisi delle cause, anche remote, che hanno condotto all’attuale situazione di debilitazione politica: già Enrico Berlinguer nel 1981 indicava nella “questione morale” la degenerazione in atto del sistema dei partiti, che si andava compiendo nell’occupazione dei gangli dello Stato, da allora moltiplicati per estendere il saccheggio.
Sotto questo versante oggi siamo all’epilogo di un processo di consunzione istituzionale: la risposta antipolitica non è una soluzione ma non si può scambiare per la causa, occorre una riforma del sistema dei partiti che ancora non si profila all’orizzonte. D’altro canto, i vincoli imposti dagli organismi europei e la convinzione, da più parti segnalata che, nell’assenza di uno schieramento alternativo in grado di puntare al governo del paese, qualunque sia la compagine che uscirà vincente dalle prossime elezioni continuerà le politiche di Monti, sembrano consegnare quel che resta della sinistra a una sicura marginalità: in questo contesto il Manifesto ci sembra più che mai chiamato alla sua funzione storica di strumento di formazione politica e culturale e di agente di collegamento tra realtà diverse che, sia a livello locale che internazionale, cercano di resistere e propongono progetti, azioni e forme di organizzazione alternative al sistema capitalista.
Cosa e di chi debba essere il Manifesto, non può restare una discussione sommessa per addetti ai lavori, o peggio ancora un confronto tenuto a porte chiuse: nessun altro tipo di lettore coltiva verso il proprio giornale un senso di appartenenza che altri pagherebbero per ottenere (anche quando non lo compra per ragioni che andrebbero indagate più e meglio di quanto viene fatto). I circoli, con tutti i loro limiti, rappresentano uno spaccato di questa realtà: generosamente e disinteressatamente si stanno impegnando per contribuire a salvare il Manifesto e con questo scopo hanno avanzato la proposta di una proprietà collettiva. Non è di una divisione azionaria che parliamo, ma di un progetto di trasformazione che punta a creare un’identità culturale ed aziendale più evoluta, ricca e democratica: per questo i temi della proprietà collettiva del Manifesto non sono disgiunti dalla discussione su cosa dovrebbe essere il Manifesto, anzi vi sono indissolubilmente collegati.
Se vogliamo che il Manifesto sia di nuovo quello che ha segnato gran parte della nostra vita, uno strumento indispensabile di lotta politica giorno per giorno, bisogna aprirsi a quella immensa domanda di informazione ed elaborazione politica e programmatica di cui c’è tanta necessità. Con il dovuto rispetto alla quarantennale storia di questo giornale, alle donne e agli uomini che l’hanno fatto e a tutti quelli (e sono ancor di più) che sono cresciuti politicamente con esso, nella piena consapevolezza della gravità della realtà che ci circonda, invitiamo il collettivo a risuscitare lo spirito eretico e ad avere il coraggio di mettersi in discussione: il Manifesto – certo trasformandosi – deve ripensarsi quale “forma originale della politica” che è stata, ed è, la sua ragion d’essere. Soltanto tornando a essere il lievito di un movimento reale capace di modificare lo stato di cose presenti, possiamo ridare significato a quell’aggettivo “comunista”che campeggia ogni giorno sulla testata.
Bisogna essere realisti e volere l’impossibile.
Circolo il Manifesto Bologna

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