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Per chi suonano le campane

Il Movimento 5 Stelle vince nei ballottaggi a Parma e Comacchio con percentuali bulgare (anzi, emiliane). A Budrio Pierini la spunta per pochi voti. Qualcuno non ha imparato la lezione.
L’analisi del voto di Silvestro Ramunno.

Correva l’anno 2004. Si racconta che un autorevole dirigente dei Ds emiliani commentò: “Se non ci diamo una mossa, qui arriva Sergio e ci porta via anche i mobili…”. Il Sergio di cui sopra era Sergio Cofferati, allora fresco ex segretario della Cgil dei tre milioni in piazza per difendere l’articolo 18 e leader in pectore del Correntone che si preparava a dare battaglia all’interno del partito. Ora la preoccupazione si chiama Beppe Grillo. Oppure Movimento 5 Stelle, se qualcuno prima o poi si prenderà la briga di fare qualche analisi su quel movimento andando oltre al faccione e alle facili e virulente sparate del leader: un comico ma anche uno dei pochi “politici” che, oltre a non essere mai andato a Porta a Porta, è anche capace di riempire le piazze, non solo quelle virtuali.
La preoccupazione nel Pd deve essere forte se anche le elezioni a Budrio, che dovevano essere una passeggiata in pianura, sono diventate una scalata pirenaica con successo al fotofinish. Il candidato 5 stelle Antonio Giacon, in quindici giorni ha più che raddoppiato i voti (da 1.983 a 4.338). Giulio Pierini ha sostanzialmente confermato i voti del primo turno (da 4.528 a 4.595). Il risultato di Budrio è la prova che il “buon governo” dei comuni emiliani non basta più ad assicurare il consenso alla sinistra. A Budrio, a differenza di molti altri Comuni dove sono stati schierati candidati indigesti all’elettorato, il Pd si è affidato ad un candidato giovane, forse il meno ortodosso tra i papabili alla carica. Pierini ha 34 anni, ha alle spalle un lungo cursus honorum nel partito, ma solo chi non lo conosce lo può paragonare ad un tetro funzionario di partito di altri tempi. Berlusconi direbbe che ha il quid e quando si vince per una manciata di voti non si può non tenerne conto. Nel risultato di Budrio hanno influito fattori molto locali (le biomasse nelle valli di Benni anche se Budrio ha una centrale in pieno centro abitato e nessuno se ne è mai lamentato) ma non si può ignorare la dinamica nazionale.

Comacchio e Parma sono lì a due passi, due città che hanno due cose in comune: erano amministrate dal centrodestra, erano commissariate dopo che i sindaci sono stati costretti ad accomodarsi alla porta con ignominia. Hanno in comune anche il clamoroso rigore a porta vuota sbagliato dal Pd (“abbiamo non vinto”) e il fatto di essere le prime città di questa regione ad essere amministrate da sindaci a 5 stelle. Il risultato di Parma è quello più clamoroso (è un po’ come la vittoria di Guazzaloca nel ’99, quando sotto le Torri arrivarono anche i giornalisti dal Giappone). Parma è una città che ha detto no ad un intero sistema politico e non solo alla parte che l’ha condotta sull’orlo della bancarotta finanziaria. La sinistra non può accontentarsi di quell’abbiamo non vinto a Parma, perché proprio da quella città è partito uno dei più grandi terremoti (perdonateci l’immagine) della politica emiliana. Nel ’97 quegli stessi elettori voltarono le spalle al candidato di centrosinistra Lavagetto, premiarono il non ortodosso Mario Tomassini e spianarono la strada al decennio di Ubaldi. “Abbiamo imparato la lezione di Parma”, era il leitmotiv tra i big dell’allora Pds emiliano-romagnolo. Poi venne il ’99 e la caduta del muro di Bologna, la vittoria berlusconiana nel 2001: nella vita capita di perdere, forse quella lezione non era stata compresa fino in fondo.

Qualche ultima considerazione: il Movimento 5 Stelle, che è populismo, antipolitica, politica o altra politica (toccherà ai sindaci farci capire cos’è con atti di governo) è forte nei territori in cui c’è forte coesione sociale e alta partecipazione alla vita politica. L’Emilia-Romagna è territorio fertile per il grillismo, per questo si può dire tranquillamente che la prossima battaglia campale sarà quella per la presidenza della Regione Emilia-Romagna dopo Errani (non è detto che si voti nel 2015). Se Grillo guarda a Berlino, Favia e gli altri pensano a viale Aldo Moro. A livello nazionale invece la sinistra dovrà fare i conti con un movimento che ha saputo crescere anche facendo battaglie “di sinistra”, vedi i referendum sull’acqua e sul nucleare, e che ha affinità con quei sindaci alla De Magistris (quelli che vincono) proprio sul tema dei beni comuni, forse il tema più grande con il quale la sinistra italiana si dovrà confrontare nei prossimi anni.
Nelle elezioni a doppio turno, si dice che il primo serve a scegliere e il secondo a eliminare. Queste elezioni hanno avuto il merito di chiarirci chi hanno scelto gli elettori, candidati anche di rottura capaci di incarnare il rinnovamento tenendo a distanza i partiti tradizionali, e chi vogliono eliminare: l’elenco è facile.
Ps: Chi ha avuto la pazienza di arrivare fin qui non ha letto nulla su terzo polo, Lega o Pdl: che c’è da dire?

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