“A nome del governo italiano ho appena formalmente chiesto all’Alta rappresentante Kaja Kallas di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri Ue l’adozione di sanzioni contro il ministro per la sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir per gli inaccettabili atti compiuti contro la Flotilla, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani”.
La linea esplicitata il 21 maggio su X dal ministro degli Esteri Antonio Tajani dopo il noto video non è “solo” quella della mela marcia. C’è qualcosa di più omissivo.
Pur di non riconoscere il problema sistemico che investe Israele, si gira la faccia di chi guarda verso il polo “estremo”: Itamar Ben-Gvir, lo spauracchio, il violento, l’infimo, il capo dei “coloni violenti”. Quanta polvere di ipocrisia possono sollevare 70 secondi condivisi sui social.
Poco o nulla si dice del perenne Stato di eccezione che prescinde da Ben-Gvir, della condizione disumana vissuta dai palestinesi -fuori o dentro le carceri-, minori o adulti, per non parlare del colonialismo da insediamento che si protrae da 80 anni e che produce l’apartheid e il genocidio (il professor Nicola Perugini lo descrive con precisione da anni).
Si censura la “mela marcia” per salvare il “cesto”: scambi commerciali, accordi di cooperazione, import, export e transito di armi, favoreggiamento e copertura diplomatica del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania.
Non solo. Il governo che oggi dice di aver “chiesto formalmente” all’Unione europea di colpire Ben-Gvir è lo stesso che tra 2023, 2024 e 2025, solo per citare il periodo più recente, ha puntualmente ostacolato l’attivazione anche di minimi pacchetti di sanzioni. Che infatti sono inchiodati a livello comunitario a 14, tutti verso persone fisiche e zero verso aziende israeliane: due irrogati nel 2023, 11 nel 2024, uno solo nel 2025. Il tutto in pieno genocidio a Gaza e pulizia etnica in Cisgiordania.
Ma c’è un’altra cosa che il ministro Tajani si guarda bene da dire: Itamar Ben-Gvir andrebbe arrestato e processato presso la Corte penale internazionale. Sarebbero pronti i mandati di arresto verso di lui, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e un terzo esponente politico, a sottolineare come sia ormai buona parte dell’esecutivo sotto indagine e perciò le condotte politiche e militari governative, non qualche caso isolato.
Quando a fine 2024 il Tribunale dell’Aia ha spiccato mandati di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant (l’ex ministro della Difesa), la risposta degli Stati Uniti nei confronti dei giudici che si erano permessi di indicare il re nudo è stata violenta.
A partire dal febbraio 2025, tramite uno dei primi ordini esecutivi firmati da Donald Trump, i giudici “responsabili” di aver attentato alla “fiorente democrazia” (sic) israeliana sono stati iscritti nella blacklist dell’Office of foreign assets control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro americano. Sono stati tagliati fuori dal circuito finanziario internazionale, condannati a far scattare alert antiriciclaggio e con la vita rovinata (si leggano le testimonianze del giudice francese della Cpi, Nicolas Guillou, tra i colpiti dall’ordine esecutivo della Casa Bianca).
In quello stesso “programma” è stata inclusa nel luglio 2025 anche la Relatrice Speciale Francesca Albanese, rea di aver fatto i nomi delle imprese, banche, assicurazioni, fondi pensione, università coinvolte prima nell’economia dell’occupazione e poi in quella del genocidio. La Relatrice Onu è stata rimossa dalla “SDN List” dell’Ofac il 20 maggio di quest’anno, a seguito della sentenza di un giudice federale (Richard Leon, Washington) che ha dato torto all’amministrazione Trump.
Gli Stati Uniti continuano in ogni caso a utilizzare questo manganello nei confronti di chi denuncia i crimini israeliani. Quanti sanno ad esempio che il 19 maggio il Dipartimento del Tesoro ha incluso nelle liste Ofac Saif Abukeshek (sequestrato da Israele a maggio insieme a Thiago Ávila), Hisham Mahfuz, Mohammed Khatib e Jaldia Abubakra Aueda, accusandoli di “sostenere finanziariamente Hamas” e aver messo su una “Flotilla filoterrorista”?
Sull’illegalità di simili iniziative il governo di cui Tajani è anche vicepresidente del Consiglio non ha detto una parola e soprattutto non ha mai “chiesto formalmente” che l’Unione europea attivasse uno strumento di cui già dispone per neutralizzare gli effetti più nefasti della sanzioni trumpiane contro la Corte penale internazionale (e non solo). Si tratta del Regolamento 2271 del 1996 (“Regolamento di blocco”), introdotto 30 anni fa proprio per proteggere singoli e aziende dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni imposte da Paesi non europei, Stati Uniti in particolare (nel 1996 Washington colpiva Cuba, Iran e Libia, la solita storia).
L’ultimo aggiornamento a quel Regolamento risale al 2018: perché non ampliare il novero degli atti normativi extraterritoriali elencati ai quali si applicano le misure di protezione di cui al regolamento includendo il draconiano “pacchetto Trump” che colpisce i giudici “non allineati” della Corte penale internazionale?
La Commissione europea, cui spetta l’iniziativa sul Regolamento, latita. Quando gliene abbiamo chiesto conto nel settembre 2025, a seguito della denuncia in Parlamento fatta dalla Relatrice Albanese sugli effetti delle sanzioni sulla sua vita quotidiana, la risposta del portavoce degli Esteri di Bruxelles fu imbarazzante: “L’Unione europea monitorerà le implicazioni dell’ordine esecutivo”. Vuota circostanza, la stessa di Tajani e del governo italiano. Il cesto è salvo?
Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 25 maggio 2026