Europa, liberarsi dal ricatto del debito

di Guido Ortona /
21 Settembre 2026 /

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1. Premessa

Il grafico che segue (tratto da G. Guzzi, Eurosuicidio, Fazi, 2025) illustra “meglio di mille parole” la situazione in cui si trovano oggi l’economia (e quindi la società) dell’Italia.

A partire dall’adozione dell’euro l’Italia entra in un sentiero storicamente divergente da quello dei paesi con i quali ci confrontiamo; un sentiero, tra l’altro di stagnazione di lungo periodo, con un’elevata probabilità destinato a diventare di recessione. Come ben spiegato nel testo di Guzzi, la causa di ciò sono proprio i vincoli imposti dall’euro. Questo ci porta al punto fondamentale di questo testo. Siamo di fronte a una scelta molto difficile: continuando su questa strada, l’Italia è condannata a un progressivo declino; ma uscire da questa strada implica una rottura dei vincoli imposti dall’euro. In questa nota sosterrò che la seconda strada è quella giusta, soprattutto per chi si professa di sinistra, e che il conflitto con l’Europa che ne consegue può essere gestito da posizioni di forza – in altri termini, può essere vinto. Prima di entrare nel merito, è utile ricordare che il suggerimento di obbedire ai diktat dell’Europa perché non farlo creerebbe dei problemi è un discorso logicamente incoerente, se questi problemi non vengono confrontati con quelli ai quali si andrebbe incontro se invece si obbedisce.
Apriamo una parentesi sull’inattendibilità delle spiegazioni del declino dell’Italia proposte da chi cerca di escludere il ruolo dell’euro. Una delle più diffuse è quella della scarsa produttività mediadelle nostre imprese, come risulta dai dati ufficiali e anche dalla figura che segue, tratta ancora da Guzzi (p. 29).

Chiamare in causa la produttività implica suggerimenti più o meno espliciti del tipo di “bisogna allentare i vincoli sulle imprese” o “rendere il lavoro più flessibile” eccetera. Tuttavia, la produttività media delle imprese italiane con più di venti addetti è in realtà più alta di quella francese o tedesca; e lo stesso vale per le imprese con meno di venti addetti. Come si spiega allora il trend della figura che precede? Con il fatto che le imprese piccole sono ovviamente meno produttive di quelle grandi, e che a partire di nuovo più o meno dall’avvento dell’euro la dimensione media delle imprese italiane è progressivamente calata. Ho aperto questa parentesi per sottolineare come non ci si può fidare della narrazione corrente dei sostenitori del consenso neoliberista. Infatti, i dati sulla produttività media che ho citato sono dati ufficiali (OCDE), disponibili a chiunque voglia sottoporre a verifica un luogo comune. Ne consegue che proposte a prima vista strane, come quella di cui diremo, non possono essere respinte a priori sulla semplice base del “senso comune” dei media e degli “esperti”.
In questo testo si sosterrà, coerentemente con quanto sopra, che se vogliamo fermare il trend di declino del nostro paese dobbiamo spezzare i vincoli europei, e che questo è possibile. Prima di entrare nel merito di come fare, è bene sottolineare ciò che molti a sinistra sostengono senza però di solito trarne le dovute conseguenze: e cioè che le politiche neoliberiste europee non sono un errore, ma sono dovute da una parte alla difesa degli interessi del capitale finanziario, scaricando sul settore pubblico i costi che ciò comporta; e dall’altra alla difesa dell’industria tedesca contro quella di altri paesi, e in particolare dell’Italia (la cui industria manifatturiera è la seconda in Europa dopo la Germania). Non approfondisco questo discorso, per il quale rinvio ancora al libro di Guzzi (e ad altri, qualche accenno più sotto); mi limito a dire che il testo che segue è rivolto a chi ritiene che (a) i vincoli europei sono deleteri e (b) che non sono “errori”, ma scelte politiche che vanno contrastate.

2. Cosa vuole l’Eurocrazia

Nel suo Adulti nella stanza Yanis Varoufakis, un economista molto preparato e ministro greco delle finanze una decina di anni fa, racconta molto bene come le autorità europee fossero allora (e sono tuttora) tutt’altro che “tecniche”. La sostanza può essere riassunta da questo dialogo (p. 591): Varoufakis: «Dato che, come sembra, in una o due settimane non avremo soldi per pagare il Fondo Monetario Internazionale o per pagare pensioni e salari, cosa mi consigli di fare?». Klaus Regling (direttore del Fondo per i Salvataggi dell’Eurozona, inizialmente FESF e poi MES): «Sospendi il pagamento di tutte le pensioni». Cosa che Varoufakis non fece, e il resto è storia, una pagina di storia molto triste per la sinistra.
È questo un punto molto importante per questo scritto, perché ci conferma che l’Europa non sta sbagliando, ma come dicevamo sta attuando una politica specifica. Quanto sopra è spiegato molto bene da Alessandro Volpi, in un intervento del maggio 2026 sul sito L’Antidiplomatico (poi ripreso da sinistrainrete.it), Cosa accadrà all’Italia in autunno con la “dottrina Dombrovskis”. Fra altre cose molto interessanti, egli scrive che la politica Dombrowskis-Von der Leyen prevede espressamente il ristagno dell’economia europea, e prevede di affrontarlo con politiche deflazioniste. Si tratta di un’eresia dal punto di vista teorico, che richiede quindi una spiegazione; Volpi scrive che «il sospetto vero è che l’austerità punti alla distruzione degli Stati sociali per costringere la popolazione europea a destinare tutti i suoi risparmi alla finanziarizzazione della Borsa americana dove stanno arrivando le tre operazioni del secolo, la quotazione di Space X, Anthropic e Open Ai, per cui serviranno 5000 miliardi di dollari».
Quanto sopra ha alcune conseguenze. Sul piano reale, il problema è come fare a fermare quella politica (ce ne occuperemo più sotto). Sul piano del dibattito politico, rende irrilevante (o volutamente fuorviante) la divisione fra “europeisti” e “sovranisti”: entrambi i termini sono privi di significato, se non si specifica a quale Europa e a quali necessità dell’Italia si fa riferimento (curiosamente, anche a sinistra vi è chi pensa che bisogna accettare qualsiasi cosa dall’Europa, perché altrimenti si è “sovranisti come Salvini”, salvo magari auspicare “l’Europa dei popoli”. È una posizione grottesca, perché delega a Salvini di decidere cosa deve pensare la sinistra sull’Europa). Infine, rende futile l’idea di ricorrere a degli “invece”, come “ridurre invece drasticamente l’evasione fiscale”, “introdurre invece una robusta tassa di successione”, “razionalizzare invece la pubblica amministrazione” eccetera. Tutto giusto, ma solo se omettiamo la parole “invece”: qualsiasi economista sa che queste operazioni renderebbero poco, e ancora meno in presenza di una Eurocrazia intenzionata a indirizzare gli eventuali guadagni verso i mercati finanziari mondiali.

3. Il circolo vizioso del ricatto finanziario

La convinzione di Regling di potere imporre a Varoufakis quella scelta nasceva dall’esistenza di un circolo vizioso del debito molto ben spiegato da Clara Mattei nel suo Fuga dal Capitalismo (Fuori Scena, 2a ed., 2026). Si tratta di questo. Immaginiamo un paese nel quale le entrate fiscali siano 100, ma le spese dello Stato siano 110, delle quali 105 sono le spese necessarie (in gergo, “primarie”) e 5 sono le spese per interessi sul debito. Supponiamo che imponendo i “necessari sacrifici (lo chiedono i mercati)” riesca a portare le spese necessarie a 102, e quindi quelle totali a 107; dovrà chiedere 7 in prestito in aggiunta al debito preesistente. La riduzione delle spese porta al rallentamento (o al ristagno, o peggio) dell’economia, quindi a una riduzione delle entrate, mentre il nuovo prestito farà aumentare la spesa per interessi, e quindi farà ridurre ulteriormente quanto disponibile per le spese primarie. Queste dovranno essere ulteriormente ridotte, ma di solito ciò non basta, e quindi occorrerà espandere ulteriormente il debito, e si torna all’inizio. La soluzione di destra, apparentemente inevitabile e presentata come tale “per motivi tecnici” o “per non spaventare i mercati”, è naturalmente ridurre sempre di più la spesa pubblica per continuare a pagare gli interessi, tendenzialmente fino alla sua scomparsa. Come spiega bene Mattei, questo circolo vizioso è molto diffuso a livello mondiale; e a prima vista è ciò che è successo e sta succedendo in Italia, però con una differenza fondamentale. Infatti, nel caso dell’Italia il deficit non è dovuto al fatto che le entrate non coprono le spese necessarie, ma al fatto che le entrate non coprono le spese dovute agli interessi sul debito esistente e agli obblighi di rientro dal debito fissati dall’Europa. Per tornare all’esempio di prima, un deficit di 5 potrebbe risultare dal fatto che le entrate sono 100, le spese necessarie 95, ma il costo dell’interesse è 10. Quindi se si smettesse di pagare il servizio del debito non solo si sfuggirebbe al ricatto, ma si avrebbero ipso facto più risorse da destinare alle spese necessarie.
Naturalmente ciò creerebbe dei problemi; ma abbiamo visto più sopra che questo non basta a respingere questa ipotesi, occorre confrontare questi problemi con quelli che conseguirebbero dal continuare così. In questo intervento si suggerirà una politica praticabile che dovrebbe rendere conveniente il rifiuto del servizio del debito.

4. L’Italia e l’attivo primario

Quando il governo di un paese incassa da tasse, imposte e contributi più di quanto spenda per le spese necessarie, si dice che in quel paese si ha un avanzo o attivo primario. L’Italia è appunto in queste condizioni; non solo, ma questa è una situazione anomala rispetto ad altri paesi – il che forse contribuisce al fatto che molti “esperti” esterofili non ne colgano in pieno le potenzialità. Qualche dato può essere utile. Nel 2025 l’avanzo primario dell’Italia è stato di circa 20 miliardi (0,8% del PIL), e il deficit complessivo di circa 80 miliardi, pari al 3,1% del PIL. L’avanzo primario è destinato a crescere: per il 2029 si prevedono 60 miliardi, il 2,4% del PIL. Si tratta di 60 miliardi sottratti alle spese normali dello Stato, con inevitabili conseguenze sull’andamento del PIL e quindi che propiziano il “ricatto di Mattei”. 
Ora, contrariamente al luogo comune dell’Italia “cicala” contro le formiche del nord, l’Italia è un paese estremamente “virtuoso” riguardo alla sua spesa pubblica. Dal 1991 al 2025, con le uniche eccezioni del 2009 (crisi dei subprime) e degli anni della pandemia l’Italia è stata sempre in attivo primario (il che implica una sottrazione cumulata totale all’economia normale vertiginosa); e questa è un’anomalia rispetto ai paesi con cui ha senso confrontarsi. La Francia ha un disavanzo primario (le spese per usi normali superano le entrate) pari al 3,7% del PIL, ed è stato in avanzo primario solo per 4 anni dal 1995; la Germania ha un disavanzo primario pari al 2,20% del PIL ed è in disavanzo primario costante dal 2020, e in previsione almeno fino al 2029; il Regno Unito è costantemente in disavanzo primario dal 2008 (oggi, 2025, è pari all’1,4% del PIL); e così via. Il motivo dell’anomalia italiana, naturalmente è il tentativo di rientrare nei vincoli europei, e questo tentativo, come abbiamo visto, è una fatica di Sisifo.
L’arma del mancato rinnovo del debito è quindi, nel caso dell’Italia, un’arma spuntata. Lo è anche l’altra arma utilizzata nel caso della Grecia, quella della minaccia del blocco dei crediti a breve da parte della BCE nei confronti delle banche, che in tal modo si sarebbero trovate prive di liquidità (il ministero di Varoufakis aveva comunque elaborato delle efficaci contromisure). Infatti attualmente l’esposizione delle banche italiane verso la BCE è minima, meno di dieci miliardi a fronte di un valore complessivo dei depositi di più di 1800 miliardi.

5. Che fare. Una proposta

La sinistra deve rifiutare il ricatto del debito. La sinistra vincerà le elezioni del 2027 – ammesso che le vinca, cosa tutt’altro che certa – promettendo un rilancio dello Stato Sociale e norme sui salari. Mantenere queste promesse sottraendo decine di miliardi all’anno all’economia reale non è possibile. Nel 2022 il rispetto dei vincoli europei ha fatto vincere Meloni; la prossima volta potrebbe fare vincere Vannacci. Si deve quindi proporre una politica di rottura con quel vincolo. Una possibilità, naturalmente, è il ritorno alla lira. È questa la proposta di Gabriele Guzzi, che nel suo Eurosuicidio spiega in modo convincente come ciò comporti seri problemi, ma sia comunque preferibile al rimanere sulla traiettoria attuale. Qui di seguito suggerisco un’altra possibilità, che a me sembra più praticabile, e che tra l’altro non implica l’uscita dall’Euro. Eccola.
A) I titoli del debito pubblico vengono trasformati in titoli a lunghissima scadenza, per esempio 50 anni rinnovabili, o addirittura in perpetuity, un titolo senza scadenza. Una piccola parte del PIL, diciamo lo 0.5%, potrà essere utilizzata ogni anno per rimborsare il debito, su richiesta del titolare – che come vedremo probabilmente non ci sarà.
B) Il valore dei titoli viene indicizzato all’inflazione. Questo fa sì che il rapporto debito/PIL rimanga costante, e che il valore reale non si riduca. Attualmente invece si riduce: il rendimento medio dei BOT è inferiore, sia pure di poco, al tasso di inflazione.
C) Eventualmente, lo Stato potrà pagare comunque un piccolo tasso di interesse, diciamo un altro 0.1% del PIL.
Chi compra titoli di Stato italiani non lo fa per farseli rimborsare alla scadenza e lucrare sugli interessi. Chi vuole guadagnare sull’investimento finanziario investirà su altri titoli. L’acquisto di BOT e affini da parte di un soggetto normale ha tipicamente due scopi: proteggere il risparmio e avere a disposizione un titolo facilmente vendibile. Entrambe queste caratteristiche saranno esaltate dal piano qui proposto. Il titolo diverrà solidissimo, dal momento che il rischio di default non c’è più, e la protezione è totale, in quanto è indicizzato all’inflazione. Questo renderà il titolo molto vendibile sul mercato secondario.

6. Cosa scrivere nel programma?

L’adozione da parte dell’Italia della politica qui suggerita causerebbe qualche difficoltà ad altri paesi, e ancora più alle carriere dei “cattivi” del libro di Varoufakis. Causerebbe anche delle perdite alle banche; o meglio ai banchieri, perché le banche perderebbero bensì dei profitti ma senza correre il rischio di fallire (ma questo è un altro discorso). Le prime sarebbero molto probabilmente limitate, le altre assai meno. In ogni caso, questo fa sì che la semplice minaccia di adottarla, purché credibile, obbligherebbe l’Europa ad accettare praticamente qualsiasi cosa chieda l’Italia. Nel programma per la sinistra quindi andrebbe scritto quanto segue: Il Governo si impegna a ottenere in tempi molto brevi dall’Europa una modifica del Patto di Stabilità e Crescita tale da far sì che le regole di esso non ostacolino lo sviluppo dell’economia reale; e ad adottare in piena autonomia le politiche necessarie qualora questa condizione non venga soddisfatta. Questa formulazione è compatibile con altri tipi di intervento, orientati verso la monetizzazione o la cancellazione del debito, o verso il controllo dei movimenti di capitale. Proposte molto interessanti, che però implicano un accordo con la BCE e la Commissione; mentre probabilmente sarà necessario un intervento d’imperio.

* È il testo preparato per la voce “Europa e Debito” del progetto di elaborazione di un programma gestito da Dario Bevilacqua per La Officina dei Saperi.

Questo articolo è stato pubblicato su Volere la luna il 17 settembre 2026

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