Karl Marx, che amava spiegare l’economia attraverso la letteratura, riportò nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 un passo potente del Timone d’Atene di William Shakespeare. Sono parole che raccontano molto di più dei miti del “sacro metallo” – oggi tornato alla ribalta – da Re Mida a Paperone. Dice Timone: “Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso? No, o dèi, non sono un vostro vano adoratore. Ce n’è abbastanza per far nero il bianco, brutto il bello, ingiusto il giusto, volgare il nobile, codardo il coraggioso. Avanti, o dannato metallo, tu prostituta dell’umanità che rechi discordia tra i popoli…”. Parole che evocano la forza simbolica dell’oro e il dominio che il metallo giallo ha esercitato sull’immaginario collettivo per secoli.
Eppure, nonostante il fascino millenario, la vera natura del denaro è fiduciaria: il valore non risiede nel metallo, ma nella fiducia sociale, nella comunità che accetta la moneta come mezzo di scambio e unità di conto. La storia dimostra che la legittimazione del denaro proviene sempre dalla società, più che dal valore intrinseco.
L’oro, affluito massicciamente dalle Americhe, conquistò per secoli una posizione dominante. La svolta decisiva si ebbe con la nascita della Bank of England, nel 1694: un gruppo di mercanti e finanziatori raccolse capitali in sterline d’oro e metallo prezioso e li mise a disposizione della Corona. In cambio, la Corona concesse alla nuova banca il privilegio di emettere banconote, di fungere da agente finanziario dello Stato e di collocare le emissioni del Tesoro. In questa operazione nacque l’embrione del patto, destinato a durare secoli, tra riserve reali, fiducia pubblica e diritto di emissione. Quel nesso tra “riserve” e “circolazione” si sarebbe poi evoluto nel gold standard dell’Ottocento (un sistema monetario in cui il valore di una valuta è fissato a una quantità specifica di oro, rendendola convertibile in oro e limitando l’emissione di moneta) e avrebbe continuato a influenzare la pratica delle banche centrali fino al XX secolo.
Nell’Ottocento, vinto il bimetallismo e ridimensionato l’argento, l’oro divenne la garanzia delle banconote che circolavano in quantità crescente; ma la convertibilità rigida imponeva limiti all’espansione monetaria proprio quando gli Stati avevano bisogno di liquidità per industrializzazione e conflitti: il gold standard funzionava in pace, molto meno nelle emergenze. La Prima guerra mondiale e il Dopoguerra portarono un cambiamento radicale: i forzieri delle banche centrali iniziarono a riempirsi anche di valute forti – sterline e dollari – divenute ancora più decisive del metallo. A Bretton Woods, nel 1944, dopo la Seconda guerra mondiale, l’oro riuscì a sopravvivere come garanzia indiretta del dollaro, fissato a 35 dollari l’oncia, ma la pressione sulla convertibilità per mano di De Gaulle crebbe fino alla rottura della parità nel 1971, voluta da Richard Nixon. Da quel momento l’oro smise di essere l’ancoraggio del sistema monetario internazionale, pur continuando a fungere da bene rifugio e riserva strategica. La liberalizzazione degli anni Settanta e Ottanta, segnata dal vertice di Rambouillet, spostò poi l’attenzione verso strumenti di credito e valute, relegando l’oro in secondo piano.
In un mondo multipolare, in cui il dollaro diminuisce di forza simbolica e politica, l’oro riemerge come bene neutrale, universale e non soggetto a decisioni sovrane esterne
La crisi finanziaria del 2007-2008 ha rappresentato un punto di svolta. Non ha generato immediatamente una corsa all’oro, perché i mercati hanno cercato per anni di ricostruire fiducia nella finanza e nelle banche. Ma sotto la superficie iniziava a formarsi un cambiamento strutturale, reso evidente dagli acquisti crescenti delle banche centrali. Dal 2010 gli acquisti netti d’oro hanno ripreso continuità, ma è dal 2022 che emergono volumi eccezionali: nel 2022 gli acquisti netti hanno raggiunto 1.136 tonnellate, il livello più alto dal 1950; nel 2024 si sono attestate intorno a 1.045 tonnellate, consolidando una serie di tre anni con livelli superiori alle mille tonnellate annue, ben oltre la media del decennio precedente. L’ammontare complessivo delle riserve auree ufficiali è salito così a circa 36-36,5 mila tonnellate, valori che riportano l’oro a un ruolo primario nella protezione patrimoniale degli Stati.
Le ragioni di questo ritorno dell’oro sono molteplici. La prima è la de-dollarizzazione strategica: molti Paesi, soprattutto fuori dal blocco euro-atlantico, vogliono ridurre la propria vulnerabilità politica e normativa nel detenere riserve denominate in dollari. Le sanzioni finanziarie, incluso il congelamento delle riserve russe nel 2022, hanno mostrato che la detenzione di dollari o titoli americani non garantisce sempre sicurezza; l’oro, invece, è immune da blocchi e ritorsioni se custodito nei forzieri casalinghi. A ciò si aggiunge la svalutazione del dollaro: nell’anno in corso il biglietto verde ha perso circa il 9-10% del suo valore rispetto a un paniere di valute. Questa erosione mina la sua attrattiva come riserva di valore.
Un altro fattore è rappresentato dal neo-isolazionismo americano e dal ritorno dei dazi. Se gli Stati Uniti importano meno, immettono nel mondo una quantità inferiore di dollari. Meno dollari circolanti all’estero significano meno riserve in dollari accumulate dalle banche centrali di altri Paesi, con un incentivo a diversificare verso l’oro. Questo effetto è particolarmente rilevante per i Paesi emergenti, che acquisiscono oro non solo come bene rifugio, ma anche come segnale politico di autonomia monetaria.
L’oro dunque torna non per nostalgia del passato, ma per prudenza e per strategia. Non rappresenta un nuovo gold standard – anche se l’entourage trumpiano lo ha spesso vagheggiato – , ma una forma di assicurazione geopolitica e finanziaria contro instabilità, svalutazione e arbitrarietà delle politiche monetarie. In un mondo multipolare, in cui il dollaro diminuisce di forza simbolica e politica, l’oro riemerge come bene neutrale, universale e non soggetto a decisioni sovrane esterne. Proprio come suggeriva Shakespeare, ripreso da Marx, il metallo giallo resta un riflesso dei rapporti di potere, della fiducia e delle paure che attraversano la storia. E oggi, più che mai, la sua resurrezione racconta la fragilità dell’ordine monetario globale. Qualche governo, tra quelli dei Paesi più indebitati, come Italia e Usa, può anche pensare di raccogliere qualche sorso dal fiume in piena di questo movimento storico: ma rivalutare l’oro nelle casse delle banche centrali ai prezzi di mercato e pensare di venderlo non è una operazione istituzionalmente possibile e, a conti fatti, neanche tale da risanare i conti pubblici.
Questo articolo è stato pubblicato su Rivista Il Mulino il 16 dicembre 2025