“Per una nuova speranza dotata di forza”. Riflessioni sul recente saggio di Gianfranco Nappi

di Sergio Caserta /
7 Luglio 2026 /

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Il recente contributo di Gianfranco Nappi, “Per una nuova speranza dotata di forza. La china da risalire a sinistra” (2026), pubblicato nella collana Pensare il Mondo della rivista Infiniti Mondi affronta la crisi contemporanea della sinistra internazionale, a partire dal nodo cruciale del rapporto tra frantumazione della classe e frantumazione della soggettività politica. Di seguito, alcune riflessioni originali sul testo di Sergio Caserta.

Thomas Malthus, alla fine del Settecento (guardando da conservatore alla Comune di Parigi), ritenne che la sovrappopolazione fosse la principale minaccia per l’economia, e che avesse condotto alla rivoluzione in Francia, paese che, in quel periodo, era il più popoloso d’Europa e rappresentava l’intero Occidente. Da qui il termine “malthusiano” per indicare politiche di pianificazione demografica.  

Con l’industrializzazione è nato il conflitto di classe, che per due secoli ha regolato l’economia e la società. 

Oggi, come scrive egregiamente Gianfranco Nappi, stiamo assistendo invece alla frantumazione della classe lavoratrice e, come sentenziato dal miliardario Warren Buffett, negando la vulgata liberal: “la lotta di classe esiste, e noi l’abbiamo vinta!”, titolo di uno dei celebri libri di Marco Revelli.  

Ma in questi trent’anni è stata denegata da tanti oracoli del cosiddetto riformismo. 

Nel frattempo, la quota del capitale che concorre alla formazione del reddito nazionale, costituita da profitti industriali, rendita fondiaria e affitti, unitamente ai guadagni di borsa, è cresciuta progressivamente e si è concentrata in modo sempre più marcato, mentre i salari reali sono diminuiti, aumentando il divario, in questo l’Italia in prima linea.  

Le svolte reazionarie nelle masse, l’affermazione di populismi, sovranismi e razzismi, con l’attuale profonda crisi delle nostre democrazie, hanno origine da ciò. 

L’ingresso dei nuovi protagonisti economici sulla scena mondiale, con la Cina in prima linea, seguita da India, Indonesia, Brasile, ecc., è un nuovo fattore di squilibrio economico e geopolitico, a cui Trump sta cercando di contrapporre, una dissennata politica di potenza militare e ideologica. 

 In questo nuovo disordine mondiale, che secondo la profezia di Francesco ci sta conducendo alla terza guerra mondiale a pezzi, non intravediamo la luce in fondo al tunnel della sinistra. Ci sono stati dei sussulti, ma non una vera ripresa. 

Per dirla con Aldo Schiavone, la sconfitta storica e definitiva, proclamata con la caduta del Muro di Berlino e il dissolvimento dell’URSS, era già cominciata all’indomani dei processi di decolonizzazione, quando si percepiva che le nascenti società del Terzo Mondo non proseguivano lungo il percorso intrapreso verso il socialismo, ma venivano sempre più attratte e risucchiate dallo schema del capitalismo selvaggio: Vietnam, Indonesia, Egitto e Paesi arabi per fare degli esempi.x 

La crisi del movimento dei non allineati ne certificava la fine. 

Noi, Occidente ed Europa, non siamo riusciti nemmeno a mantenere la nostra cara socialdemocrazia e, nel volgere di meno di vent’anni, allo sbocciare del nuovo millennio, abbiamo gettato tutto alle ortiche, inseguendo un capitalismo delle opportunità, figlio della globalizzazione, rappresentato della trilaterale progressista Blair, Clinton e D’Alema, precipitata nella guerra dei Balcani e in quella all’Iraq. 

 In casa nostra, il lascito di Ingrao contenuto in “masse e potere”, la socializzazione della politica e l’allargamento della base di partecipazione, come ultima speranza di un possibile rinnovamento della politica, furono offuscati dal “partito leggero” e dal maggioritario di Occhetto e Veltroni, intrapresi con la svolta della Bolognina, partita da sinistra e finita inesorabilmente a destra (condividemmo con Nappi fin da subito l’opposizione alla svolta).  

Lo sradicamento identitario e culturale nel cupio dissolvi (Tortorella), la ricerca di un’identità indefinita, la svendita di una comunità di destino, il tentativo di sfuggire alle macerie di Mosca che non ci riguardavano da almeno trent’anni, grazie a Berlinguer, hanno distrutto l’humus di una cultura politica in cui, nonostante i molti problemi e il declino incipiente, ancora in quegli anni, si cercava di salvare il salvabile. 

Non dimentichiamo il contributo allo sfacelo fornito dai compagni che sbagliano, a colpi di P38, dell’album di famiglia di Rossana Rossanda. 

 Ora, mi sembra che dalla hybris capitalista siamo scivolati verso la società del Panopticon di benthamiana memoria, l’universo concentrazionario in cui tutto e tutti sono sotto controllo. La libertà è un fantasma junghiano e buñueliano, come la democrazia, che sbiadisce sempre di più. Chi detiene il potere, controlla questi big data, con tutte le informazioni che riguardano la vita di milioni di persone: orientamento politico, status economico, condizioni di salute, abitudini, viaggi, legami e chissà cos’altro. 

 Per dirla con Michel Foucault, “il potere non è un oggetto posseduto da uno Stato o una classe (visione macrofisica), ma una rete pervasiva e dinamica di relazioni che attraversa tutto il corpo sociale”. Oggi, egli sarebbe sorpreso di quanto il suo pensiero sia pertinente, sebbene in una visione minimalista rispetto a ciò che sta accadendo.  

Venendo alla questione della classe, oggi ci sono 900 contratti collettivi nazionali di lavoro e, in una stessa azienda, possono coesistere decine di forme contrattuali diverse con diritti e salari differenziati, pur in presenza di mansioni analoghe. A ciò si aggiungono esternalizzazioni, delocalizzazioni, subforniture, reti d’impresa, franchising, lavoro a chiamata, ecc., che hanno frantumato l’unitarietà del mondo del lavoro. 

Se non si riparte da qui, in primis sul piano legislativo, come si può pensare alla ricomposizione di classe? È una nozione che va completamente ripensata; forse il termine “proletarizzazione” è quello che più rappresenta questa nuova condizione del lavoro. 

Consiglierei a tutti di vedere o rivedere Due giorni, una notte (titolo originale Deux jours, une nuit), un capolavoro del cinema sociale europeo diretto dai fratelli Dardenne. La protagonista (interpretata da Marion Cotillard) è un’operaia che scopre che i suoi colleghi hanno votato per il suo licenziamento in cambio di un cospicuo bonus aziendale. Ha a disposizione un solo fine settimana per rintracciarli e convincerli a rinunciare al premio di produzione per permetterle di mantenere il posto. 

Sono d’accordo che questi partiti non servono a niente, ammesso che intendessero affrontare il problema. Allora, chi dovrebbe farlo? Gianfranco descrive con estrema lucidità nel suo saggio, i riferimenti alla rete di esperienza, iniziative, associazionismo, movimenti che vivono e sopravvivono in questa oscura fase politica del mondo e del paese.  

Aggiungerei che il referendum recente, con la resuscitata e significativa, ma inattesa, partecipazione al voto di ampi strati sociali, soprattutto ma non solo giovanili, ha dimostrato che se c’è un obiettivo concreto e condivisibile, si mettono in movimento forze e componenti che altrimenti starebbero a casa. È il segno per gli attuali, o preferibilmente altri e nuovi, partiti, dell’opportunità, e della necessità di ristabilire una connessione politica, ma anche sentimentale con le masse. Mi ritorna in mente un’altra immagine di film recente, La grande ambizione, di Andrea Segre con uno straordinario Elio Germano, in cui si vede Berlinguer recarsi ad un comizio in un borgo romano ultrapopolare. Colpisce com’è ben ricostruito il rapporto organico tra partito e popolo. Il partito era degli operai non con gli operai ebbe a dire il nostro Tortorella.  

Lenin invece disse della Comune di Parigi, il primo grande tentativo di autogoverno socialista e libertario che l’aspetto più rilevante di quell’esperienza da cui i bolscevichi dovevano trarre l’esempio era organizzare e armare «tutti gli strati più poveri e sfruttati della popolazione» affinché fossero questi stessi a prendere nelle loro mani gli organi del potere statale e a formare nuove istituzioni. Si trattava, come aveva già scritto Marx, di «spezzare» la macchina statale presente, per «sostituirla con una nuova». A proposito di riformismo. 

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