Cercare l’umanità in mezzo all’inferno

di Loris Campetti /
29 Giugno 2026 /

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In mezzo all’inferno è un viaggio della disperazione e, contemporaneamente, un viaggio della speranza. Disperazione e speranza non sono termini antitetici, spesso si intrecciano e si alimentano, basti pensare ai milioni di migranti che fuggono da morte sicura dell’anima e del corpo cercando uno spiraglio, un pertugio, una possibilità di vita futura. Il nuovo romanzo di Sergio Sinigaglia è una fiction impietosa radicata nella realtà, quasi una cronaca dentro l’inferno che brucia valori e la stessa umanità. Insomma, racconta l’oggi. Ma Sinigaglia non si limita a mettere in scena la disperazione, fin dall’esergo propone al lettore le parole di Italo Calvino per spiegare il suo obiettivo: cercare l’umanità dentro un contesto disumano, “riconoscere – sono le parole di Calvino – chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Un migrante, una migrante nel libro, è costretto ad attraversarlo l’inferno, è dentro ogni maroso, ogni frontiera, ogni gendarme, deve schivare il razzismo, scavalcare muri e reticolati, rendersi invisibile. Se è fortunato può però incontrarla l’umanità dentro un diverso reticolo, un reticolo sociale che parla una lingua opposta a quella della politica e dei governi, la lingua della solidarietà e della condivisione. 

Per Sinigaglia il sociale è l’acqua in cui nuota da sempre, lo faceva da comunista con devianze anarcoidi, lo fa tutt’ora da anarchico con devianze comuniste. A volte viene da pensare che ami più gli animali che gli uomini, il vero protagonista buono del libro è un gigantesco cane di nome Geronimo, prima amato e poi rapito e sfruttato nell’inferno dei combattimenti gestiti dalla criminalità organizzata e infine di nuovo libero e amato. In realtà l’autore distribuisce il suo amore tra animali e umani, almeno quel pezzo d’umanità che sta dalla parte del torto, la migrante irregolare, il professore di italiano ridotto alla condizione di “barbone” zoppo, il volontario che abbandona la sua origine borghese per mettersi al servizio di chi, superati a fatica recinti e confini, lancia sos. Chiamare Geronimo il cane, per dirne una, è una confessione d’amore per gli apache. 

Buoni e cattivi si rincorrono In mezzo all’inferno dove i più fragili inevitabilmente vengono sospinti, e ne escono. Tanya dalla prostituzione, Bruno dal degrado e dall’alcol, Geronimo dalle guerre canine, ne escono con l’aiuto della sorte, della coscienza e della volontà, della solidarietà di un camionista, di un prete, di un centro sociale, di una prostituta involontaria. Il centro sociale non entra per caso nel libro, perché fa parte dell’impegno presente passato e futuro di Sergio Sinigaglia. 

Questo stesso libro, come le sue cronache e la sua stessa vita, fa parte di tale impegno. I lettori penseranno: perché ci parli più dell’autore che del libro? Semplice, perché bisogna leggere i libri e non i riassuntini del recensore di turno. E val la pena leggere In mezzo all’inferno, editore Pequod, perché è ben scritto, ben pensato, ti costringe a prendere parte, cioè a uscire dal recinto degli indifferenti. 

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