Mentre Ert in Arena del Sole, inizia la pur sempre interessante serie dei saggi teatrali degli istituti scolastici cittadini, si prepara per la nuova iniziativa di visite guidate agli angoli più reconditi dell’edificio, in verità vetusto e ricco in storie e Storia, ci consta di commentare la chiusa di questa stagione 2025-2026.
Una stagione ancora di transizione che dobbiamo dirci essere volata in un lampo e che ha saputo farci intravedere già linee di tendenza e conoscere o riconoscere gli artisti che in qualche modo sono considerati “residenti”, in produzione, di repertorio. Per fare affondi sia sulla nuova drammaturgia che sui grandi autori e padri fondatori della tradizione di innovazione italiana. Una missione complessa che richiede tanta applicazione di un metodo pedagogico e richiede in tempi di spending review e di contraddittorie spinte in tema di formazione e cultura, un approccio rigoroso, minimalista efficace.
Come quello per esempio mostrato con le mises en lecture di testi inediti, ad opera di attori professionisti motivati e competenti convintamente consapevolmente alla prova. La direzione artistica Digioia sa indubbiamente scegliersi alleanze e collaborazioni di valore a cominciare da quella con le riviste di settore e si spende equanimemente su Danio Manfredini, come sul tutoraggio per i giovani studenti. Apprendimento in postura di reciprocità, la parola d’ordine di questa grande festa teatrale durata mesi e che vuole fare sistema con tutto quanto i territori producono e fanno soprattutto circuitare. come sappiamo questo è il grande problema del teatro italiano. Ovvero la mancanza di un coerente assetto distributivo e la scarsezza di ambiti residenziali. O di scuole di alta formazione pubbliche accessibili adeguate. Ert si batte per un Teatro pubblico, che viene oggi anche investito di una missione di Cura sociale, davvero superiore alle forze di chiunque stante la pervicace politica di tagli di spesa che riguarda sia i servizi sanitari che il mondo della Cultura. Ma ritorneremo su questi aspetti a stretto giro. Intanto dobbiamo dire che le ultime cose viste sono state decisamente all’altezza delle aspettative e forse anche oltre, specialmente da un punto di vista strettamente drammaturgico e specialmente per la sottoscritta che non ha mai trovato la sua tazza di tè in messe in scena eccessivamente dialogiche e psicologiche, che possano far riferimento ad intrecci complessi di trama o di intimismo borghese. Ma ci sono sempre splendide occasioni dietro l’angolo per essere sorpresi, spiazzati, smentiti.
Intanto, cominciamo accennandovi comunque al sapiente lavoro, più al di fuori di queste caratteristiche che è quello di Fabrizio Gifuni, straordinario interprete a 360 gradi, ma anche in qualche misura autore e autore civile. Arena ha dedicato una sorta di speciale alle opere gifuniane più recenti che sono in realtà tutte opere di documentazione, smontaggio e rimontaggio, scarnificazione contestualizzazione e riappropriazione di fatti, figure, pezzi di storia, illuminazioni biografiche.
La sottoscritta purtroppo non ha potuto seguire tutto, ma per fortuna ho assistito al Male dei ricci, una dedica amorosa e sferzante a Pasolini certo, colto e riassunto in un iconico bianco e nero, uno scatto alla mostra del cinema di Venezia di “costume politico”, assieme guarda caso ad Aldo Moro, soggetto e oggetto di scavo e studio di lungo corso da parte del nostro, ma soprattutto alla città di Roma. A Roma Gifuni ci vive e ci sono vissuti e morti, per motivi e delitti politici che sono tutti inscritti in una sorta di progressione stragista, entrambi. Entrambi protagonisti e figure tragiche e dolenti nella loro diversissima e pur simmetrica inattualità, irreversibilità, in maniera quasi ossimorica, della cronaca di quegli anni.
Gifuni attacca spiegando alla platea un po’ tutte queste cose e dicendone a mo’ di talk molte altre di grande bellezza e accorata profondità sull’essere lì a Teatro, proprio il luogo migliore per parlare di politica, proprio il luogo dove si compie un sortilegio che avvince gli attori al pubblico e che rende quest’ultimo almeno per quel tempo sospeso, convenzionato per molteplici aspetti, una collettività. Non si poteva dirlo meglio ed è solo dopo questo essersi fatto Virgilio, per una sorta di viaggio negli inferi periferici che L’istrione Gifuni esce dirompente leggendo ed interpretando nella lingua sporcata, romanesca di Ragazzi di Vita, proprio loro, tutti loro. Vivi e morti dalla pagina e nella pagina, che ognuno dei sei capitoli del celebre libro si chiude con la resa alla morte di qualcuno di loro. Quasi che la loro vitalità così disperata nel contesto gramo e intriso di fragilità etica in cui vengono colti, chiedesse un pegno alla sorte.
Gifuni diventa il Riccetto e i suoi accoliti, ma anche le stanze, le strade, l’ansa del fiume, il lido ostiense così profeticamente potente ed è quasi come in controluce vedere la luce accecante e mediterranea di Camus, di Genet, di quella che oggi chiamiamo razzializzazione e colonizzazione. Difatti Gifuni inserisce anche uno stralcio da Ali dagli Occhi Azzurri, che già ascoltammo nell’altrettanto vibrante versione di Gabriele Portoghese qualche tempo fa.
E Gabriele Portoghese fa parte, guarda un po’ di questa sorta di coda di stampa. Quasi impossibile vedere il suo Preghierine, visto che Ert mantiene alta la fama di essere tra i nazionali forse al top degli sbigliettamenti e sicuramente in cima alla classifica del numero di abbonamenti giovani e visto anche che la sede delle Moline suggestiva e raccolta come piace al lirismo del nostro, ha una capienza assai ridotta. In compenso ci ha pensato Altre Velocità, gruppo di critica attiva e partecipata a organizzare nella sede di Polese un incontro con lui per discutere di senso del sacro quando scaturisce dal profano, ispirandosi ai versi di Baudelaire. Incontro che poi essendo presente Alessandro Berti, già protagonista insieme a lui di uno dei più toccanti lavori ospitati in stagione in Arena, quell’Atomica di Muta Imago, che si è rivelata essere una delle cose più toccanti e ficcanti vista quest’anno, si è rivelato essere un incontro su aspettative aspirazioni ispirazioni e responsabilità tra i diversi ruoli del fare teatro. Qualcuno potrebbe dirci infatti che un buon lavoro di bottega e di squadra rende tutte contributors, creators dell’opera finale. È stato molto bello vedere plasticamente una grande relazione di stima e affetto tesa come un arco verso il raggiungimento di un risultato. Gli appuntamenti di Altre velocità si stanno determinando come laboratori di entusiasmo e di pensiero in città. Ma veniamo a quella che posso definire scommessa per mia parte, ovvero la visione o meglio partecipazione a Circle mirror transformations, uno spettacolo appunto fittamente dialogico della durata di circa due ore filate che sorprende nella celebrazione più compiuta del gioco della finzione per umana verità e struggente consapevolezza. L’autrice vincitrice di Pulitzer Annie Baker giovane autrice americana di grande talento, confeziona una pièce teatrale di intensa temperatura e tenuta emotiva fatto che immunizza il testo dalla tentazione del “congegno”, ovvero di essere una macchina di incastri perfetti, o di sillogismi pirandelliani in salsa americana o una sorta di pochade a sliding doors.
Apparentemente sembra un gioco di teatro nel teatro, data l’ambientazione in un luogo non meglio identificato, sede di un laboratorio teatrale espressivo per aspiranti attori inesperti. Il seminario intensivo di sei settimane è condotto da una coppia di teatranti agé, che hanno attraversato la stagione del flower power, dell’alternativa, in cui tutto era possibile e che ora fanno i conti cercando di mantenere alta la loro dignità con un fuori in cui tutto è cambiato e che rischia di farli apparire due guitti. Tutto questo noi lo intuiamo, ricostruiamo, percepiamo tra le righe perché di fatto siamo in medias res dentro gli esercizi teatrali in cui bisogna lasciar fluire la respirazione, le emozioni e quant’altro.
A questo punto anche se alcun testo o autore viene citato eppoi realizzato, i due che potevano apparirci come sorta di Oberon e Titania persi dentro un sogno di mezza estate, cominciano via via a doversi ridefinire nei ruoli e nelle aspettative perché nel gruppo forse non casualmente di sei, c’è un elemento miccia che agisce da detonatore perché rotto dentro e in lotta per la sua stessa sopravvivenza identitaria e dunque pronto a tutto in questo senso. Pertanto, quelli che dovevano essere filtri, distacco, tra realtà e finzione diventano invece maschere di soggettività implose.
Lo spettacolo riesce in modo estremamente puntuale a rendere bene quello spazio di intimità a tempo, circoscritta in tutti sensi che si crea in tanti gruppi chiusi di varia natura e che in particolare rende metafora esistenziale quella sospensione di giudizio e di credulità evocata più sopra da Gifuni e che è propria della pratica teatrale meglio riuscita e più condivisa.
Questo lavoro in qualche misura avrebbe interessato molto anche Leo De Berardinis pur nella sua dimensione quotidiana e poco lirica e certamente si regge così saldamente perché la regia e il lavoro incredibile sugli attori vanno di pari passo. Si sa di Binasco essere molto bravo a formare e dirigere attori, ma qui data la sua stessa presenza in scena, il livello è davvero altissimo sia tra gli attori giovani che tra i senior. Se qualcuno dei più grandicelli tra voi avesse l’idea di una Pamela Villoresi come bella ragazza da sceneggiato oggi si direbbe serie televisiva, deve vederla qui: sempre bellissima ma in una interpretazione stupefacente in quanto attrice maestra guru formatrice di una sorta di terzo teatro talmente limitrofo ad altre discipline da far sbottare la giovane allieva furente perché credeva che si sarebbe messo in scena un qualche testo compiuto. Tutti i ruoli di questo spettacolo così verbale ma non verboso sono difficilissimi e sono risolti così bene perché a ciascuno viene dato modo di esprimere una soggettività che sia emblematica di una condizione e trascenda lo psicologismo spicciolo e il macchiettismo, trovando a tutti una caratteristica, un tic, una postura rappresentativa di un trattenere più che lasciare andare. Due su tutte Villoresi che sfoggia una cadenza teutonica dall’inizio alla fine, simbolo di un qualcosa di mai superato o anche notare come sia coreografato il personaggio della sua antagonista più giovane e scombinata. Si sa che l’indicazione sia stata di lavorare sul non detto dei personaggi e tutto questo attraversa il corpo degli stessi.
Ma la vita comunque è sempre un po’ un abbozzo incompiuto, uno scarabocchio di cui si comprende il senso troppo tardi, un bigliettino furtivo che non sapremo capire chi lo ha scritto e chi ce lo ha mandato e la distanza tra illusione e aspirazione è un soffio ed è questo che un finale da non spoilerare ci consegna. Lo spettacolo ha debuttato al Carignano di Torino, poi è stato battezzato al Piccolo prima di venire in Arena e se mai fosse ancora in tournée dovreste cercare di non perderlo.
E veniamo come ultimo, non in ordine di importanza per quanto mi concerne, a questo Confusioni da Alan Ayckbourn, per il gruppo di Teatro Salute, nella versione degli attori ormai professionisti diretti da qualche tempo da Nicola Berti, già assistente di Nanni Garella. Di considerazioni da fare ce ne sarebbero tantissime specialmente da parte mia che di diritti in Salute Mentale mi occupo da qualche tempo.
Tanto per cominciare, vi rimanderei in merito, all’articolo sul sito di Doppiozero dell’ottimo Massimo Marino, che questi percorsi segue dall’inizio e che ci rievoca i 25 anni di un esperimento di successo.
Un processo di rinnovamento indispensabile quando si è sulla breccia da tanto tempo, era già iniziato qualche tempo fa, quando Garella aveva iniziato a collaborare con la coreografa danzatrice attrice ”giapponese” totale Michela Lucenti. Oggi Nicola Berti sembra voler importare una freschezza swinging London a tinte acide e umorismo contenuto eppure corrosivo dei paradossi di classe, tra le fila dei suoi attori. Su Ayckbourn bisognerebbe dire che si tratta di uno dei più longevi e prolifici drammaturghi di area anglofona, tuttora vivente e rappresentativo dell’altra faccia della nuova drammaturgia condita di rabbia del dopoguerra inglese che scopre le sottoculture proletarie e giovanili rendendole a loro volta stilose, emancipate e sexy al di fuori di ogni ideologismo di marca continentale. La classe intesa nei suoi plurimi doppi sensi è al centro del codice espressivo che Berti ama perché evidentemente pone senza imbarazzi questioni di autoaffermazione, stigma, convenzioni e luoghi comuni che da sempre sono intrinseche alla discussione sul disagio e su benessere mentale, così indissolubilmente fatto pubblico e fatto privato. Questo Confusioni che funziona come una partitura ritmata con brio, ci presenta due quadri diversi e contigui per intreccio, in cui proprio viene messo alla berlina il concetto di privato. I panni sporchi forse si lavano in famiglia ma il rispetto delle stesse convenzioni sociali che lo vorrebbero, lo rende di fatto impossibile. Accade nel primo quadro che è una pochade a sangue freddo ambientata in un ristorante sciccoso, parodistica non poco nelle entrate e uscite dei poveri camerieri bistrattati dal notorio classismo britannico, in cui in pratica due coppie disfunzionali quanto basta, compresenti nella sala svelano ad alta voce le malefatte incrociate con effetto esilarante. Capita platealmente anche nella seconda situazione che riproduce con tanto di delizioso cinguettio di uccelletti e vocio di marmocchi in sottofondo un altro classicone british che è quello della scampagnata fuori Londra condita di merende e reverendi. Qui un segreto inconfessabile che darà la stura ad una serie di guai da non anticiparvi, verrà propalato en plein air per la goffaggine dei protagonisti, da un microfono lasciato aperto per testarlo e ritenuto viceversa chiuso.
Indimenticabile il momento del corto circuito che trasforma la tra tuoni e bombe d’acqua di ordinanza inglese, la madrina dell’infelice pomeriggio, non altri che una delle signore al ristorante precedente ispirata musa di un thatcherismo ante litteram mentre pontifica ispirata al microfono contro i laburisti, in una sorta di manichino elettrizzato punk uscito da una boutique Westwood. Insomma, da non perdere anche questo. Ormai dopo molte repliche di successo per questo lavoro riuscito, la stagione è finita, ma vorremmo augurarci venga ripreso perché, ammettiamolo, ridere di gusto di questi tempi dentro e fuori dai teatri non è così facile. Abbiamo molte ragioni per non riuscirci, ma evidentemente tanti buoni motivi in più per averne effettivamente un bisogno quasi vitale e questo è il secondo sottotesto che queste orchestrate confusioni ci consegnano con un garbo e un impegno che il pubblico, non soltanto addetti ai lavori, acchiappa al volo riservando pertanto ripetute ovazioni alla compagnia. Da sottofondo ammiccante le note di Maggie di Rod Stewart irrompono trascinando ritmicamente l’applauso. Una sensibilità pop spiccata sin dalle colonne sonore sembra la cifra stilistica prediletta da questo nuovo corso registico, che omaggia Kinks, Beach Boys e tanta bella produzione degli anni gloriosi di un secolo contraddittorio, tuttavia, meritorio per dissacrazione valoriale e deistituzionalizzazione ben concretizzate sul palco. Siamo stati bene insieme tutti quanti e per un’ora e mezzo senza respiro anche nei cambi scena: chapeau.
A questo punto vi avverto già che Santarcangelo, il festival teatrale Opera Prima di Rovigo, l’abituale lavoro di Gigio Dadina al Cisim di Lido Adriano, si profilano all’orizzonte insieme ad una interessante questione di social prescribing cui vi accennavo prima e che sta prendendo forma tra musei e performatività. Tutte cose di cui parlare, senza dimenticare l’ormai imminentissimo Biografilm festival.
Ma prima di arrivare a questo non posso chiudere che con un rapidissimo affondo sulle recenti sessioni convegnistiche denominate Negotiating boards through art., svolte in vari luoghi afferenti alla facoltà del Dams e condotte sotto la supervisione di Cantieri Meticci l’ensemble teatrale fondato un ventennio fa in tempi non sospetti ma già dentro fenomeni che oggi esplodono da tutte le parti da Pietro Floridia e dalla docente Rossella Mazzaglia. Si tratta in pratica degli esiti di un progetto finanziato da Unione europea e destinato a quanti hanno voluto cimentarsi nei mesi con pratiche ibridate e meticce di teatro con particolare attenzione a studenti di origine straniera percettori di borse di studio, rifugiati, attivisti. Dal 15 al 17 maggio in talks, spettacoli, conferenze, documentari e graphic novel, chiacchierate immersive dentro e fuori dall’ufficialità tra mattino e sera ben inoltrata, la tragedia palestinese è stata messa al centro di una riflessione sentita e serrata. Tutti noi abbiamo presente da reminiscenze scolastiche, la nota poesia di Quasimodo che ci interrogava, di fronte ai disastri delle guerre mondiali, con quel E come potevamo noi cantare, sulla legittimità o possibilità o pertinenza di poter trovare linguaggi espressivi all’altezza del disastro. Eppure, oggi dovremmo dirci che si quel lavorare sulle arti che corrono con i calzari alati oltre i confini, è più che legittimo, anzi doveroso, perché apre possibilità che la politica comunemente intesa non riesce forse più a intercettare, ma che formano parole di speranza perché resistenti. Particolarmente significativi nella prima giornata, più canonicamente divisa in panels, gli interventi di Shahram Kohsravi, antropologo, introdotto da Sandro Mezzadra, docente di Filosofia della Politica, a seguire il panel di Lorenzo Donati, che ha relazionato sulle metodologie di lavoro di A place of safety, spettacolo ormai di culto di Kepler 452. Nella seconda giornata estremamente significativo lo speech di Yana Meerzon dall’Università di Ottawa, ma anche la parte del leone pomeridiana di Marco Baliani che ha riproposto e riposizionato tutte le ragioni del suo Pinocchio Nero. Bello anche il panel di discussione seppur da remoto del fine pomeriggio con Dora Garcia da Oslo. a sera affascina la performance di Ofelia Balogun e intriga tanto da scatenare un dibattito appassionato fuori orario davvero tra pubblico, interpreti e discussant, l’evento performativo The Ignorant Master, sorta di gioco interattivo sull’intelligenza artificiale qui integrata nella rappresentazione teatrale, sebbene abitualmente essa sia vissuta come antitesi della pratica medesima. Gli autori sono tedeschi e si chiamano Gruppen Tag, dimostrano anche una grande profondità di riflessione in merito. Se tanta gente ha voglia sin quasi a mezzanotte di dibattere in lingua inglese senza interpretariato di sabato sera, forse possiamo mettere per un attimo tra parentesi l’immagine famosa del sonno della Ragione che genera mostri. La Ragione in un mix di opportuna passione politica domina anche la terza e ultima giornata: da queste parti la domenica non è consacrata al riposo e Mazzaglia gentile competente, disponibile instancabile conduce con maestria e padronanza fluente della lingua inglese una di quelle sessioni partecipative divise in tavoli di lavoro che per quanto le si voglia monitorare nei tempi, travalicano sempre ogni intenzione. Il che fare è tema dominante comune e tutti davvero avverto l’urgenza di declinarlo al meglio ma partendo da presupposti non coloniali e dall’idea di dover essere noi ad imparare dagli altri, dai diversi, da quelli che hanno tanti contenuti da esprimere e sono impediti in tutti i modi a farceli pervenire. Una attitudine sacrosanta dopo i fatti di Modena e di Taranto, non certo fuori, anzi esattamente inscritti dentro il perimetro di questo discorso di accessibilità culturale e per chiudere in bellezza con i neologismi inglesi, di diritto all’esistere dignitoso ma anche all’agency e all’advocacy.