Un approfondimento corredato da interviste sul Rapporto 2026 di Antigone, intitolato “Io non ti credo più”, con un focus sulla sezione per giovani adulti aperta alla Dozza di Bologna.
Lo scorso febbraio l’Associazione Antigone ha pubblicato l’VIII Rapporto sulla giustizia minorile, e lo ha intitolato “Io non ti credo più”.
La scelta del titolo “ricorre un po’ ad una provocazione per richiamare l’attenzione sulla crisi del sistema di giustizia minorile alla quale stiamo assistendo ormai da qualche anno e che si fa progressivamente più acuta”, spiega Rachele Stroppa, ricercatrice per l’Associazione e co-curatrice del Rapporto 2026.
Il rapporto sulla giustizia minorile viene pubblicato da Antigone ogni due anni; quello pubblicato a febbraio 2026 si riferisce al biennio 2024-2025. Invece, il Rapporto sulle condizioni di detenzione presso le carceri per adulti viene pubblicato annualmente. Il Rapporto è composto di approfondimenti frutto dell’analisi dei dati quantitativi e dall’osservazione diretta delle carceri minorili e delle comunità di accoglienza che l’Associazione effettua regolarmente.
Apre il Rapporto un editoriale a tre mani – Susanna Marietti, Sofia Antonelli, Rachele Stroppa – che sin dal primo paragrafo ne enuncia la tesi di fondo: “La situazione attuale è stata determinata da una sorta di panico morale diffusosi rispetto alla devianza commessa dalle fasce giovanili”, spiega Stroppa. “Siamo costantemente martellati da allarmi sulla criminalità minorile e su presunti boom di baby gang. Questo probabilmente ha prodotto un senso di insicurezza nella popolazione. Analizzando i dati rispetto alla criminalità è emerso che nel 2024 sono aumentate le denunce nei confronti dei soggetti minori rispetto all’anno precedente, però si tratta di denunce, di segnalazioni all’autorità giudiziaria, non necessariamente si tratta di reati effettivamente commessi. Se poi si va a confrontare questo incremento con quello dei ragazzi che sono stati effettivamente presi in carico dai servizi di giustizia minorile, si nota che la crescita delle prese in carico è molto inferiore rispetto a quella delle segnalazioni. Dunque, da questo confronto non è possibile sostenere la narrazione allarmistica che invece è molto frequente leggere nei giornali e cavalcata a livello istituzionale e governativo”.
Il clima di allarmismo nei confronti della criminalità giovanile che il Rapporto si propone di decostruire ha avuto nel Decreto Caivano la sua concretizzazione. Le conseguenze sul sistema penale minorile costituiscono il filo conduttore del Rapporto 2026.
IL RAPPORTO 2026: GLI EFFETTI DEL DECRETO CAIVANO
Il sovraffollamento
Si legge nel Rapporto che “nel momento in cui il carcere per adulti vedeva l’espansione che tutti conosciamo e che lo porta oggi a recludere più del doppio delle persone che lo abitavano all’inizio degli anni ‘90, gli ingressi nelle carceri minorili andavano diminuendo con sostanziale continuità e le presenze negli Istituti penali per minorenni (Ipm) costituivano una percentuale minima del totale dei giovani complessivamente in carico ai servizi della giustizia minorile. Con l’emanazione del cosiddetto Decreto Caivano del settembre 2023, che costituisce la più grande svolta repressiva sulla giustizia minorile mai effettuata dall’introduzione del Codice di procedura penale minorile nel 1988 a oggi, per la prima volta nella storia italiana gli Ipm hanno conosciuto il sovraffollamento”.
“Il decreto Caivano è una delle cause che hanno comportato una situazione di sovraffollamento all’interno degli Ipm”, conferma Stroppa, “situazione di sovraffollamento che è stata sostanzialmente costante negli ultimi due anni, quindi per tutto il 2024 e il 2025. Una situazione che fortunatamente adesso sta un po’ rientrando, i numeri un po’ alla volta si stanno stabilizzando, ma quello che abbiamo osservato nell’ultimo biennio durante le visite che realizziamo presso tutte le carceri minorili presenti sul territorio nazionale è stato pieno di criticità proprio dovute alla situazione di sovraffollamento, tanto che in alcuni istituti si è dovuto ricorrere all’utilizzo di brandine da campeggio o materassi per terra perché non c’erano posti sufficienti per tutti i ragazzi e le ragazze ristretti”.
I dati sulle presenze a fine 2022 riportavano 381 persone presenti; a fine 2025, invece, il numero dei ragazzi ristretti totali era pari a 572. Una crescita delle presenze di circa il 50% rispetto al periodo pre-Caivano.
Gli effetti disciplinari del Decreto Caivano
Il Rapporto denuncia che “oltre a modifiche di natura penale, che hanno favorito l’aumento delle presenze negli Ipm, comportando, come si è visto, un drastico peggioramento delle condizioni di detenzione, il Decreto Caivano è intervenuto su altri aspetti incisivi dei percorsi penali”. Da un lato, si è ampliata la possibilità di disporre della custodia cautelare in carcere per i minorenni, determinando quindi una crescita percentuale dei ragazzi che si trovano in Ipm in virtù di un provvedimento di custodia cautelare. A fine del 2025 erano circa il 65% del totale.
Dall’altro lato è aumentato il ricorso al trasferimento dei giovani adulti al carcere per adulti; una pratica evidentemente pensata per trasferire i ragazzi dalla condotta più complicata e di più difficile gestione. Inoltre, prosegue Stroppa, “ha eliminato il limite temporale dei 30 giorni della misura dell’aggravamento. Si tratta di un provvedimento per il quale, in caso di violazione di alcune regole all’interno della comunità che accoglie i ragazzi del circuito penale, viene disposto il trasferimento in Ipm. Ad esempio: un ragazzo tenta di evadere dalla comunità, viene disposta questa misura che si chiama aggravamento. Se prima del Decreto Caivano il trasferimento poteva durare al massimo 30 giorni; ora con il Decreto Caivano questo limite temporale è stato soppresso e quindi il trasferimento in Ipm diventa sostanzialmente definitivo”.
In ultimo, Antigone ha potuto osservare un maggiore ricorso ad altri due provvedimenti di stampo punitivo: l’isolamento e la somministrazione di psicofarmaci. Spiega Stroppa: “A questo scenario abbastanza complesso, determinato, da un lato, dall’aumento delle presenze e, dall’altro, da un aumento della tensione all’interno degli Ipm, l’istituzione ha reagito in alcuni casi applicando provvedimenti di custodia chiusa, come l’isolamento. Questo vuol dire che per far fronte a momenti di tensione o per evitare che momenti di tensione si producano, spesso i ragazzi vengono sostanzialmente tenuti in cella per un numero abbastanza considerevole di ore e in alcuni casi abbiamo anche potuto notare come non tutti facessero le quattro ore d’aria che dovrebbero essere fatte secondo quanto prevede l’ordinamento penitenziario, anche minorile. Dunque, la custodia chiusa e l’applicazione dell’isolamento sono delle strategie che l’istituzione ha utilizzato per far fronte a situazioni di difficile gestione. La stessa cosa si può affermare anche per quanto riguarda la somministrazione degli psicofarmaci, la cosiddetta neutralizzazione farmacologica; già molto diffusa nel carcere per adulti, comincia a prendere piede anche all’interno delle carceri minorili”.
La razzializzazione nel sistema di giustizia minorile
Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e autore del capitolo del Rapporto dedicato ai giovani stranieri nel circuito penale minorile, scrive: “In generale, i reati contro la persona ascritti a ragazzi italiani entrati in Ipm nel corso del 2025 costituiscono il 22% del totale dei reati ascritti a ragazzi italiani, mentre la corrispondente percentuale relativa a ragazzi stranieri è pari al 17,9%. Per quanto riguarda i meno gravi reati contro il patrimonio, le percentuali si invertono: essi costituiscono il 42,6% del totale dei reati ascritti a ragazzi italiani entrati in carcere e il 60% del totale dei reati ascritti a ragazzi stranieri. È evidente come i ragazzi stranieri vadano in carcere per reati mediamente meno gravi. La risposta punitiva nei loro confronti è più inflessibile e finiscono in galera anche per comportamenti che, se commessi da italiani, avrebbero comportato misure penali meno severe”. Stroppa conferma che “rispetto alla composizione della popolazione detenuta minorile, si può affermare che esiste una sovrarappresentazione dei ragazzi stranieri all’interno delle carceri minorili. In particolare, se guardiamo alla categoria dei minori stranieri non accompagnati, questi rappresentano circa il 79% dei ragazzi stranieri ristretti”. Analizzando i dati raccolti in questi due anni emerge poi il paradosso per cui “i reati commessi dai ragazzi stranieri sono meno gravi di quelli commessi dai ragazzi italiani, ma per i ragazzi stranieri è molto più facile l’entrata in Ipm rispetto ai ragazzi italiani, a conferma di quei meccanismi di selettività penale che vanno a colpire con maggiore intensità le persone straniere: processi di razzializzazione che investono il sistema di giustizia minorile, non solo quello degli adulti”.
IL CASO DI BOLOGNA: IL PRATELLO E LA SEZIONE GIOVANI ADULTI ALLA DOZZA
A Bologna, la situazione della giustizia penale minorile si declina attraverso due vicende distinte ma strettamente connesse: quella dell’Istituto penale per minorenni del Pratello e quella della sezione giovani adulti aperta per sei mesi presso la casa circondariale della Dozza. L’approfondimento del caso bolognese per il Rapporto 2026 è stato curato da Giulia Fabini, ricercatrice in Sociologia del diritto e della devianza presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Bologna e presidente di Antigone Emilia-Romagna.
Il Pratello tra gestione trattamentale e trasferimenti disciplinari
“Il Pratello aveva vissuto momenti di difficoltà già prima del Decreto Caivano”, racconta Fabini. “Dal 2022, con il raddoppio dei posti disponibili e la riapertura del secondo piano, rimasto chiuso dal 2012, l’istituto aveva iniziato a fare i conti con alcune criticità come il mancato adeguamento del personale rispetto ai numeri raddoppiati, un clima interno più teso e una gestione sempre più difficoltosa sia per il comparto della sicurezza che per le figure educative, in sottonumero”. Questa situazione viene ulteriormente aggravata dal Decreto Caivano, che porta a un aumento dei numeri già in crescita.
Anche a Bologna le difficoltà di gestione vengono spiegate secondo criteri morali. “Altra cosa che ci viene raccontata nel corso degli anni è un cambiamento della popolazione detenuta”, continua Fabini. Viene raccontata una popolazione di ragazzi “più indisciplinata, più incattivita rispetto al passato”, lasciando intendere un cambio antropologico. Affermazioni da valutare con molta cautela, sottolinea Fabini: potrebbero essere reazioni a delle condizioni di detenzione, oppure al peggioramento delle condizioni della vita fuori dal carcere.
Per spiegare la delicatezza dell’argomentazione comportamentale, Fabini racconta che Antigone ha visitato il Pratello due volte nel corso del 2025 e le due visite hanno restituito un’immagine molto diversa dell’istituto. “Quando c’eravamo andati a maggio avevamo trovato una situazione di abbandono, di chiusura, di sporcizia”, racconta Fabini. “Degrado è una parola che non amo, ma in questo caso forse è appropriata”. Le condizioni più gravi iguardavano il piano dei minorenni, strutturalmente più povero di risorse rispetto a quello dei maggiorenni. Alla denuncia pubblica di Antigone era seguito un intervento di pulizia straordinaria e la ricerca di una soluzione per un ragazzo detenuto in isolamento con evidenti problemi psichiatrici.
La visita di dicembre, al contrario, ha trovato un istituto cambiato, complice anche un cambio di direzione. Era stata avviata una nuova gestione di tipo trattamentale: pareti ritinteggiate, mobilio rinnovato, una palestra attrezzata, e il progetto di una sala cinema e biblioteca. Si stava inoltre lavorando per riaprire le mense — con spazi separati per sezione e per piano — dopo un periodo in cui i ragazzi mangiavano in cella. Dice Fabini: “A distanza di pochi mesi mi sono chiesta che cosa è successo a questa popolazione detenuta che prima non era gestibile e adesso invece sembra gestibile. Perché questo mi è stato riportato”. La risposta a questa domanda chiama in causa il meccanismo dei trasferimenti disciplinari, “facilitati dal Decreto Caivano”. Si tratta della possibilità che, in caso di problemi di ordine comportamentale, giovani adulti ristretti, quindi non minori, vengano trasferiti in un altro Ipm o in istituti per adulti. “Mi sembra abbastanza possibile affermare che la persona venga trasferita per preservare un bacino di utenza gestibile. Da un lato, questo consente di pensare a un ambiente effettivamente trattamentale; dall’altro, la contropartita è che dei ragazzi vengono trasferiti”. Ad esempio, “una delle dinamiche che stiamo provando ad approfondire con Antigone sono i trasferimenti dagli Ipm del nord agli Ipm del sud, in particolare come e quando questi trasferimenti avvengono; così come quelli dagli Ipm agli istituti per adulti”.
A rafforzare la delicatezza della questione è il fatto che Antigone possiede informazioni ma non dati. Tuttavia, “abbiamo deciso di inserire questo aspetto nel Rapporto soprattutto come spunto di riflessione”, precisa Fabini. “Sebbene io apprezzi e difenda il carcere trattamentale, perché se proprio dobbiamo avere un carcere che sia almeno trattamentale, penso però che, se per raggiungere questo obiettivo lo strumento è quello del trasferimento disciplinare di soggetti che non riescono a stare in questo ambiente, credo che sia una contropartita di una certa rilevanza, di una certa criticità. Ancor più se ad essere trasferiti sono proprio quei ragazzi che avrebbero più bisogno di essere seguiti, perché un comportamento difficile può essere anche una richiesta di aiuto”.
“La soglia oltrepassata”: la sezione giovani adulti alla Dozza
Dal 24 marzo al 30 settembre 2025 è stata aperta una sezione giovani adulti presso la casa circondariale della Dozza: sei mesi in cui vi sono transitati 52 ragazzi, tutti maggiorenni, provenienti da vari Ipm del territorio nazionale. Fabini ha dedicato a questa vicenda il capitolo del Rapporto 2026 intitolato “La soglia oltrepassata”.
“La sezione giovani adulti alla Dozza è un unicum e speriamo che rimanga un unicum a livello nazionale”, dice la ricercatrice. Quando è stata aperta, la spiegazione ufficiale che è stata data era la necessità di decongestionare gli Ipm sovraffollati per effetto del Decreto Caivano. Una giustificazione che Fabini non trova convincente. “I ragazzi venivano trasferiti in piccoli gruppi, due o tre alla volta. Quanto effetto di decongestione può avere il trasferimento di due persone da un istituto all’altro?”, si chiede Fabini.
L’apertura della sezione ha poi avuto effetti a catena sia sulla Dozza — con spostamenti di detenuti adulti dall’area penale all’alta sicurezza, e dall’alta sicurezza ad altri istituti — sia sul Pratello, la cui direzione si è trovata per sei mesi a dover gestire contemporaneamente due sedi con personale invariato. “Gli effetti si sono visti poi al Pratello, nelle condizioni in cui l’abbiamo trovato a maggio”, osserva Fabini.
A rendere la questione ancora più problematica, la sezione è stata chiusa prima che i tre nuovi istituti minorili che avrebbero dovuto giustificarne l’apertura — a Rovigo, L’Aquila e Lecce — fossero entrati pienamente in funzione. “È piuttosto ironico che questa sezione, presentata come soluzione ponte in attesa dell’apertura dei tre nuovi istituti, sia stata chiusa prima”, fa notare Fabini.
A ripercorrere la vicenda, le domande sulle motivazioni restano aperte: perché questa sezione è stata aperta? Perché non si potevano cercare delle soluzioni diverse per 52 persone in tutta Italia in luoghi che non fossero una sezione giovani adulti in un carcere per adulti? “Sono state assunte soluzioni che a me non sembrano né logiche, né particolarmente efficienti, né tanto meno rispettose dei diritti”, prosegue Fabini. “Per questa ragione parlo di soglia oltrepassata. Qual è, anche simbolicamente, la motivazione che ha portato a pensare a una soluzione di questo tipo? La preoccupazione è che possa essere una sperimentazione, che ci sia la volontà di far passare un certo tipo di messaggio, ovvero l’avvicinamento della detenzione minorile alla detenzione per adulti. Da qui la soglia oltrepassata: quella fisica e quella dell’immaginario”.
Colpisce infine, nell’analisi di Fabini, la composizione del gruppo dei 52 ragazzi trasferiti. “Ufficialmente avrebbero scelto chi trasferire cercando di non gravare sulla condizione di detenzione di questi ragazzi o evitando di peggiorarne la situazione; quindi, sarebbero stati trasferiti ragazzi che non erano inseriti in percorsi. Tuttavia, uno dei problemi con cui ci si scontra quando ci si occupa di carcere è che si fa molta fatica a capire effettivamente come avvengono le cose e ad avere spiegazioni. Perciò, basandoci sui dati che abbiamo possiamo dire che la stragrande maggioranza dei 52 ragazzi trasferiti erano di cittadinanza straniera, per la precisione 36 su 52. Di questi, 29 erano ex minori stranieri non accompagnati, quindi ragazzi che erano transitati nel circuito dell’accoglienza e che poi in qualche maniera o ne erano stati espulsi o ne erano usciti per poi approdare all’interno del sistema penitenziario”, spiega la ricercatrice.
Perché, si chiede Fabini, un numero così alto di minori stranieri non accompagnati?. “Da un lato è indice del fallimento del sistema dell’accoglienza, e del sistema nel suo complesso, che non riesce a prendersi cura dei minori. Dall’altro viene da pensare che i minori stranieri non accompagnati fossero ritenuti più facilmente spostabili in altri Ipm, perché meno inseriti in percorsi territoriali o perché con meno legami a livello territoriale rispetto ad altri ragazzi. Una scelta che in realtà va ad approfondire una situazione già precaria”.
Infine, “dei 16 ragazzi con cittadinanza italiana, 11 erano italiani con background migratorio, italiani non bianchi, per usare un’espressione infelice ma che esplicita i meccanismi di razzializzazione che si possono leggere all’interno della giustizia penale minorile in generale, e che sono molto evidenti anche nella vicenda della sezione giovani adulti della Dozza”.
Questo articolo è stato pubblicato su Zic il 14 maggio 2026