Una maggioranza rumorosa finora inascoltata

di Lea Melandri /
29 Marzo 2026 /

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Il prevalere dei No non si può considerare una vittoria dei partiti di sinistra, ma di quella parte della società civile che ha smesso da tempo di votare per partiti che non la rappresentano, la stessa che soffre del disagio della povertà crescente, della precarietà del lavoro, di servizi inadeguati per la scuola e la salute, che appare “silenziosa” solo per chi non vuole ascoltarla, che manifesta contro il genocidio a Gaza, contro il riarmo, il razzismo, la violenza contro le donne, l’attacco a diritti civili faticosamente conquistati. È la vittoria di una generazione giovane, su cui pesa l’assenza di futuro, lo sdoganamento di una cattiveria senza limiti ai più alti livelli di potere, il trionfo della legge del più forte contro gli stessi organismi internazionali nati per la difesa dei diritti umani.

Ma è stata anche la vittoria di un movimento intergenerazionale che oggi riprende esigenze radicali, già comparse negli anni Settanta, volte al cambiamento di un sistema patriarcale e capitalista che, affossando principi elementari di giustizia, libertà, rispetto per le diversità e per l’ambiente, sta trasformando il mondo in un sistema di guerra. “È la stessa che aveva stupito in ottobre nelle piazze della Flottilla, la stessa che si era riversata nelle strade con il movimento transfemminista dopo la tragedia di Giulia Cecchettin, la stessa che ha attraversato il pianeta partecipando ai Fridays for Future e altre azioni sulla emergenza climatica, la stessa che in tutte le città d’Italia ha dato vita ad iniziative sociali, culturali e quindi profondamente politiche di resistenza e partecipazione e che costituisce la vivacità e l’energia del tessuto civico e radicalmente democratico e antifascista del paese…” (Andrea Segre in Comune-info.net, 25/3/26: La massa che stupisce).

Ma c’è anche chi, nell’interessante dibattito che si è acceso sui social, solleva una obiezione non trascurabile. Scrive Emilia De Rienzo (sempre su Comune-info.net): “C’è un equivoco che attraversa da anni il discorso pubblico: l’idea che la politica possa fare a meno dei partiti. Non penso che sia possibile né auspicabile.(…) Il punto non è scegliere tra società civile e partiti in un rapporto di subalternità, ma alimentare una dialettica costante (…) Se la società civile e i partiti smettono di parlarsi, il vuoto che si crea non è neutro: è il terreno fertile per la deriva autoritaria” (Una vittoria fragile). Perché ci sia dialettica occorre che da entrambe le parti ci sia ascolto e attenzione. Questa reciprocità tra società civile, movimenti e partiti finora non c’è stata. I partiti di maggioranza hanno pensato di poter contare sul consenso di una massa disorganizzata con la demagogia e il populismo. Non è la prima volta nella storia e credo che vada quanto meno tenuto conto di una novità: il governo Meloni, pur essendosi mosso vistosamente in questa direzione, tanto da far parlare di “regime”, non ce l’ha fatta. Vuol dire che la massa non è sempre la stessa, ci sono consapevolezze nuove di cui tenere conto e anche forme di organizzazione “impreviste”, come i soggetti che le muovono.

Penso in particolare alla rete Internazionale Non Una Di Meno, un movimento di donne che opera con grande forza politica e capacità di mobilitazione da dieci anni, avendo dietro di sé l’eredità di mezzo secolo di un femminismo radicale, pur con tutti i suoi conflitti. Per il mio lungo percorso politico, posso dire che finora i partiti non hanno dato alcun ascolto a ciò che, accanto a loro, si muoveva nella società e, quando hanno girato lo sguardo, lo hanno fatto solo per spostare un leader o una leader di movimento nelle loro file in parlamento.

La crisi della democrazia è anche crisi della forma partito, di una separazione che porta il segno di tanti altri dualismi, come quello tra sessualità e politica, tra il cittadino e la persona. Quando i confini tra privato e pubblico si sono modificati, ed apparso chiaro quanto fossero profonde le “acque insondate della persona” (Rossana Rossanda), si è profilata anche la possibilità di una ridefinizione della politica e delle sue istituzioni. Esperienze universali dell’umano, come la sessualità, la maternità, la nascita, l’invecchiamento, la malattia, la morte, considerate “non politiche”, hanno fatto il loro ingresso nella storia e nella cultura tradizionalmente intese, dove per altro sono sempre state, e avrebbe dovuto essere chiaro che nulla sarebbe rimasto come prima.

Una delle lezioni più importanti che viene dai movimenti non autoritari è che per essere efficace la politica deve andare “alle radici dell’umano”, estirpare prima di tutto dal Sè quelle logiche del potere che si dice di voler combattere. Dopo l’ attacco alle Torri Gemelle, qualcuno scrisse che sarebbe stata necessaria un’“autocoscienza” dell’Occidente, per capire le ragioni dell’odio che aveva seminato nel mondo e la prevedibile ritorsione vendicativa. Mi chiedo se non sarebbe oggi augurabile che fossero i partiti della sinistra, i loro leader già pronti a sfidarsi con le “primarie”, a interrogarsi sulle ragioni che stanno trasformando la “rappresentanza” in una manifestazione crescente di estraneità.

Questo articolo è stato pubblicato su Comune il 28 marzo 2026

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