Un risultato come quello conseguito dal No, nel referendum sulla magistratura, non era atteso, né per l’entità della partecipazione elettorale, in epoca di diserzione dal voto, né tantomeno per il distacco netto, due milioni di voti, che ha marcato indelebilmente l’esito che ha bocciato il progetto della destra di mettere in un angolo la magistratura, sovvertire l’equilibrio tra i poteri dello Stato e con esso l’ordine costituzionale.
Occorre tornare a precedenti lontani nel tempo. Da ultimo, nel 2016 il referendum confermativo della riforma voluta da Renzi, sconfitto da un’ampia partecipazione al voto, però con l’apporto non secondario di una parte degli elettori di centro destra. Oppure, Il referendum sull’acqua pubblica del 2011, in cui la volontà di difendere il prezioso bene comune dalla privatizzazione superò inaspettatamente il quorum e respinse quel progetto, poi imposto surrettiziamente nei fatti aggirando le norme con autorevoli complicità. L’altro referendum di portata storica, nel 1974, fu la vittoria del No in difesa dell’introduzione del divorzio, che una Dc retrograda voleva cancellare. Straordinario risultato che segnò un’intera fase della recente storia politica del Paese.
A me è capitato fortunatamente di partecipare a tutti i referendum precedenti, e sempre ho visto analoghe forme di mobilitazione, ma mai come questa volta una determinazione tanto esplicita, soprattutto ma non solo, dei giovani, indignati e perfettamente consapevoli della posta in gioco.
È così che dobbiamo ringraziare questa nostra società civile così bella e ricca di spirito pubblico, rispetto agli stereotipi che la subcultura dominante nei media mainstream dipinge in modi falsi e perfino grotteschi, se si seguono i deprimenti talk show messi in onda, plasticamente sintetizzati in quella perla che è Blob di Rai tre.
Come altro si può definire del resto, se non geniale, l’operazione dei quindici giuristi che presentarono ricorso contro la prima formulazione del quesito referendario e ostinatamente, contro l’opinione di molti, vollero raccogliere, in meno di un mese, quelle benedette cinquecentomila firme che sono state la vera mossa vincente per indirizzare tutta la vicenda all’esito felice che stiamo vivendo?
Se non ci fossero stati loro, forse oggi staremmo facendo commenti alquanto diversi! Ecco io penso che la lezione che i partiti, meritevoli anche essi per l’impegno profuso, ma anche politologi, opinion maker, dirigenti a tempo pieno delle maggiori organizzazioni, dovrebbero trarre da questo splendido episodio è il valore dell’ascolto che dall’apertura mentale, dal confronto dialettico, dal rispetto delle opinioni diverse, quando espresse con competenza, abbiamo tutti da guadagnare.
Ce ne sarà bisogno ancora di più d’ora in avanti, perché la storia che ha svoltato è solo all’inizio e niente è scontato. Abbiamo bisogno tutti di tutti e nella fattoria tutti gli animali devono potersi trovare a proprio agio. Se mai alle sinistre toccherà governare il Paese avendo vinto le elezioni, dovranno dimostrare di essere all’altezza delle aspettative che circa 12 milioni di italiani hanno espresso con estrema chiarezza.
Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 25 marzo 2026