Il primo gennaio 2026 a Bologna, in piazza VIII Agosto e Piazza del Nettuno, avrà luogo la Decima Marcia della Pace e dell’Accoglienza, organizzata dalla Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna (locandine QUI e QUI). L’associazione il manifesto in rete aderisce alla chiamata e invita a partecipare le proprie lettrici e i propri lettori. Qui di seguito potete trovare un contributo di Pasquale Pugliese sull’importanza del pacifismo e della nonviolenza nella situazione di crisi internazionale che segna la nostra contemporaneità.
Il susseguirsi di sempre più minacciose dichiarazioni belliciste a destra e a manca, come quella di Richard John Kinghton Capo di stato maggiore inglese che – per non essere da meno di quello francese che aveva già avvisato i Sindaci – avvisa le famiglie britanniche di “essere pronte a mandare i loro figli in guerra contro la Russia”, o del solito Mark Rutte per il quale dobbiamo essere “pronti alla guerra come quella dei nostri nonni”, e del contestuale susseguirsi di abnormi spese per i riarmi nazionali dei paesi europei, benedetti anche dal presidente Mattarella che – pur essendo il garante della Costituzione che ripudia la guerra – ne indica la necessità, seppur “impopolare”: tutto ciò fa venire in mente l’opera di Karl Kraus sulla prima guerra mondiale Gli ultimi giorni dell’umanità. Nella cui Premessa l’autore avvisa gli spettatori che si accingono a vederne la rappresentazione teatrale che si tratta di quei giorni e “di quegli anni in cui personaggi di operetta recitarono la tragedia dell’umanità”.
Dieci anni fa, in occasione del centenario dell’ingresso del nostro paese nell’“inutile strage”, partecipai ad una riduzione teatrale itinerante della gigantesca opera di Karl Kraus, a cura della compagnia Archivio Zeta, nello scenario del Cimitero militare germanico del Passo della Futa: una suggestiva architettura integrata nel paesaggio che custodisce i corpi di otre 35.000 giovanissimi soldati delle Wehrmacht, caduti sulle montagne tosco-emiliane tra il ’43 e il ’45. Tra quelle tombe interrate furono rappresentare le sacre nozze tra stupidità e potenza, raccontate da Karl Kraus, che portarono a quella “grande guerra” che poi generò i fascismi, che provocarono la seconda guerra mondiale, che ha lasciato in eredità le armi nucleari incombenti sulle nostre teste. Nel corso del 2015 sull’altare di quelle nozze erano stati sacrificati 1.800 miliardi di dollari in spese militari globali, dieci anni dopo – in un prepotente riarmo già in corso – ci avviciniamo ai 2.800. E non bastano ancora. Una follia da ultimi giorni dell’umanità: “Perché non vi ribellate, voi che ancora potete?” Sembravano sussurrare 35.000 voci agli spettatori.
Ribellarsi a questi personaggi da operetta che stanno preparando la nuova tragedia dell’umanità è la sola speranza di evitarla. Contro le obsolete accuse di simpatia per il nemico e relative censure, contro il sentimento di rassegnazione che si sta diffondendo tra alcuni, contro il meccanismo di difesa della rimozione del pericolo che prevale tra altri, contro la paura di essere chiamati in prima persona in guerra che attraversa molti giovani, è necessario diventare tutte e tutti attivisti di pace, con i mezzi della nonviolenza: è l’unica strada che ci può salvare. Su questa via oggi abbiamo la certezza di un compagno di strada, dopo papa Francesco, anche in papa Leone XIV che nel messaggio per la Giornata mondiale della pace della Chiesta cattolica dell’1 gennaio 2026, scrive parole che vorremmo ascoltare dai decisori politici nazionali ed internazionali, anziché i loro proclami bellicisti.
“Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità.” – Scrive Leone, disvelando l’irrazionalità della deterrenza militare – “Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. Inoltre, aggiunge, “alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Dunque “occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico”.
Il nutrimento del pensiero critico e la pratica dell’azione nonviolenta sono gli elementi che i popoli possono mettere in campo per esercitare il potere di tutti per il disarmo, bloccando il Potere dei pochi per il riamo: sottrarsi a qualunque forma di collaborazione con la guerra e impegnarsi per la costruzione delle alternative civili. “Noi dobbiamo dire NO alla guerra ed essere duri come pietre” – scriveva il mite Aldo Capitini ne Il potere di tutti – “Oggi i governi, con la decisione di fare le guerre e di usare le armi atomiche, sono infinitamente più dannosi di qualsiasi disordine della popolazione, perché un’ora di guerra atomica può distruggere la vita di tutto un popolo”. Per scongiurare gli ultimi giorni dell’umanità è giunto il tempo di organizzare il “disordine” nonviolento, ossia il potere di tutti disarmato e disarmante.
Questo articolo è stato pubblicato sul blog del Fatto Quotidiano il 30 dicembre 2026