Pubblichiamo qui di seguito un passo del libro di Salvatore Bianco “Fate Presto. L’emergenzialismo come fase estrema del neoliberismo” (Rogas, 2025). Nell’estratto, l’autore si sofferma ad analizzare con precisione ed efficacia il rapporto tra la crisi socioeconomica e politica del neoliberismo da un lato e, dall’altro, gli usi distorti dell’intelligenza artificiale che imperano nel sistema tardocapitalista. Buona lettura
L’Occidente collettivo, vale a dire l’impero statunitense e le sue colonie, da tempo a corto di buoni argomenti, per effetto delle cattive prestazioni del mercato deregolamentato e capace solo di «guerra di classe permanente dall’alto», da ultimo sta battendo il chiodo compulsivamente sulle mirabolanti imprese della cosiddetta «intelligenza artificiale». Tanto da far sospettare, per l’intensità e la reiterazione del tema, che si stia allestendo l’ennesima cattiva teologia di completamento, a fronte di un paradigma socioeconomico, quello neoliberista, che non tiene più.
Una spia della deriva fideistica di quest’ultima narrazione a cui stiamo assistendo è data dalla sua ricezione all’interno del nuovo clero mediatico secondo lo schema ormai collaudato dello scontro tra «apocalittici» e «integrati», arcinota formula coniata nel corso degli anni Sessanta da Umberto Eco. E funzionale non a una discussione aperta basata su argomenti razionali contrapposti, piuttosto al conflitto permanente fra tecnofili ortodossi, da una parte, ed epigoni del luddismo dall’altra. È un effetto collaterale che il «sistema» mette in conto e forse deliberatamente fomenta. La convenienza per il potere dominante di queste due posizioni, apparentemente antitetiche, è il comune assunto, sia pure con una tonalità emotiva opposta, della irreversibilità del processo. Si tratta di un caso da manuale di «idee dominanti delle classi dominanti» che si affermano e vengono fatte passare come presupposto naturale inemendabile, laddove tali idee sono il portato, il posto in essere, di ben determinati interessi economici di profitto e di controllo politico.
Basterebbe ricordare alle fazioni in lotta che la tecnica è consustanziale all’umano a partire dalla «scena primaria» di quell’antropoide che ha utilizzato per primo un bastone per prendere un frutto dall’albero. E che ha proseguito, ad esempio, con l’invenzione della «tecnica» della scrittura, che aveva fra l’altro attirato le critiche di Platone nel Fedro per i suoi effetti di indebolimento sulla memoria umana. Pertanto il tema da svolgere forse sarebbe, come per l’economia del resto, quello del «governo politico» della tecnica secondo finalità emancipative e non al contrario oppressive e di sorveglianza. Come accennato, è nel manico il difetto: in un tipo di narrazione orchestrata dal mainstream, in cui l’IA è presentata volutamente come un Giano Bifronte, capace di strabiliare da un lato e intimorire dall’altro, con toni messianici alternati sapientemente ad altri più cupi e millenaristici. Per imbrogliare ulteriormente le carte, poi, si preannunciano stupefacenti prototipi di robot sempre più simili all’uomo, nelle movenze e financo nell’aspetto esteriore. Trasmissioni televisive di vasto ascolto ne ritraggono esemplari che Freud non avrebbe esitato a definire «perturbanti». Quasi a orologeria si fanno uscire notizie di prime aggressioni a ingegneri umani della Tesla ad opera dei propri corrispettivi artificiali, solo debordanti in quanto a dimensioni e potenza. A seguire, il Fondo monetario internazionale, non proprio l’ultima fra le istituzioni di questo «mondo grande e terribile», che stima in una percentuale di circa il 60% la perdita di posti di lavoro per effetto della messa a terra dell’intelligenza artificiale. A chiudere idealmente il cerchio l’ubiquitario Elon Musk che annuncia una flotta di navicelle spaziali pronte a salpare per colonizzare Marte, ovviamente a disposizione dei più facoltosi, se tutto dovesse precipitare come pure un certo storytelling pare annunciare.
Detto altrimenti, in termini di «struttura», il neoliberismo è in coma irreversibile ovunque, visto ovviamente nell’ottica delle classi subalterne, e l’homo oeconomicus che gli sta sopravvivendo non pare attrezzato per interpretare la nuova fase storica. Per cui ci troviamo immersi in un pantano in cui un paradigma socioeconomico, nelle due varianti ordoliberista e neoliberista, non pare più in grado di sostenere lavoro e benessere diffuso ed è alla disperata ricerca di modi di dominio più spicci e pervasivi, che rimpiazzino da subito la vecchia egemonia da tempo perduta. Ebbene, tali modi, nella continuità granitica dell’accumulazione quasi esclusiva di denaro, paiono garantiti dall’utilizzo alquanto disinvolto di questi nuovi potenti dispositivi automatici, posti così al servizio di forme di disciplinamento e obbedienza personalizzate. L’IA è il corrispettivo sul piano interno di quello che la guerra rappresenta sul fronte esterno: l’estrema risorsa materiale ed insieme ideologica da parte di una «nomenclatura» allo sbando, intenta solo a «guadagnare tempo» (W. Streeck, Tempo guadagnato, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 82).
Per nostra fortuna ci può venire in soccorso Marx che da buon «dialettico» ci chiarisce che ogni epoca produce solamente quei problemi che è poi in grado di poter risolvere, quanto meno in linea di principio. E pertanto in questo procedere di pari passo di «pensiero» e «cosa», diventa decisivo l’utilizzo del pensiero critico, che è sempre un decostruire: risalire dal semplice ed astratto, dell’ordine discorsivo dominante, alla complessità e concretezza del reale come risultato. Così, ponendoci sulle tracce di un pensiero criticamente attrezzato ci imbattiamo nel fisico e matematico Stefano Isola. Egli ci spiega nel suo ultimo saggio sull’argomento (S. Isola, A fin di bene: il nuovo potere della ragione artificiale, Trieste, Asterios, 2023) che l’IA di ultima generazione è solo un sofisticato sistema computazionale di calcolo statistico, sia pure di potenza senza precedenti. Pertanto non ha niente di umano e ancor meno di intelligente. Non ha di fatto nulla a che spartire col «sogno prometeico» di replicare il cervello umano accarezzato negli anni Cinquanta del secolo scorso e ben presto abbandonato.
Dunque, le centinaia di esemplari di intelligenza artificiale che vengono esposti, quasi come in un circo, nelle mostre e fiere di mezzo mondo oppure messi in funzione nella forma impalpabile degli algoritmi, sono in realtà un concentrato di potere statistico e nulla più. A cui però si attribuiscono, erroneamente, compiti predittivi e previsionali. E in ciò consiste il raggiro che si sta perpetrando ai danni dell’umanità. È in questo «umano, troppo umano» riorientamento interessato nei modi di utilizzo, allo scopo di obbedienza e profitto (non certo nella intelligenza artificiale in quanto tale), che si annidano i principali rischi e le incognite per l’essere umano in quanto tale.
Il tema, dunque, non è l’utilità dell’IA, che è fuori questione, piuttosto il suo utilizzo perverso: predittivo e previsionale. Si tratta infatti di un limitato sia pur formidabile strumento statistico che può accompagnare proficuamente e sgravare i compiti e gli obiettivi dell’umano, ma non è in grado minimamente di rimpiazzarlo nelle decisioni e intenzioni, che si ridurrebbero in questa maniera a mera medietà statistica; perché è strutturalmente incapace, l’algoritmo, di una razionalità libera nel fine, essendo bloccato «nella ripetizione conformistica di ragionamenti che traggono dal passato, che proiettano linearmente nel futuro ipotecando, nel frattempo, il presente» (C. Galli, Democrazia, ultimo atto?, Torino, Einaudi, 2023, pp. 110-111). E invece assistiamo a un utilizzo pervasivo e improprio crescente, sotto diversi aspetti «eversivo»: come normatività predittiva personalizzata, pur non avendo l’IA le minime caratteristiche strutturali per riuscire nell’impresa. In proiezione futura, se non si interviene collettivamente sui fini, con un soggetto politico consapevole di sé, ne risulterebbe un mondo umano inchiodato a una dimensione di eterno presente riprodotto su basi statistiche senza imprevisti, un automatico farsi uguale delle cose e degli uomini. Altrimenti detto, una distopia tremendamente concreta. Senza possibilità alcuna di salti politici e cambiamenti paradigmatici in uno scenario di solo sviluppo tecnologico. E allora si potrebbe inverare quello che Leopardi sarcasticamente aveva già battezzato come «il fortunato secolo delle macchine […] per rispetto al grandissimo numero delle macchine inventate di fresco che si vanno tutto giorno accomodando a tanti e vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine trattano le cose umane e fanno le opere della vita» (G. Leopardi, Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi, in Operette morali, Milano, Feltrinelli, 2014, pp. 78-79). Insomma, un mondo senza più l’umano, che risulterebbe a quel punto superfluo.