Si moltiplicano in questa torrida estate i segnali di protesta organizzata contro le politiche di ridiscussione e ridimensionamento dei punteggi che determinano i livelli di finanziamento sulle progettualità teatrali della penisola. In base ai nuovi dettami un festival di livello internazionale come Santarcangelo vedrebbe ridotta notevolmente la sua contribuzione pubblica e così via per molti centri teatrali e rassegne nelle numerose province d’Italia. Esiste già un coordinamento di livello nazionale e in questa settimana che si annuncia già due riunioni importanti si prospettano in merito. Vi sapremo dire quanto si viene preparando già dai prossimi paragrafi di questo articolo. Mentre venerdì a Modena verrà ufficialmente presentata la nuova direzione ERT. Intanto ci sono spettacoli e lavori certamente non paragonabili tra loro che hanno saputo emozionarci.
Sicuramente come sempre accade ci ha emozionate questa presentazione nell’ambito dello splendido Ravenna Festival dell’ultimo omaggio che un ensemble assolutamente internazionale quale le Albe Ravenna Teatro ha voluto dedicare esattamente alla cittadinanza tutta di quella che fu metropoli bizantina con questa versione integrale del trittico dedicato a Cervantes e al suo Don Chisciotte realizzato attraverso il meccanismo della chiamata pubblica, ormai diventata consuetudine irrinunciabile dai tempi della Divina Commedia dantesca. Il don Chisciotte cui assisto o meglio partecipo io in una delle prime repliche di un fine giugno pieno di promesse, è l’insieme, (chissà perché definito maratona), di tre tranches sviluppate nel tempo.
Sarebbe banale dire che sia un viaggio lisergico nel paese delle meraviglie, la stessa guida Marco, ironicamente in un punto di questo attraversamento, ci ammonisce a non scrivere in quanto critici, facili apparentamenti betises.
La verità è che questo lieve e imponente lavoro insieme è, come il teatro d’autore e di qualità ci ha insegnato da sempre, una sorta di summa e di miracol a mostrare insieme.
Come in un sogno rivelatore ai limiti della folgorazione, tutto si tiene perché il dispositivo Quijote, non è una macchina del tempo, ma una mappa emotiva, contenutistica sapienziale di quanto la Cultura in senso alto e basso contemporaneamente, come ci insegna il magistero dantesco, ha prodotto, produce, incarna e scarnifica, squaderna davanti ai nostri occhi in ogni momento. Siamo noi durante il cammino in effetti quelli che si guardano in una modalità archetipica, quasi antropologica e anche brechtianamente straniata quanto basta. E i fil rouges della storia della letteratura e del teatro, ma soprattutto del percorso artistico e umano di Marco y Hermanita, le nostre due anime guida, sono simultanei e sinergici in un qui e ora scientemente imbarazzante e scompensato in alcuni momenti.
Si riprendono dunque gli stilemi del viaggio di agnizione propri della Commedia, agendo una machinery compositiva e visuale barocca coerentemente all’epoca di composizione del testo, ma si agisce l’apocalittico guittesco della commedia dell’Arte e di Leo, forse sono persino beckettiani certi dialoghi tra Sancho e Chisciotte.
Una sorta di anticipatoria ansia enciclopedica pervade questo complesso, godibile lavoro che ci mostra come la naïveté utopica sia comunque una sorta di spinta propedeutica all’avanzamento della Storia, ove questo invece non avvenisse, si genera l’ottusità censoria e paranoide esemplificata nella scena della selezione dei libri da bruciare o da far volare dalla finestra, agita da una compagine mista di adulti e giovanissimi insofferenti alle sottigliezze di genere, alle complicanze dei sentimenti, alle sfumature teoriche. Quegli stessi giovanissimi confrontano però i loro disagi e le loro fragilità, il loro star male, il loro non voler esserci in questa gara dura che è la vita e che è l’amore, innanzi ad una hermanita un po’ strega, un po’ eterna fanciulla di campagna, un po’ potenza tellurica, un po’ compagna di strada e di avventure. Che riporta tutti i racconti ad una dimensione altra di poesia del concreto che dribbla abilmente i canoni frusti del buon senso. La voce contadina di Campiano che potrebbe essere la Mancia del cavaliere errante riporta con brusca ironia al picaresco che è in ogni cultura e ci rammenta l’essere femmina della terra.
Lo spettacolo inizia con una convocazione collettiva in via Roma appositamente chiusa, sotto un suggestivo affaccio di palazzo Malagola, notoriamente sede del progetto sulla voce e la phonè, di Albe, già sede della bella mostra audioiconografica dedicata a Demetrio Stratos. Si affaccia Ermanna al balcone declamando, ci guida virgilianamente Marco agitando rami d’ulivo. Il nero è stavolta come si addice ad ombre commedianti, il colore d’elezione del vestire. Pur nella severità quasi ieratica e nella sobrietà contadina che le sono consone, tutto il ruotare di gonne, il gestire di mani il frinire e gorgogliare vocale potente e sommesso di Ermanna,sono un lontano richiamo al baile. La visita sui piani di palazzo Malagola, si tinge di accenti claustrofobici, sin dalla plastica imitazione da quadro seicentesco di una possibile vita regolata nelle stanze a tende serrate, per cui si passa dalla famiglia che sorbisce il brodo ad un orrore militare molto CCCP (del resto Ferretti è un buon amico), fino, a proposito di incarnato e disincarnato, a precipitare in una dimensione da incubo ad occhi aperti, ad una stanza dal fetore insopportabile con tanto di pezzi di carne appesi e ampolle colme di sangue quasi nero, oltre un immaginario da primissima Socìetas Raffaello Sanzio. Nonostante i bauli delle meraviglie, gli strumenti ottici, le carte geografiche apparecchiate in altro salone, tutto ci riverbera morte insieme alla conoscenza. sarà sempre vero che Vertute si accompagni appunto a Conoscenza? La suggestione di fondo sembra essere Calderon de la Barca e la prigionia di Sigismondo. Si scende con sollievo a riveder le stelle (questa suggestione viene sicuramente appositamente ripresa in questa determinazione a tenere tutti i fili del discorso con il pubblico e i cittadini partecipi), nel cortile del palazzo dove un gruppo rock che ci accompagnerà in tutti i punti più stanziali del viaggio sembra alleggerire la tensione, ma è un attimo ricordarsi di tutti i conflitti in corso nel mondo, dove è finita la nostra verve pacifista?, l’ignoranza e la depressione come dicevamo, minano il nostro odierno sentire… Per fortuna Il Cavaliere incorre in una delle sue più emblematiche e basagliane vicende, la liberazione dei forzati che è un momento interattivo, di grande movimento e impatto emotivo, in cui il nostro concetto di giustizia borghese viene messo a dura prova, ma infine si evita forse qualche legnata ma ci si deve rassegnare al fallimento e alla prosaicità di una povera gerarchia di paghe in una compagnia di provincia. Questo spettacolo è anche un entrare e uscire non solo dalla vertigine delle Storia e delle storie, dal senno alla ragione, dalla fuga siderale ariostesca alla prosa terragna, ma anche un gioco di specchi tra teatro finzione iperrealtà. Dimensione riportata poi a misura umana e non più di “caratteri”, quando poi approdiamo nella più totale suggestione tribale e da accampamento in quel del mausoleo di Teodorico, altro momento potentemente evocativo, in cui Marco capocomico più che mentore e guida fa i conti con la situazione di un teatro che si suppose avanguardia anche di vita, di assetto economico, di relazioni paritarie ed oggi è soggetto ad un attacco frontale su cui poi torneremo. La fame alla Toto e Peppino, che rimangono un po’ il futuro del Cavaliere e di Sancio, rimane la sintesi di questa ulteriore stazione che potremmo interpretare anche come fame di luce e bellezza, ricerca di una catarsi possibile. L’ultima tappa a sottolineare la coincidenza tra Arte Vita e Narrazione di Albe e Ravenna Teatro è il teatro Rasi, la realizzazione concreta di un sogno vocazionale e identitario che ha creato propaggini nel mondo intero.
Siamo in un contesto di annunciato convivio. Gli attori ci ricevono, i cittadini convocati sono alla mescita del vino e alla distribuzione del pane perché si è fatta una certa. Lo spettacolo dura 4 ore, come spesso accade nelle produzioni europee e volano via letteralmente come i sogni fanno. Adesso si capisce che siamo in un contesto diverso, da opulenza borghese, quale il teatro dei velluti rossi evoca sempre. Adesso siamo ad una avventura quasi scespiriana per tematiche (eppoi esiste sempre questo fil rouge che tiene insieme la cultura di un’epoca). Una fanciulla molto giovane deve essere data in sposa ad un anziano ricco, ma è innamorata di un coetaneo squattrinato. Si celebra in fretta un matrimonio presuntamente in articulo mortis, ma il finto suicida per amore in realtà risorge sparigliando lo svolgimento tragico atteso e per una volta la classe sopraffattoria dei potenti si ritira in buon ordine. Forse un segnale rispetto al fatto che l’immaginazione capitalista si può combattere, aggirandone i suoi stessi cliché. A questo punto le armi non servono più, le legnate neanche, la compagnia e i musicisti hanno fatto del loro meglio e noi ci portiamo in tasca la forza creatrice del possibile. Nonostante l’ora tarda festa grande con Marco ed Ermanna che ci spiegano quanto questo lavoro malinconico e allegro al tempo stesso, come il grande teatro sa essere, sia stato di difficile e di lenta gestazione. Di come la svolta sia arrivata soltanto con l’idea del sogno e di come ci siano delegazioni estere a vedere lo spettacolo di continuo nelle varie repliche rapidamente esaurite. Quella sera, per esempio, c’è una sezione di università parigina in missione conoscitiva e di studio, che si fermerà anche nei giorni seguenti.
Che dire? Troppo presto ancora per la inesauribile vitalità di Marco ed Ermanna che pure esattamente ricalcando la malinconia meditativa del transeunte propria di Don Chisciotte epigono di una classe sociale inetta e moribonda, ma tenera nell’opporsi al rampantismo borghese, del tutto anacronistica nella difesa a oltranza di valori forse mai esercitati, civettano per tutto lo spettacolo sulla loro anagrafica, troppo presto, si diceva per andare in pensione e demordere dall’idealismo che è loro costituente. Eppure, questo lavoro millefoglie o multistrato, ha in sé il valore di un lascito poetico, di un patrimonio da lasciare in eredità a qualcuno, di una indicazione netta sul da che parte stare, come viene ribadito più volte, di una storia paradigmatica che ha segnato la cultura italiana tutta e che non può essere dispersa. Soprattutto impossibile ignorare in questa duplice sollecitudine a prenderti per mano per guidarti dentro un universo poetico e personale, l’enorme responsabilità etica e civile dell’umile guitto, come misura dell’estrema responsabilità d’artista quando invochi la partecipazione. Ravenna Teatro ci mostra quanto essa sia allora coproduzione di bene comune.
Rimaniamo nella Romagna Felix e andiamo laddove le chimere sembrano possibili, persino una queerness a portata di gelatino serale familiare, così come può accadere nel tanto discusso festival di Santarcangelo dei Teatri, sottintendendo una serie di comuni e comunità tra mare e ridente collina. Consorziate al sostegno di questa che appare sempre più difficile impresa. Difendere comunque una valenza molto punto zero qualcosa, di un teatro che da teatro circense o da imbonitori o da scabri performers ascetici anni 70, oggi proclama l’insolenza di corpi e biografie non conformi come paradigma di eligibilità artistica simultaneamente alta e bassa. Qui la partecipazione viene assunta nel suo aspetto liberatorio e libertario
Una sorta di isola felice e zona franca, ove tutto sembra essere legittimo e socialmente accettabile, nonché eco sostenibile, a dispetto delle situazioni di abuso e sopraffazione di cui i corpi dei performers spesso si fanno portavoce. Si sa che da sempre, a seconda delle traiettorie dirigenziali e di curatela artistica, dopo la lunga stagione Bacci, questo festival cerca costantemente un equilibrio possibile tra le esigenze di una cultura avanguardistica e un genius loci godereccio e scanzonato, dato dal correre praticamente in parallelo, di mare e collina, di buccia esterna edonista e persino mainstream in questo suo esibizionismo ostentato, fino alla attitudine agra delle plaghe interne sospese tra autocontemplazione, malinconica sovversione poetica, brigantesca, patriottica.
Santarcangelo è stata nei tempi più recenti, anche in questo senso una sorta di autarchia, con le sue reggenze ragionate, alternate, bilanciate, tra i numi tutelari di una ricerca teatrale gloriosa e inesausta del luogo e l’esigenza di trovare un punto di equilibrio e contrappunto esterno in questo senso. La direzione poliennale di Tomasz Kirenczuk, Notoriamente Tomek, sta per concludersi essendosi già allungata oltre mandato iniziale, fino al 2026.
Si discute parecchio e da tempo se quanto viene proposto oggi a Santarcangelo sia Teatro, o qualcosa di legittimamente artistico, ma appartenente ad altre forme disciplinari.
Personalmente credo sia impossibile prescindere dal genius loci del luogo che richiede costantemente aggiornamenti sulla cultura di strada e la rilettura in tempo reale soprattutto della “piazza” e del fare comunità, sospesi tra l’eredità del Passatore, quella delle disco già in declino e una riconversione magari in chiave libertaria ed ecoegualitaria della fruizione di spazi di aggregazione e socialità.
Questa atmosfera casereccia e cosmopolita insieme, alternativa e insieme riconoscibile e quindi a modo suo preventivabile al netto di qualche sorpresa e stranezza, sono i punti di forza complessivi di una situazione in cui non si smettono mai i panni dell’addetto ai lavori, del follower, dello studente e studioso, del fidelizzato a tempo pieno e naturalmente dell’artista, dal momento in cui si riempie una borraccia, a quando si assiste ad un talk collocato in orari proibitivi per il sistema di termoregolazione individuale, a quando si finisce al mitico tendone di Imbosco, ambito approdo after di qualsiasi cosa.
Siamo all’ultimo week end del festival, penultimo anno della direzione Tomek quando sbarco in quel di Santarcangelo, dopo un seminario di antropologia a Trento e le celebrazioni fiorentine dell’anniversario del quarto anno di occupazione di GKN. Una situazione intellettuale ed emotiva già molto piena di incontri ed emozioni, in cui mi pare quasi riposante incrociare le consuetudini anche logistiche del festival, la sua cura nella coerenza estetica, il suo usuale far convivere lo spirito di Tonino Guerra con una sottile vena di anarchismo punk.
Polemiche o non polemiche, tra l’altro erano appena giunte le nuove classificazioni ministeriali per punteggio assai punitive per il festival e la danza e dunque per Santarcangelo in primis, dato che suppostamente non essendovi categorie ibride dello spettacolo, buone a definire il nuovo che avanza, tutto debba derubricarsi a danza, ma in ogni caso tutti gli appuntamenti erano praticamente sold out.
Riesco ad infilarmi al Lavatoio, per lo spettacolo di Eli Mathieu Bustos, coreografo e danzatore impegnato in una sorta di performance verità centrata su un brutale episodio di abuso di potere poliziesco da lui rielaborato in chiave astrologica e subito in questo lavoro ritrovo la chiave più profonda se vogliamo la cifra di tutte queste ultime edizioni, al di là di claims ogni volta diversi. Ovvero il dissenso, lo sfregio al senso comune e allo stigma che portano corpi esposti e diversi ad un ordine patriarcale purtroppo ancora costituente. Sorprende e ammalia nel fascino della notte estiva, la performance infuocata dell’artista malagueña La Chachi, realizzata come moltissimi altri eventi di punta del festival in piazza Ganganelli e dunque gratuitamente per un pubblico mainstream. Il suo lavoro ha un titolo bizzarro che allude ad una sorta di acme parossistico che la sua danza ibridata tra flamenco e krump vive in tempo reale accompagnato da una canzone di strada suadente, mantrica, incalzante, cantata e suonata da un piccolo formidabile ensemble li pure presente. Una vera vibrazione collettiva, così come una garbata provocazione che andrebbe a mio avviso replicata in altre piazze e contesti è quella della cantautrice apertamente queer che parla senza tanti giri di parole da un palco che domina lo struscio del sabato sera per famiglie, di organi sessuali, parti del corpo erotizzate, lesbismo e diversità. Un’autentica dimostrazione en plein air di coraggio e civiltà, dato che un certo divertimento generale sembra l’atteggiamento prevalente. La franchezza evidentemente allontana i rischi di volgarità e morbosità. Ma i due spettacoli che veramente mi hanno colpita e convinta una volta ancora che un giro a Santarcangelo val bene una messa sono Language: no problem di Marah Hussein, visto al Supercinema, una incredibile decodifica dei meccanismi di oppressione esplorati con l’aiuto della lente linguistica e relazionale. Uno scontro affilato, umoristico, tragico, toccante tra la lingua della Palestina sotto occupazione e la lingua ufficiale di stato, ovvero quella ebraica. Uno spettacolo che ho trovato originalissimo, raffinato, non convenzionale e coraggioso per chi lo conduce come un gioco perché in questo momento non deve essere facile per niente anche emotivamente portarlo in scena. Sono memore, infatti, della problematicità del tema linguistico della sua delicatezza e cogenza, a partire dalla storia delle Non Sorelle di Enrico Baraldi e poi dallo svolgimento filmico della loro vicenda di teatranti ed esuli alle prese da ucraine con i grandi testi della letteratura russa. Sappiamo che le polemiche in merito sono incessanti perché il campo culturale amplifica tematiche che spesso passano inosservate. Ma l’apice di uno stato euforico può a questo punto essere garantito solo da un lavoro a mio avviso potente e ctonio come pochi, quale questo Magic Maids di Eisa Jocson e Venuri Perera, artiste multidisciplinari provenienti da Filippine e Sri Lanka. Un duo di conturbanti femmine, schiave domestiche e infine streghe dedite a preparare pietanze o intrugli velenosi, chi può dirlo e soprattutto devote al culto della Scopa, oggetto cardine della rappresentazione in molteplici formati, compreso quello di oscena protesi dei corpi, pronto naturalmente a trasformarsi in mezzo di estasi e liberazione.
Un sabba selvaggio, stupefacente e rinfrancante, uno sgretolarsi progressivo della norma patriarcale, un affondo ironico interattivo. Magistrale tutta la parte centrale del lavoro, in cui le due seducenti domestiche maghe interrogano, blandiscono, circuiscono e infine ridicolizzano il pubblico prevalentemente si sa, bianco e borghese, sulla opportunità di acquisire una donna delle pulizie proveniente dalle loro nazionalità inanellando una serie di paradossali pro e contro della cosa. Si ride e ci si incanta, ma si fanno anche molte riflessioni sul nostro immaginario coloniale e la nostra piccola dimensione privilegiata intrisa di luoghi comuni e pregiudiziali di varia natura inconscia. Evviva le streghe, dunque, che, come in un rituale di possessione, liberano anche noi dai nostri mali interiori. Un lavoro brillante e pedagogico che sarebbe bello poter rivedere presto ancora da qualche parte e chissà che non succeda.
Ma ci sono altri posti sorprendenti per la qualità delle proposte e voglio citarne un paio, qui, ovvero il cosiddetto Parco della Zucca, sede da anni delle programmazioni che onorano in quel di Bolognina davanti al museo della Memoria, le vittime dell’abbattimento del dc 9 di Ustica. Qui dal 27 giugno, giorno della tragedia in quel topico 1980, al 10 Agosto, notte di San Lorenzo si programmano eventi di qualità. Giusto ierlaltro, si è vista una Marta Ciappina in forma smagliante prodursi nella nota coreografia. Gli anni, creazione di Marco D’Agostin e vincitrice di un meritato Ubu 2023 nel suo settore. Ma vorrei qui raccontarvi un poco di questo lavoro Una storia che non fa ridere, assolo più che monologo, a molte voci interiori ad opera di Niccolò Fettarappa, un attore autore under 30 che da giovane promessa della scena romana, importato già alle occupazioni del Minghetti dai Kepler 452, divenuto in seguito partner in crime in alcune ultime loro produzioni, rivela una maturazione drammaturgica, contenutistica e di tenuta di scena quasi commovente nel passaggio sempre delicato tra il minimalismo solipsista della condizione giovane a teatro di narrazione civile cha in sé una sua epicità, una sua folla sottintesa di caratterizzazioni, la maestosità insomma dell’affresco.
Fettarappa declina nevrosi personali e generazionali assai abilmente sull’ordito costituito da un tema cogente: quello della Verità e del conseguimento di giustizia, oggi che stiamo immersi in post verità lunghe decenni che offuscano qualsiasi barlume di consapevolezza.
Senza adire ai tasti da legal thriller veste invece i panni del cittadino puntiglioso e convintamente militarista: letteralmente da brivido gli affondi che non la mandano a dire sui signori degli f qualsiasi numero e dei caccia, sulle loro traiettorie, sulla colpa indiretta di una cultura da Frecce tricolori. Era da tempo che non si sentiva una così garbata e nello stesso tempo profonda viscerale invettiva contro tutta un’industria, un apparato che forgia il senso comune su un supposto diritto di difesa, il patriottismo, i confini, il segreto militare. Una cosa non da poco in un paese in cui si vendono migliaia e migliaia di copie dei libri esternazione di noti vertici militari e si tende a chiudere processi drammatici con sentenza ancorché veritiere, pur tuttavia generiche, cosa che minaccia di avvenire per questa vicenda.
Non stupisce pertanto la standing ovation finale dedicata allo sdegno civile certo, ma anche alla denuncia della vana follia delle manovre militari tutte e anche alla maestria di un autore che ha trovato una sua fisionomia oltre Celestini, Paolini, Baliani, esempi illustrissimi di questo tipo di teatro, capace di destare l’interesse e il coinvolgimento di nuove generazioni che non hanno neppure lontana memoria di quei fatti.
Infine, della mia carrellata voglio tornare al Teatro stabile del Veneto, al bellissimo luogo che è il teatro Verdi di Padova e alle intelligenti regie di Fabrizio Arcuri sul progetto dedicato ad Handke, di cui già vi riferimmo di recente. Incredibile veder funzionare in grande assetto un teatro in pieno luglio, altrettanto godibile e così ben inserito nel contesto di una cultura gentile il rinfresco a seguire, sotto il colonnato all’aperto del teatro: se non siete mai andati a Padova e a teatro li, il giro vale la candela qualsiasi cosa vi si programmasse.
Ma in questo caso, oltre a rimembrare stucchi e freschi di gran pregio, spezzo apertamente una lancia in favore di un progetto che meriterebbe se le condizioni e regole del teatro italiano non fossero quello che sono rendendola impresa difficile, di girare per la penisola.
Insulti al Pubblico si presentava sulla carta come una autentica scommessa: considerato un testo emblema di una stagione di contestazioni, come si dice allora, ormai già molto lontana, siamo al 1966, addirittura pre-Sessantotto, con fama di testo provocatorio perché cercava una interazione provocatoria con il pubblico suppostamente bianco e borghese dei teatri (in fondo questa condizione sebbene si evitino pellicce e gioielli in certi contesti, è peraltro immutata), rischiava di apparire nella sua verbosità e in un gioco delle parti oggi più difficile da imbastire, un piccolo tentativo semantico velleitario.
Ma la giovane compagnia, già vista nel lavoro precedente e che si riunisce intorno a Filippo Dini, attore consumato e direttore dello stabile stesso, assente del tutto per impegni festivalieri quella sera, viene condotta dalla sempre ironica cifra registica di Arcuri su un altro piano di discorso, ovvero quello di un divertissement intelligente in cui sono chiamate in causa categorie quasi beckettiane come la vertigine claustrofobica consenziente, il cortocircuito spazio temporale fatto esplodere in una allusione alla Morte. Insomma una provocazione esistenziale a tutto campo e anche un discorso non banale sul guardare ed essere visti, sull’essere e l’apparire, sui ruoli e le etichette che ci affibbiamo da soli, il tutto giocato su una intelligente struttura a siparietti quasi cabarettistica, un po’ come Handke avesse visto i famosi Gufi, gruppo cult della scena innovativa anni 60, non dimenticandosi al contempo che sebbene la prospettiva sia stravolta e ci si trovi a sipario chiuso nel retropalco siamo pur sempre nella terra di Goldoni e il gioco di scena tra i due ragazzi e la ragazza è anche un ammiccare fresco e giocoso come si conviene nella terra delle ciacole e della locandiera. Bravissimi, infatti, i giovani interpreti che apprendiamo turnano in quanto terzetto tra loro a seconda delle repliche. Chapeau, dunque, anche in questo caso.
Prima di chiudere una piccola parentesi per vacanza anche se l’estate è ricchissima di rassegne anche dove mi recherò io e spero potervi tenere informati, mi consta di riferire sui sommovimenti da cui parte l’articolo che oggi sono coordinamenti locali e nazionali con diversi tavoli di lavoro per richiedere modifiche di legge e vere e proprie riforme della regolamentazione del settore spettacolo. Le tappe intermedie sono tante e a Roma in concomitanza con Shirt theatre ai primi di settembre sono previste due giornate di mobilitazione. Intanto il ministero ha dovuto parzialmente recedere da alcune sue intenzioni, ma l’attacco alla Cultura non si fermerà certo qui.
Intanto un segnalo positivo arriva invece dal rinnovo cariche artistiche su Ert: a Modena si è tenuta una attesa conferenza stampa che è stata un autentico manifesto politico e civile da parte di Elena Di gioia curatrice artistica e Natalia di Iorio agli affari generali. L’impressione, ma ci torneremo sopra sia sul rapporto produzione- distribuzione, sia sulla curatela degli artisti e del pubblico, sia sulla formazione, sia sul respiro internazionale e che si sia su una strada feconda. Uno statement ben riassunto da Digioia che è TEATROPUBBLICO, maiuscolo e attaccato e che riassume bene il sentire di una comunità. Si parte benissimo, proprio mentre scrivo con una serata impegnativa nel chiostro che ci traslerà dal primo al due agosto: una maratona attoriale e musicale dedicata alle 85 vittime della strage, titolata da Alessandro Bergonzoni, che appunto saprà esprimere quello spirito di agorà pubblica che si rinnova in celebrazioni collettive come questa. Celebrazioni di senso che vedono sinergie tra figure professionali e competenze diverse come quelle della storica Cinzia Venturoli. I testi saranno infatti documenti e articoli per restituire il polso di una incessante ricerca di verità: una buona parte della documentazione e tratta dall’ultima sentenza denominata Cavallini e poco conosciuta al grande pubblico. Come vedete, pur nella tragedia immane di due oscure vicende stragiste così ravvicinate nel tempo purtroppo non le sole, Bologna trova una sua modalità di elaborazione artistica.