Non c’è soltanto un risorto Lindo Ferretti in grande spolvero, quale che sia la vostra opinione nei suoi confronti, a ricordarci al festival Lupo in quel del Poggiolo, che è tutta una questione di Spazio o ancora le balle spaziali di alcuni plutocrati fuori di testa pronti a salpare per le galassie, o ancora le torrenziali info di indagine sociologica sulle scene immaginifiche e si sperava progressive degli anni 90, a lanciare suggestioni speculative su un collasso cronologico e di lettura interpretativa binaria di ciò che intendiamo correntemente per Storia. Con tutto il corollario filosofico che ne consegue per chi fa missione del suo evocare storie. Non si tratta banalmente di esercitarci su una fine della storia per ora di là da venire, quanto su cosa essa significhi, quali strumenti agisca, che rapporto intrattenga con l’autobiografismo e la memoria e la collettività. Si tratta di pensare la Storia come lente d’indagine ed anche campo, questo sì effettivamente largo, dove si praticano idee messe in situazione di circolarità e nutrimento reciproco.
Un ragionare in definitiva che mette in crisi se lo pensiamo al livello delle arti performative la vulgata che vede vecchio-nuovo in dialettica oppositiva, piuttosto che in tensione fecondativa e confonde tradizione e conservatorismo. A patto poi di considerare il conservare in sé una categoria dello spirito sbagliata.
Questa vertigine spaziotemporale che si assume molte plurali responsabilità nella rappresentazione della nostra tribolata condizione post umanista, cortocircuita spesso in fulminanti coincidenze di incontri, collaborazioni, ritorni impensati, fulminazioni, mi vien quasi da dire. Ed è un poco su queste fulminazioni, su queste saette tra castelli di destini incrociati che mi va di intrattenervi, prima che tra Per Aspera, 17-27 settembre, Robot e molto altro, ad esempio il progetto, guarda caso sui luoghi e gli spazi, a firma Kepler di cui vi abbiamo già parlato, inizi la rumba abituale. Non rinunciamo tuttavia a segnalarvi, segnalarvi la bellissima rassegna Feminologica che la tenace e vibrante Simona Sagone, quasi traendo linfa dal monumento stesso alle partigiane ivi posto, organizza annualmente in questi tenaci scampoli estivi presso i giardini di Villa Spada, dedicata al tutto che l’ingegno delle Donne sa abbracciare e risignificare, nonché rimandandovi anche a vari festival archivistici a postura resistenziale in città e non solo quale per esempio il festival dei Diari di Pieve Santo Stefano che vede cospicua sezione performativa a firma della nostra Donatella Allegro.
Già che ci sono, per fare più possibile una panoramica esauriente, vi consiglio nel gioiellino assai poco conosciuto del parco dell’Istituto Serpieri a Corticella, una produzione targata Tra un Atto e l’Altro, nell’ambito del progetto regionale Corpo delle Donne, dedicata all’opera di Dino Buzzati. Al lavoro certosino di bottega teatrale un manipolo di attori autori da chapeau, perché praticamente traslati nel tempo e nello spazio dalla straordinaria compagnia di Leo De Berardinis.
Tornando a noi, la mia carrellata circuita subito nei tempi perché recente passato, presente e futuro molto prossimo si intrecciano senza soluzione di continuità, tra le Marche profonde, il Lazio e le nostre aree urbane.
I fumi della fornace è una piccola grande realtà artistica e di impegno ambientale fuori dai canoni e sui generis dal respiro talmente radicato nei luoghi da essere radicalmente cosmopolita come solo certe note rassegne eterodosse ma molto ben foraggiate a livello internazionale come che so il Sundance festival in ambito cinematografico potrebbero essere.
Anzitutto il posto, Val Cascia, provincia di Macerata, paese di poche migliaia di anime immerso in una campagna dolce e meravigliosa, ma di pianura, in mezzo ad una natura che si è ripresa tanti spazi tra vestigia di capannoni e depositi industriali in gran parte inattivi, che assumono una dimensione incongrua qua in mezzo e nel contempo vengono riscritti e smussati nella loro distopia intrinseca dal paesaggio come dicevamo opulento e dal lavorio indefesso di un collettivo diffuso di under 30 che già 8 anni fa e incurante poi persino della pandemia si mise in testa di creare una processione sabbatico celebrativa che coinvolgesse potenzialmente tutti gli abitanti rimasti (si tratta di uno dei numerosi borghi interni di un ovunque italiano di spopolamento) per esorcizzare e distillare, con un senso nuovo la poesia amorevole e sbilenca di questi fatidici fumi.
Stiamo parlando di esalazioni indubbiamente tossiche e dalle conseguenze tutte da verificare nel tempo per la popolazione autoctona. Esalazione di materiali Eternit provenienti da questa fornace tra le più qualificate al mondo mescolate forse anche ad amianto e altre tossicità farmaceutiche riversate durante la pandemia. Cosa ci può essere di più inquietante di una minaccia eterea alle massime funzioni vitali, ben camuffata nella soavità del paesaggio? Oltre naturalmente alla chiusura dell’impianto con le sue ricadute economiche, sociali, antropologiche? Naturalmente l’affabulazione popolare più conservatrice ci parla di esecrabili effetti collaterali: Tutte frocie e puttane le persone più colpite da questi fumi che mi configuro come una sorta di inafferrabile basilisco da sconfiggere con qualche astuzia irriverente e fanciullesca.
Ma stanno crescendo dentro e accanto la mitopoiesi dei fumi con orgoglio e originalità di pensiero questi ragazzi e ragazze del collettivo che costituisce oggi la APS Congerie e che organizza quello che ormai a tutti gli effetti è un festival di arti performative site specific processuale, nel senso che ci si sposta per luoghi di varia composita fascinazione, quasi in fila indiana fiduciosi nello spiritello guida di Giorgio Maria Cornelio che è un po’ portavoce e front person del nutrito collettivo e anima di un organizzo per il resto estremamente orizzontale in tutte le sue funzioni. Un’anima poetica, perché Giorgio Maria è soprattutto poeta, ma poeta prosodico, costituito nell’ascolto e nella pubblica enunciazione del verso narrativo. Una misura di estrema classicità fuori da trend e convenzioni e che proprio per questo esonda, sovverte gioca futuribile da un antico passato forse matriarcale, forse ermafroditico e non binario assumendo con profondità e leggerezza il tema del lascito, della comunità, della catastrofe. Difficilmente spiegabile il senso di spaesamento rigenerante che si prova qui, uno dei numerosissimi natii borghi selvaggi di una regione incantevole, assunta per luogo comune come sonnolenta e dimenticata, bisognosa forse più di tutto di una rinnovata stagione di slancio politico. Ecco le Marche, l’unica regione al plurale dello stivale mi appaiono come la plastica dimostrazione dell’esangue irrilevanza di modelli economici sviluppisti canonicamente intesi ed esprimono bene le difficoltà amministrative e non solo di un centro sinistra poco inventivo e site specific. In compenso forse il mondo sarà salvato da ex ragazzini non ancora pienamente adulti come questi, che con tenacia da un bordo da ritagliare, guardano molto lontano, ridefiniscono il concetto di proloco e persino quello di sagra e di corteo religioso, in località che passano per essere ultratradizionaliste.
Così all’ottimo ristorante popolare puoi incontrarci tranquillamente in quasi incognito uno come Luigi Lo Cascio che di questo festival è talmente amico e sodale sin dagli esordi, che ogni volta testa qui qualche testo nuovo che ha scritto. Ai tavoli piccole micro comunità queer e famiglie dai palazzoni vicini in serena concomitanza.
Sono meravigliata io stessa di questo contesto che non mi aspettavo: è l’ultimo giorno del festival ed il tema dato, giacché ogni edizione viene titolata, è esattamente: lasciare la festa. La festa perpetua, mi racconta il programma costruito come mappa origami, è assunto come paradigma del contemporaneo e subito entriamo con le note di presentazione nel vivo del tempo interrotto e stoppato ad un eterno presente mentre si esprime la crisi della distanza. Io sono qui essenzialmente perché volevo salutare il mio amico Daniele Timpano, ma decido di seguire tutto ciò che si può fino alla fine perché mi accorgo che nei giorni antecedenti ci sono stati eventi a detta generale memorabili come quello con Michele di Stefano ed MK, mentre vedo circolare altre facce note.
La giornata si rivelerà intensa e molto lunga, nutrita non solo dagli ameni ma cattivelli poemetti focomelici di Timpano, ma dal recupero in acustico di un recital di Paci Dalò che ci riporta ad una dimensione ancestrale, dalla danza e dalle situazioni musicali appassionate e qualitative anche se un po’ slabbrate tecnicamente: qui però nessuno sembra darsene pensiero. Potrebbe sembrare sottovalutazione o arroganza, ma tutta la tenacia che ci vuole per resistere in autoproduzione qui ha insegnato ai nostri amici una filosofia di accettazione non già del compromesso, ma del rischio e del fallimento. Dopo aver assistito a Descantar primo movimento, atto scenico a cura di Cornelio, molto discusso tra i miei amici e dopo che a stento son riuscita a lasciare la festa tra cerimonie di ringraziamenti fiume e una sorta di rave campestre, decido di fare una chiacchierata con Giorgio Maria.
Si direbbe che avete iniziato in quanto gruppo, veramente da cuccioli, che è una cosa davvero insolita nel panorama italico e sembra incredibile perché avete dovuto attraversare anche una pandemia. Vi considerate impegnati eppure non sfoggiate il moralismo giansenista proprio di tante frange attivistiche, siete dunque giovani e indipendenti rispetto le ideologie passate però mi organizzate una mostra documentario-fotografica sul festival di poesia di Castelporziano che pochi credo si vogliano ricordare ed anche il tuo Descantar spiazza rispetto le tue attitudini abituali. Ci puoi spiegare in cosa consista la vostra ricetta?
La nostra ricetta, se la vuoi chiamare così, si chiama Autoformazione. Una cosa così di base e di crescita che per noi ha un senso come di sviluppo naturale, ma non è scontata affatto in un’epoca di iperspecialismi e master di qualsiasi cosa. Scienza e discipline umanistiche va da sé che per noi siano in accordo con il nostro anacronismo fluido. Qui è come se vigesse una sospensione del Tempo perché ci interessa il processo evolutivo di uno spazio. Che è il nostro, ci è toccato in sorte e che assumiamo in tutta la sua valenza distopica. Noi non rifiutiamo la catastrofe. Ne prendiamo atto e la assumiamo come responsabilità collettiva. Prima ancora di fare arte mi interessa dire che qui sin dalle scuole superiori ci siamo interrogati su una storia cancellata e negletta e che però magari è inscritta volenti o nolenti nel nostro genoma. La globalizzazione a quanto pare non è affare così recente, se qui in questo posto remoto per certi aspetti c’era uno dei migliori macchinari per la produzione di mattoni. Prima ancora di assecondare e nutrire le nostre vocazioni noi ci siamo guardati intorno e abbiamo cercato coinvolgimenti e momenti di battaglia. Un privato aveva infine acquistato la fornace, ma noi abbiamo ottenuto che in qualche modo i suoi spazi tornassero bene pubblico. Abbiamo come antropologi investigatori, ricostruito la storia di una comunità spezzata che si era costituita intorno ad un nucleo produttivo come un villaggio, una comunità consapevole con consuetudini, rituali, socialità diffusa, tradizioni. Attenzione, non abbiamo chiesto di ripristinare quello che non era più, ma di ripartire dalla memoria, perché è il dispositivo identitario più potente che conosciamo e che può essere attivato in modo non conforme se si parte proprio dalla sua presunta negatività.
Così noi abbiamo concepito una performance provocatoria, a suo tempo, proprio partendo dal discorso della maledizione dei fumi, rivendicando la nostra alterità dal patriarcato e dal binarismo. Non ci poniamo mai in modalità vittimistica e questo paga nel tempo. Le istituzioni hanno un passo burocratico che certo non ci appartiene, ma d’altro canto colgono quanto lavoro di rivalutazione della zona abbiamo fatto, in fondo al posto loro e alla fine ci hanno dato fiducia. Quindi noi abbiamo il supporto della Fondazione culturale regione Marche per dire, di diversi comuni e comprensori, ma soprattutto dell’Università della Sapienza, perché questa vicenda è un caso di studio. Dopodiché tutto ha seguito processi molto naturali, rispetto alla crescita vocazionale e di competenze dei membri del gruppo. Siamo riusciti a rimanere uniti, facendo staffetta tra noi non solo con il Covid, ma con i vari percorsi formativi, gli Erasmus etc. in qualche modo inconsueto, inedito, forse siamo riusciti a cogliere insegnamenti da un periodo storico complesso e stigmatizzato quale gli anni 70, che non è certo passato alla Storia come epoca pedagogica. Però lo spirito da happening che animava manifestazioni per altri aspetti discutibili come Parco Lambro a noi interessa davvero. Per questo non sentiamo il tema generazionale così cogente in senso cronologico ma più come la possibilità di mettere idee in circolo. Nel tempo abbiamo semplicemente, si fa per dire sfruttato skills e conoscenze in giro per il mondo che ciascuno di noi stava maturando per rafforzare in maniera integrata l’aspetto autogestionale. Così sono nate diverse sezioni, tutte le attività di servizio e comunicazione rimangono interne a noi, generando effetto di grande coerenza e aderenza. Ognuno si è un po’ scelto il suo percorso tra arti visive, musica, performances, talks filosofici, scrittura e poesia pure. Poi i campi nascono per essere attraversati. La fluidità ci interessa in ogni accezione ma le sezioni esistono, le differenziazioni d’uso tra spazi paesaggistici pure, tra campagna ed ex industria. Tutti i contenuti sono d’arte, ma alludono al genius loci o allo spirito di ciascun contesto. Prendiamo il mio lavoro Descantar, nato in pochissimo tempo come una pura performance site specific, inerente uno spazio per me molto significativo quale il campo da tennis. Legato alla mia biografia familiare. Certo non il più bello rispetto al Campo dei miracoli, tra gli spazi del festival per dire, ma l’ambience naturale per una storia di autofiction familiare quale io intendo divenga nella sua serialità.
Il campo da tennis è il campo di tensione della mia famiglia d’origine, così come lo è lo studio del violino, per altri versi e mio padre si è prestato per un cameo in questa performance che è una storia di vivi e morti, un po’ Henry James, un po’ Lagioia. Una storia dark, in cui io ho asciugato il gramelot poetico tra dialetto, prosodia ed altro per un effetto di ctonia potenza femminile: una invenzione funzionale a criticare ferocemente le logiche della riproduzione sociale patriarcale. Ecco, in questo caso la mia impronta testuale è fondante in quanto guida d’insieme, ma ridottissima rispetto ai canoni abituali. I riferimenti filmico pittorici hanno contato molto di più in questo particolare caso. Comunque finito il festival stay tuned perché le nostre attività laboratoriali e con istituti scolastici si riattiveranno, senza nulla togliere alla nostra vena sperimentale, non politicizzata in senso canonico, deliberatamente fluida e queer.
Mi congedo da questa chiacchierata pronta per raggiungere telefonicamente Michele DiStefano coreografo performer sperimentale e tra i più attivi da anni come animatore organizzatore curatore instancabile di ciò che si muove in between tra gli spazi e le pieghe del contemporaneo.
L’occasione è naturalmente non solo conseguente al mood Fornaci ma relativa ai nastri di partenza di Short Theatre, oggetto indefinibile, quasi inclassificabile nel panorama italico ma ormai appuntamento irrinunciabile di questo momento dell’anno traghettatore per eccellenza. Short di quest’anno inizia proprio oggi mentre scrivo e ci accompagnerà per questo scorcio di settimana e tutta la prossima in un excursus su quanto più ci interroga a livello identitario e di categoria rispetto alla valenza del performare. Roma con i suoi spazi iconici legati principalmente alla zona Mattatoio è il palcoscenico naturale per questa festa di corpi in postura resistenziale come ci chiariremo tra poco.
Come ricorderete dopo due felici mandati di curatela e direzione a Piersandra DiMatteo e dopo l’individuazione della romagnola Silvia Bottiroli come nuovo referente del festival, in seguito alla nomina di lei come Direttrice del prestigioso Kunst di Bruxelles, la cabina di regia è costituita da una sorta di quadrilatero composto da Bottiroli Di Stefano e da Ilenia Caleo e Silvia Calderoni. Come dire che si tratta di una curatela nutrita di aspetti teorico filosofici e di pratica artistica sul campo di grande versatilità, duttilità e aderenza ai tempi. In questi casi l’invito è se volete memorizzare nomi e calendarizzare programmi, di consultare il sito in rete perché sarebbe piuttosto noioso stilare elenchi. Molto più appagante concedersi un momento riflessivo con Michele sulla struttura e le caratteristiche di questo oggetto e soggetto del Desiderio che è Short. Specialmente ora che accadono cose veramente pesanti intorno a noi e la stessa città di Roma appare segnata da contraddizioni ed eventi drammatici che riguardano la cultura complessiva di una civile convivenza. Mi sto riferendo naturalmente alle note vicende di Angelo Mai, poi di Spin time e da ultimo alla incommensurabile tragedia di Pietralata. Potrebbero sembrare accadimenti molto distanti tra loro per portata senso e ambito. A ben vedere sono però eventi marcatori di qualcosa di più di un malessere serpeggiante nelle istituzioni e nel corpo sociale tutto. Si tratta di prove tecniche di restringimento spazi di vita e di Democrazia.
Allora Michele cosa puoi dirci dentro una formula non formula non stabilizzata del tutto per natura e circostanze e non codificata per scelta, cosa ricorre e cosa cambia, come si situa la peculiarità di Short dentro un paradigma culturale sempre più povero e asfittico?
Allora, intanto c’è da dire questo, Short è diventato un appuntamento di calibro internazionale e di ritualità irrinunciabile nonostante sia fondamentalmente nato per essere una proposta diversa dalle altre. Molto sui generis per essere teatrale. In buona sostanza si tratta anche di un say hello, di un ritrovarsi, quindi non solo nella nicchia degli artisti e addetti ai lavori che sono erratici per definizione ma per le persone, le comunità nei quartieri. Non ha mai avuto tanti soldi e vive e cresce nelle relazioni. Certo bello lavorare negli spazi non squisitamente culturali e altri. Ma questo significa moltiplicare le relazioni e aggiustare continuamente il tiro. Quando fai una cosa così non è che ti muovi in un mondo di impresari managers culturali, addetti ai lavori e basta. Per cui parli con il tuo gergo, scrivi le mails mandi un video promo, un trailer e fai compravendita. Nello stesso tempo non è neanche la Fiera internazionale del site specific, della creazione per la creazione più o meno cool dell’artista fenomeno.
Io posso solo dirti che dal mio punto di vista si tratta di una moltitudine, sì possiamo usare questo termine negriano, di corpi in movimento. Mi interessano molto le posture dei corpi e non solo in senso puramente estetico coreografico dato il mio mestiere primario… la postura del corpo è rivelatoria di traumi e attitudini sociali… può essere decolonizzata. La direzione a 4 permette di ottimizzare la visione perché abbiamo come dire, skills, competenze diversificate, limitrofe, ma complementari nella misura in cui i nostri percorsi sono tangenti da vent’anni. Quindi ci intendiamo sulle questioni di fondo senza unanimismi. Questo è un festival che non può permettersi commissioni e produzioni, quindi si vedono meno addetti di settore perché non si decidono cartelloni e compravendite qui. Certo si crea una comunità di artisti locali giovani che cerchiamo di valorizzare e far vedere senza ambizioni di vetrina delle nuove tendenze o robe simili. Ergo non so se esista una community più o meno fidelizzata di Short, o una bolla che si voglia definire in qualche sottocultura come per esempio queer, boho, studentesca, periferica o altro. Ci sono tanti giovani che certo vogliono avvicinarsi magari anche fattivamente a tante forme d’arte, ma io posso dire che è davvero una festa dell’attraversamento anche intergenerazionale perché in tanti ritrovano motivazioni attivistiche in quello che facciamo e sono attivisti di lungo corso.
Ma certo c’è questo fatto un po’ inquietante che il teatro è sempre stato luogo di Agorà politica, ma ora sembra proprio l’unico luogo dove si esprimono bisogni e istanze che sono anche politici perché altrove non c’è proprio agibilità, non c’è ossigeno. Io sento che abbiamo bisogno di far circolare aria e idee, da qui, dalla periferia, dal centro gentrificato consumista da tutti i nostri altrove.
Puoi scrivere che noi a Short pratichiamo l’orizzontalità in tutti i sensi: nella Direzione paritetica certo, ma anche nel modo di concepire proprio la struttura e il rapporto con il pubblico. Siamo noi a rivolgerci a loro e dire: allora troviamo insieme una direzione, cerchiamo delle traiettorie cartografiche co-costruite senza sapere prima dove stiamo andando? Una delle cose che più ci qualificano è il progetto Classe che non è, come sai, un semplice talk, ma proprio una forma laboratoriale di formazione continua e apprendimento reciproco. Ogni giorno alle 19 nel nostro quartier generale in Pelanda, che abbiamo mantenuto nonostante i problemi suscitati dalla concomitanza dei Cantieri si discute di temi grandi grandi come genocidio, possibili pratiche decoloniali, diritti di espressione, violenza sistemica. Come vedi anche ben oltre Vogliamo tutt’altro. Non precisamente argomenti da bolla artistoide ma che esprimono quel collassare delle cronologie che da distopico possiamo ribaltare come fecondativo, seminale perché esprime quell’ariosa circolazione di idee che vanno vengono ritornano nei tempi e soprattutto negli spazi tutti sincronici e metalinguistici.
Ci picchiamo anche di essere l’unico esempio di organizzazione che cerca di pagare, di offrire una borsa, a chi ha presentato candidatura per frequentare tutto il corso completo. Apprendere è una scelta, un diritto un bene comune sociale e non tutti si possono permettere corsi a pagamento o anche solo di impiegare tempo lavoro. Questo ci sembra un lavoro di servizio molto importante.
Noi non abbiamo claim precisi a identificarci per le ragioni che ho detto ossia di stare nella molteplicità e conquistarci con l’assiduità delle frequentazioni anche collaborazioni e supporti preziosi così come quello con il Teatri della Vittoria per dire, che ormai collabora stabilmente con noi. Ma puoi ben dire che occupare il campo è la nostra intenzione. Essere infestanti, perché l’intenzione di quegli altri è lo sgombero come pratica sistematica. La riduzione all’isolamento è al silenzio forzati. Noi vogliamo invece espandere, estendere, prendere posto, trasformare spazi in luoghi, occupare, esserci, starci. Questa la vocazione principale. Sono le stesse vibrazioni che ho percepito con il mio gruppo là alle Fornaci: anche in quel caso tutta la storia ritornava al Futuro.
Per finire due parole: gli artisti famosi e di livello internazionale sono tanti, non mancano. Uno tra tutti voglio salutare il grande ritorno di un poeta di corpo e parola quale Alberto Cortez, che qui presenterà la sua ultima produzione fresca del Kunst e che avrà appunto bisogno di un impianto scenico attrezzato e teatralissimo. Poi vorrei dire qualcosa sulla grafica e sulla inaugurazione. L’inaugurazione sarà oggi tre settembre all’Orto Botanico e non è certo cosa casuale. Saremmo nella serra delle piante grasse. Il mondo vegetale organico al tutto, vitale, cooperativo, parassitario in modo intelligente, silenzioso universo scambiatore si collega alla ecosistemica che intendiamo applicare intesa non come green washing e risparmio energetico, ma come architettura sociale di pensiero intersezionale: il mondo vegetale sta nell’altitudine e nel radicamento invisibile e offre rifugio, energia, sollievo, nutrimento lavorando sui beni primari di tutti. Sarebbe bello pensare che certe pratiche artistiche se condivise si apparentino a tutto questo.
Infine la grafica che da sempre esprime una parte importante della filosofia di Short e per questa edizione, sempre rimanendo su un tono giocoso e variopinto, ci siamo affidati alla illustratrice messicana Taquitojocoque. Che, riprendendo la tradizione dei santini mortuari rivisitati, sta comunque facendo una serie di ritratti a tutti gli artisti che stanno passando dal festival. Una bellissima galleria iconografica.
Che racconta un’altra cosa di noi. Ovvero la tensione internazionalista. Non è perché dall’Europa del Nord vengono le istituzioni più riconosciute a livello sperimentale e ci sono più finanziamenti per progetti residenziali, che la nostra attenzione si volge a contatti con quelle ambasciate. Il sottesto mediterraneo, meridionale e che guarda alle culture del globo intero, è per noi, anzi, una dominante.
Anniversari, ricorrenze, si sprecano e se per Short, l’arte comincia a essere lunga in realtà, con i suoi ben 21 anni all’attivo portati da pischelli, con Danza Urbana, chi mai lo direbbe, siamo già alla ragguardevole cifra di 30. Una edizione dunque preziosa, importante, con tantissimi nomi internazionali assolutamente di spicco, un elenco lunghissimo. 19 spettacoli, 10 location tra centro e periferia. Un vero gioiello bolognese creato con forza tranquilla e gioiosa ma radicale ben più di quanto sembri e radicata ormai come poche altre certezze stagionali da Massimo Carosi e Luca Nava tuttora timoni curatoriali e organizzativi. Erano loro studenti del corso di Storia della Danza allora e seppero mobilitare anche in quanto volontariato di logistica moltissime energie di coetanei intorno a loro. Un esperimento, una scommessa, unici nel loro genere a livello nazionale e tuttora copiatissimi. Ma inimitabili bisogna dirlo, soprattutto nella capacità di far sedimentare e crescere una formulazione riconoscibile e di successo introducendo ad ogni edizione qualche piccola innovazione qualche slittamento nelle pratiche, qualche nuova location da praticare e poi fidelizzare. Tutto questo unitamente alla capacità di tessere reti e gettare ponti tra realtà locali regionali, europee internazionali. Un progetto così longevo seguito e appassionante che è un po’ il saluto di buon ritorno in città ma anche una imperdibile occasione per vedere artisti gruppi e tendenze che altrimenti ce li sogneremmo, meriterebbe a mio avviso maggiore sostegno pubblico e attenzione.
In un momento in cui specie nella nostra città i temi della decadenza e della rigenerazione urbana scaldano i cuori e le polemiche, in un momento in cui la strada torna teatro di paure vecchie nuove, questa rassegna che dal pomeriggio a sera anima con la sua tribù di followers piazze strade, architetture storiche, periferie neglette meriterebbe un riconoscimento di pratica di welfare culturale ante litteram. Inoltre opera anche nella direzione di una pedagogia diffusa della Disciplina di danza e movimento tuttora un po’ sorella di un Dio minore nelle nostre programmazioni teatrali. Non ho scrupolo a dire che se fossimo un paese molto diverso da ciò che siamo sapremmo chi supportare fuor di etichette e punteggi in tutti i modi possibili e la Danza Urbana dovrebbe occupare uno dei primi posti per il suo valore educational. Invece Carosi e soci devono come tutti subire assottigliamenti di fondi, devono fare costante lavoro su bando e continua opera di fundraising. Detto questo, il programma di quest’anno è ricco allettante convincente non riassumibile e come sempre è coraggiosamente a bassa soglia di accesso: ma attenzione a ciò che si deve prenotare.
Mentre scrivo vedo già che lo spettacolo serale inaugurale di Barnat nella ex chiesa di S. Mattia che è un ritorno e una rilettura della Sagra della Primavera secondo la scrittura Bausch, dunque un imperdibile risulta già sold out. Io vi segnalo praticamente tutto compreso l’incontro al Tecnopolo ferrarese che ha un suo ubi consistam se consideriamo che Ferrara è sede di Collettivo Cinetico uno dei gruppi di punta del rinnovamento italico contemporaneo fondato da Pennini e Pedroni e un po’ protagonista anche delle scene regionali di questa stagione. Io mi sento dunque di consigliarvi caldamente ancora dato il clima l’esito di laboratorio pomeridiano condotto da Francesca Pennini in piazzetta Maccaferri a Gorki, uno dei luoghi più suggestivi e a me molto vicino al cuore nella Corticella estrema che pochi conoscono. E questa potrebbe essere l’occasione per visitare un centro civico vestigia del Decentramento ed opera architettonica iconica, dotato di una promenade di murales che in un altro paese sarebbe forse tutelata come bene pubblico e visitata da viaggiatori curiosi e senza pregiudizi. Pennini peraltro sta spero felicemente colonizzando anche un’area interna appenninica e io spero davvero che l’Arte e il welfare culturale siano cerniera tra territori molto diversi con unico intento comune di valorizzare e capacitare consapevolmente.