Ancora sulle malattie professionali

di Maurizio Mazzetti /
21 Gennaio 2024 /

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In uno dei primi articoli di questa rubrica, pubblicato il 27 novembre 2022, si era diffusamente trattato delle malattie professionali, sottolineando tra l’altro come, nonostante numeri costantemente in crescita, e percentuali di danni permanenti più alte rispetto agli infortuni (e per certe tipologie anche di maggiore gravità), l’attenzione non solo mediatica al fenomeno fosse scarsa quando non assente. Il quadro generale non è, sotto questo aspetto, cambiato; tuttavia, con Decreto Interministeriale del 10 ottobre 2023 è entrata in vigore una nuova Tabella delle malattie professionali (QUI), in sostituzione di quella precedente emanata nel 2008; e su di essa converrà spendere qualche parola. E da subito si può osservare che tale nuova Tabella è stata, da parte della stessa INAIL normalmente assai attenta a comunicare le proprie attività, non particolarmente attenzionata /pubblicizzata (roba per i soli specialisti?). 

Come già esposto nel precedente articolo citato sopra, – ma repetita iuvant, dicevano i latini, ripetere è utile – le malattie professionali sono quelle che si contraggono a causa dell’attività lavorativa, per esposizione ad uno, o più, agenti nocivi morbigeni legati al lavoro o comunque presenti nell’ambiente di lavoro. L’esposizione è normalmente prolungata nel tempo, ad eccezione di poche patologie (ad esempio epatiti, HIV, altre infezioni) che si possono contrarre con un unico contatto anche brevissimo. La durata dell’esposizione per far insorgere la malattia varia in base a diversi fattori, quali tipo di malattia, intensità della esposizione, predisposizione individuale, presenza di altri fattori, anche extralavorativi, concausali, come anche semplicemente la mera età; indubbiamente il tendenziale prolungamento della vita lavorativa ha un suo effetto, come gli studi di medicina del lavoro confermano. Le malattie professionali più letali, come il mesotelioma da esposizione all’amianto, hanno periodi di latenza lunghissimi, anche di tre, quattro decenni. Qualora la persona ammalatasi nel corso della propria vita lavorativa abbia svolto più attività lavorative diverse, provare l’origine professionale della malattia può essere difficile, a causa delle difficoltà di ricostruire, ora per allora, presenza, intensità e durata dell’esposizione in periodi lontani nel tempo e in realtà produttive che nel frattempo si sono modificate o sono addirittura cessate. 

A facilitare l’individuazione dell’origine professionale della malattia vige in Italia il cosiddetto sistema tabellare: periodicamente l’autorità competente (l’esecutivo, su proposta dell’INAIL) emana una Tabella, che riporta una serie di patologie ed una parallela di lavorazioni (spesso con indicazione degli agenti nocivi collegati). Se chi lavora o ha lavorato in una delle attività indicate e contrae una patologia indicata come legata, dalla Tabella, a quell’attività, la patologia è automaticamente (ipso iure, dicono i giuristi) di origine professionale – malattia professionale tabellata – senza bisogno di ulteriori indagini. Non proprio ovviamente, (perché ci volle una sentenza della Corte Costituzionale nell’ormai lontano 1988, ad allargare il sistema) è oggi peraltro sempre possibile dimostrare l’origine professionale di una malattia non compresa nella Tabella, o contratta in altre lavorazioni, detta appunto malattia professionale non tabellata: ma in questi casi l’onere della prova (tanto della malattia, quanto della sua origine professionale) ricade sulla persona che si è ammalata. 

Le diverse Tabelle succedutesi nel tempo riflettono le modificazioni tecnologiche e nell’organizzazione produttive nel frattempo intercorse, nonché l’efficacia dei sistemi di prevenzione ed igiene: vi sono patologie che scemano, quali le dermatiti e le ipoacusie numericamente dominanti alla fine del secolo scorso, altre nuove che emergono ed acquisiscono consistenza numerica tale da divenire, da non tabellate, tabellate, come quelle del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo (da movimenti ripetuti, posture incongrue, sovraccarico biomeccanico), o quelle nervose.  

Osserviamo, infine, per quelle da esposizione all’amianto, responsabili di decine di migliaia di decessi da quando l’uso ne fu bandito nel 1991, che esse continuano a figurare nelle statistiche e a fare il loro sporco lavoro per mero effetto dei lunghi tempi di latenza. E anche se il fenomeno tende ad esaurirsi, sia pure in tempi su cui gli studiosi non concordano, gli ultimi dati consolidati sul 2022 (Tabella MM8.5 degli open data) indicano ancora 327 decessi (su 347 totali) per patologie asbesto correlate, a fronte dei 490 del 2021 e ai 514 del 2020).  

Ciò premesso, ancora due osservazioni di carattere generale:  

  1. La normativa (articoli 3, 139, 211 del tuttora vigente Testo Unico DPR 1124/1965) prevedeva una revisione addirittura annuale delle tabelle. La previsione si è rivelata, come facilmente prevedibile, da subito impraticabile, tanto è vero che una prima revisione avvenne …. nel 1994 (DPR 336) ed una seconda nel 2008 (DM 09 aprile 2008). 
  1. Per motivi di carattere tecnico, medico legale che forse solo gli addetti ai lavori possono spiegare, le tabelle di malattie professionali continuano ad essere due, una per l’Industria ed una per l’Agricoltura. O forse, semplicemente, restano due perché l’impianto sostanziale del Testo Unico 1124 del 1965 resta quello originario, che fotografava una economia italiana agricolo – industriale e non industriale (o post-industriale che sia oggi, qualsiasi cosa significhi il termine) 

La domanda da farsi è: la Tabella 2023 allarga e migliora l’area della tutela, come dalle dichiarazioni contenute nelle premesse e nei lavoratori preparatori del Decreto, oppure la restringe/peggiora?  

Proviamo ora a dare una prima risposta, (per quanto possibile qui trattandosi di materia altamente specialistica), basandoci su un lavoro di dettaglio di Adriano Ossicini, già Sovrintendente Medico Generale dell’INAIL e ora consulente medico legale del Patronato ACLI, pubblicato su Punto Sicuro lo scorso 22 novembre 2023. Ci si limiterà alla Tabella dell’Industria, settore che (dati ISTAT pubblicati nel gennaio 2024) contava nel 2021 19,5 milioni di posizioni lavorative di lavoro dipendente, cui vanno aggiunti i 1.542.299 artigiani censiti dall’INPS. Per contro la tabella delle Malattia professionali dell’Agricoltura riguarda essenzialmente quell’80% di imprese agricole individuali – coltivatori diretti – sulle 401.000 circa aziende agricole censite dall’ISTAT nel 2020 (e non c’è ragione per pensarle in aumento); e in Agricoltura in effetti le specifiche malattie professionali denunciate nell’ultimo quinquennio sono circa un sesto di quelle totali, e quelle riconosciute … (cfr. la tabella in calce all’articolo). Parrebbe quindi, a prima vista, una maggiore incidenza in agricoltura, ma con l’avvertenza che la classificazione diciamo assicurativa INAIL non coincide con quelle, ad esempio l’ATECO, che identificano il settore economico agricolo; ci si potrà tornare sopra. 

Nella Tabella dell’Industria le malattie professionali tabellate calano da 85 ad 81, anche se di per sé il dato dice poco perché, a detta degli stessi esperti, andrebbero esaminate le singole voci; si conferma che a lato delle malattie professionali sussistono le malattie infortunio, cfr. supra, trattate come infortuni (ad esempio, l’anchilostomiasi – anche nota come anemia del minatore, malattia del tunnel, anemia del muratore e clorosi egizia, provocata da vermi che penetrano attraverso la pelle) sparisce dalla tabella perché considerata ora malattia infortunio, in quanto può bastare un singolo contatto concentrato nel tempo.  

Quel che invece potrebbe rappresentare un restringimento della tutela è che la Tabella 2023 contiene solo malattie, per usare i termini medici, “nosologicamente definite”, cioè precisamente identificate; spariscono le patologie presenti nella Tabella 2008 definite con la più elastica espressione “Altre malattie causate dall’esposizione a…” con seguente esplicitazione non già di una precisa patologia, ma dell’agente patogeno, nocivo. E questo era positivo perché allargava l’area della tutela, restringendo in qualche modo l’importanza della distinzione tra malattie professionali tabellate e non tabellate, (peraltro, nella pur ricca ed articolata Banca Dati Statistica INAIL non compaiono più dati analitici sulle due tipologie di Malattie professionali (https://bancadatistatisticaoas.inail.it), mentre negli open data la distinzione è operata solo per le singole tipologie di malattia). Nei fatti, denuncia delle malattie ed istruttoria, nella prassi operativa concreta, sono le medesime per malattie tabellate e no, ed eventuali patologie emergenti non possono che essere, all’inizio e magari per anni o lustri, non tabellate.  Inoltre, la più elastica espressione della Tabella 2008 facilitava certamente il lavoro dei medici di famiglia, primo presidio per la diagnosi delle malattie professionali e per l’identificazione dell’origine appunto professionale, medici cui non si può ovviamente riscontrare una competenza specifica in materia.  

Analogamente, per una decina di patologie, alla definizione della malattia (ad esempio, epicondilite) è stata aggiunto l’aggettivo “cronica”, con l’Ossicini che nel lavoro citato sopra esprime tutte le sue perplessità su una aggiunta, a suo parere, inutile e immotivata, alla luce delle evidenze scientifiche e delle prassi operative. Da profano, mi domando se un singolo episodio, poi non seguito da altri, a questo punto verrebbe riconosciuto 

Alla domanda posta sopra circa l’allargamento o il restringimento della tutela solo il tempo, ed un’analisi di dettaglio, potranno dare una risposta. Certamente la tutela non si allarga, e l’analisi specialistica di dettaglio che Ossicini compie sulle patologie cancellate, aggiunte e/o modificate gli fa confermare questa conclusione.  E di seguito, a mettere una sorta di punto fermo, una sintesi dei dati disponibili ad oggi ad oggi, che fotografano sostanzialmente l’applicazione della Tabella 2008, ed utile promemoria per il futuro. 

Da esse, in estrema sintesi, emerge come i numeri di denunce siano in crescita, che le percentuali di riconoscimento viaggiano negli anni tra il 45% ed il 50%, e che (per chi volesse confrontare il dato con gli infortuni) la percentuale di danni permanenti è più elevata.  

Una osservazione finale: le malattie professionali del sistema osteoarticolare e del tessuto connettivo si confermano quelle assolutamente prevalenti (nel 2022 addirittura il 70% delle denunciate a livello nazionale). Per esse, come peraltro per le altre, le denunce non sono distribuite uniformemente nel territorio nazionale, fino a configurare situazioni di vera e propria sotto-denuncia; e tale disomogeneità neppure corrisponde automaticamente al maggior o minor numero di persone occupate. Il fenomeno può essere indagato anche in un’ottica di genere, con risultati sorprendenti anche per gli addetti ai lavori; ma di tutto questo, ad un prossimo articolo. 

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