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Il “Berufverbot” che la Magistratura applica a se stessa

Nello scontro politica-magistratura, per quanto l’ANM, con il suo Presidente, si sforzi di tenere la barra dritta lungo la rotta della Costituzione, il corpo dei magistrati non si presenta compatto nel difendere le garanzie costituzionali. Se il Ministro Nordio sogna di applicare il “Berufverbot” al corpo dei magistrati, senza riuscirvi, nell’interno della magistratura, si è levato un vento di normalizzazione che porta ad applicare a se stessa il “Berufverbot”, anticipando il potere politico.

Si è da poco conclusa l’avventura umana di Silvio Berlusconi, ma appena celebrati i funerali è ripreso a soffiare fortissimo il vento del Berlusconismo. Questo nuovo Governo, avendo il Ministro Nordio come uomo di punta, ha ripreso il percorso di manipolazione del giudiziario che Berlusconi aveva perseguito, con alterne vicende, in tutta la sua carriera politica. L’asse portante di questo percorso è quello di neutralizzare il controllo giudiziario rispetto agli abusi dei ceti dirigenti, politici, affaristici o imprenditoriali. In altre parole depotenziare l’incisività dello strumento penale nei confronti dei reati dei c.d. “colletti bianchi” ed allargare l’area dell’impunità di fatto per le “persone perbene”, realizzando le opportune riforme di sistema. E’ritornato così prepotentemente d’attualità il mito dello scontro Magistratura – potere politico.

Ha cominciato il Ministro Nordio, che da Taormina, irritato per le critiche ricevute alla sua miniriforma, ha imposto all’ANM di tacere, accusandola di interferenza indebita nell’azione di governo.  E’ curioso che, alla caduta del fascismo il Ministro liberale dell’epoca Arangio Ruiz, con una circolare del 6 giugno 1944 abbia restituito ai magistrati il diritto di esprimersi liberamente e di partecipare alla vita politica, che Mussolini aveva cancellato, mentre adesso la libertà di espressione viene guardata nuovamente in cagnesco da un Ministro che si autodefinisce “liberale”. Ma il problema rimane pur sempre il controllo giudiziario esercitato nei confronti dei ceti dirigenti. Così nella giornata di giovedì 6 luglio è stata diffusa una nota di “fonti di Palazzo Chigi” nella quale si contestava l’operato della magistratura nei casi Dalmastro e Santachè, affermando che “è lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee”. Alle dichiarazioni non firmate arrivate dalla presidenza del Consiglio sono seguite anche due note da parte di fonti del ministero della Giustizia, che proprio alla luce dei due casi giudiziari che stanno mettendo in difficoltà il Governo evocava la riforma del giudiziario.

Bene ha reagito il Presidente dell’ANM Giuseppe Santalucia, respingendo al mittente le accuse e mettendo in evidenza che lo scontro è a senso unico: è la politica che attacca la magistratura. Il punto dolente è lo scandalo del “potere diviso”, cioè quello snodo insuperabile di pluralismo istituzionale rappresentato dal sistema di indipendenza del potere giudiziario che, secondo il disegno costituzionale, non può essere assoggettato né condizionato dall’esercizio dei poteri politici di governo, né da nessun altro potere.  Il controllo di legalità effettuato da una magistratura indipendente da ogni altro potere è la principale garanzia per la tutela dei diritti fondamentali che la Costituzione riconosce come inviolabili. Inutile dire che da diversi decenni la politica vuole mettere fine a questo scandalo del potere diviso che, in linea di principio, è inaccettabile per tutti gli ordinamenti fondati su una concezione monista del potere. Nel suo libro “Magistrati” pubblicato nel 2009, Luciano Violante richiama la concezione della magistratura formulata quattro secoli prima dal filosofo inglese Francis Bacon, secondo il quale: «I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono». In altre parole l’esercizio della funzione giudiziaria deve essere compatibilizzato con l’esercizio del potere politico sovrano.  Non v’è dubbio che il modello di giudice, leone sotto il trono, è quello preferito dal nostro sistema politico. I leoni sotto il trono sono feroci verso chi è sgradito al Sovrano (vedi il caso Lucano), ma all’occorrenza questi leoni si trasformano in cagnolini quando si trovano di fronte agli abusi del Sovrano: certamente al leone sotto il trono non verrà mai in mente di mordere la mano del padrone.

Purtroppo questa concezione dei magistrati come “leoni sotto il trono” è presente in ampi settori della magistratura associata, specialmente nella corrente di destra di cui fu segretario Cosimo Ferri, le cui qualità furono molto apprezzate dal mondo politico che lo chiamò ad esercitare la funzione di Sottosegretario alla Giustizia, che mantenne sotto tre governi differenti. E non è un caso che i collaboratori del Ministro Nordio alla Giustizia provengano quasi tutti da quella corrente. Quindi nello scontro politica-magistratura, per quanto l’ANM, con il suo Presidente, si sforzi di tenere la barra dritta lungo la rotta della Costituzione, il corpo dei magistrati non si presenta compatto nel difendere le garanzie costituzionali. Se il Ministro Nordio sogna di applicare il “Berufverbot” al corpo dei magistrati (senza riuscirci perché – purtroppo – c’è la Costituzione) per evitare sgradevoli critiche agli indirizzi governativi, nell’interno della magistratura, si è levato un vento di normalizzazione che porta ad applicare a se stessa il “Berufverbot”, anticipando il potere politico.

In questi ultimi tempi si è avuto notizia di un procedimento disciplinare dinanzi ai probiviri dell’ANM per violazione del codice etico nei confronti di un magistrato, accusato di aver usato espressioni colorite di critica e giudizi pesanti, nei confronti di un Prefetto, di un ministro dell’Interno e di un noto magistrato, durante alcune conversazioni private con l’allora Sindaco di Riace, Mimmo Lucano, del quale il giudice Emilio Sirianni apprezzava l’esperienza di accoglienza dei migranti, conosciuta in tutto il mondo come “modello Riace”. Si trattava di conversazioni fra privati, destinate a restare private, intercettate nel procedimento penale a carico di Mimmo Lucano, non utilizzate negli atti giudiziari perché irrilevanti, ma rese pubbliche da un quotidiano di destra, incline alla caccia alle “toghe rosse”.  Il Collegio dei Probiviri dell’ANM ha proposto una censura al Comitato Direttivo Centrale, che poi non è stata applicata per non aver raggiunto la proposta il quorum di voti necessario. Secondo i Probiviri costituisce una violazione del codice deontologico del magistrato effettuare delle conversazioni private esprimendo giudizi poco lusinghieri su colleghi o terze persone, se queste conversazioni vengono captate e rese pubbliche, gettando discredito sulla Magistratura.

Ma il segnale più grave di involuzione interna alla Magistratura viene dal Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo deputato per Costituzione, a tutelare il corretto ed indipendente esercizio della giurisdizione. Esaminando una pratica ordinaria che riguardava la richiesta di riconferma del magistrato Sirianni della funzione semidirettiva di Presidente della Sezione Lavoro della Corte d’appello di Catanzaro, il CSM ha respinto la riconferma, chiamando in causa le conversazioni private intercorse fra Sirianni e Lucano. C’è da precisare che, per quanto attiene alla procedura di conferma, la legge, (art. 72 T.U.) oltre alla  verifica della capacità organizzativa, prevede espressamente, al comma 2, che “la verifica deve altresì  riguardare la competenza tecnica, l’autorevolezza culturale e l’indipendenza da impropri condizionamenti, espresse nell’esercizio delle funzioni direttive o semidirettive”. Avendo verificato queste caratteristiche il Consiglio Giudiziario di Catanzaro aveva espresso, per due volte, parere positivo all’unanimità. La conferma o il diniego di conferma di un incarico direttivo o semidirettivo per un magistrato, di norma è un problema di normale amministrazione della giustizia. Attiene al controllo delle capacità professionali e di equilibrio del magistrato nello svolgimento del suo lavoro. Non ha nulla a che vedere con il controllo del profilo culturale, dei sentimenti o delle opinioni espresse dal magistrato in conversazioni private, ove non si riferiscano espressamente all’attività del proprio ufficio. In questo caso, attraverso un banale provvedimento amministrativo è stato realizzato un grave episodio di discriminazione politico-culturale. Di fatto è stata istituita una sorveglianza su quei magistrati che si trovino ad esprimere idee sgradite al potere o al mainstream politico-culturale. Ha osservato allarmato il magistrato Simone Spina: allineatevi tutte, allineatevi tutti! D’ora in avanti, ai magistrati e alle magistrate in servizio, è bandita ogni possibilità di esprimere, nella loro sfera riservata e privata, opinioni personali, è proibito formulare giudizi, è vietato articolare pensieri.

Se passasse questa linea interna alla Magistratura, Nordio e Meloni tirerebbero un sospiro di sollievo. Il Berufverbot i magistrati se lo applicano da se stessi.

Questo articolo è stato pubblicato su domenicogallo.it il 20 luglio 2023

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