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La nuova new wave fiorentina (parte seconda)

Avevamo lasciato i nostri pochi o tanti lettori, con il resoconto prima di uno spettacolo teatrale che vedeva direttamente protagonisti in scena gli artefici di una lunghissima vicenda di resilienza operaia quale quella rappresentata dal Collettivo Gkn di Campi Bisenzio, poi con il racconto di una giornata referendaria dei primi di Dicembre nella fabbrica stessa.

La nostra promessa era stata quella di riferire per frammenti anche di tutta una sorta di scena culturale, per la verità spesso non collegata quantomeno in modo evidente con questa specifica situazione, ma che per affinità di visione può “convergere” su un terreno di comune sentire.

Nel frattempo diverse cose si sono messe in moto a vario livello e Gkn, seppure purtroppo non nel mainstream informativo e comunicativo ufficiale, che attende sicuramente solo notizie topiche, incidenti, scontri e catastrofi o ancor meglio, provocazioni per attivarsi, continua a muoversi e muovere istanze e questioni.

Mentre scrivo, si annuncia per la serata la presentazione bolognese del docufilm sulla storia della lotta, alla presenza degli autori, dal significativo titolo E voi come state?, interrogativo che faceva anche da leitmotiv nello spettacolo degli aficionados nonché artisti partecipi di Kepler 452. Inoltre, coerentemente con una prerogativa di percorso intersezionale cui gli operai hanno sempre fatto riferimento con uno scatto di consapevolezza che li ha posti decisamente fuori da un perimetro puramente rivendicativo, li abbiamo anche visti alla recente situazione assembleare in università convocata da varie realtà di movimento schierate contro la guerra in corso, le eventuali guerre possibili e i signori delle medesime con il corollario di amare conseguenze per l’ambiente e le classi subalterne internazionali.

Gkn, continua a far discutere perché vince una causa in sede legale contro le ultime mancate retribuzioni eppure i suoi lavoratori, perché tali continuano dopo un anno e mezzo di braccia conserte metaforiche, a definirsi, non ricevono stipendio da 5 mesi ormai e le trattative stagnano. Gkn pone interrogazioni perché il suo più noto portavoce Dario ammette il rischio di perdita di lucidità e d’orizzonte per il suo collettivo eppure insiste a cercare scappatoie produttive che siano il birrificio, il fotovoltaico, le cargo bikes. Soprattutto chiama in causa il coraggio di un investimento pubblico, cosa che potrebbe essere plausibile a livello nazionale in molti settori come quelli culturali, energetici e sanitari. Di più, ha l’ardire, da una posizione scomoda, difficile, di ridisegnare geografie virtuose, un po’ ricollegandosi a tipologie di lotte, se non gemelle, affini, un po’ spostando il discorso comunitario dalle abituali aree urbane dove solitamente è declinato, alle neglette aree appenniniche, un po’ sposando il punto di vista saldamente centrato sulle disuguaglianze anche territoriali di Barca, questione quantomai scottante ai tempi della discutibile proposta di autonomia regionale differenziata

Per questo da subito, Gkn, in assenza di quella che si sarebbe chiamata una volta una solida rete controinformativa, ha compreso il respiro e l’epica generalizzabile che la sua vicenda poteva assumere se si fosse collegata ad un mondo aggregativo e culturale popolare fortemente penalizzato da questi ultimi interminabili anni in emergenza continua. Da qui, per esempio, il collegamento da subito con i circoli ARCI in area metropolitana circostante, cosi come con i movimenti per la Salute di tutta la Regione, argomento su cui avremo modo di tornare.

Siamo pertanto ad un passo dal Natale quando i bussolotti per la consultazione referendaria in larga parte simbolica, che il collettivo indice per verificare l’adesione di base ad una proposta di fabbrica sociale, escono anche dallo stabilimento per essere ospitati in sedi associative territoriali coagulando intorno iniziative aggregative di taglio particolare.

Firenze ha conservato nonostante l’enorme pressione turistica che sappiamo, scampoli di ruvidezza popolare e scorci pratoliniani che scaldano il cuore : è cosi per quanto concerne il circolo Arci defilato eppure luminoso di S Niccolò, un retro-pieno centro, poco immaginabile forse altrove con queste caratteristiche.

Qui si cucina, bene, secondo tradizioni vecchie e nuove dalla polenta al cous cous, come io stessa sperimenterò, a prezzi accettabili ovvero popolari, senza pretendere di scimmiottare chissà quale convivio della festa, soprattutto ci sono mille piccoli indizi di solidarietà alla causa di Gkn, soprattutto, come testimonia la presenza di compagni di fabbrica in felpa-fumetto d’ordinanza. Si beve vino buono delle Langhe che ci ricorda tanto Pavese e Fenoglio, soprattutto ancora, si viene serviti ai tavoli un po’ improvvisati, ma infervorati al punto giusto, da una sorta di fata bionda un tantino fricchettona, ma luminosa e familiare come il posto: massi, è lei la mitica Ginevra Di Marco, in versione locandiera di comunità, ad imbandire piatti e dirigere il traffico di postulanti gaudenti. Non posso quasi credere di avere innanzi a me, in questa quasi domestica veste, la splendida cantante nel primo disco dei CSI, nonché poi compagna di vita e di avventure artistiche di Francesco Magnelli, anch’egli ai tempi membro del gruppo. Un musicista di spessore, talento e sensibilità con cui poi inizia una carriera parallela nel 1999, che la porta ad un sacco di collaborazioni prestigiose. Loro, si, sono quelli che poi dal 2001 al 2004 daranno vita al progetto Per grazia ricevuta, che comprende la riscrittura di linee melodiche da Lindo Ferretti. Ma da qui in poi, la storia si fa vertiginosa, le collaborazioni, le produzioni comuni, l’attitudine itinerante, l’approccio internazionalista, più che evidente e fioccano premi e riconoscimenti. Dunque, per me è spiazzante chiedere ad una artista cosi ammirata ed amata, dove posso sedermi, appena arrivata, in mezzo al flusso di una situazione conviviale solidale e senza fronzoli, cosi partecipata e calorosa. Non riesco bene a definire se mi sento rimbalzata indietro nel tempo o molto avanti in un tangibile futuro utopico. Eppure. La meravigliosa creatura che si destreggia tra tavoli, richiami, vociare, è proprio quella che di li a pochi giorni debutterà per chiudere un anno non semplice come questo, in maniera egregia al teatro Puccini, con lo spettacolo She, ELLe. Lei, voci di acqua e di terra, suoni di mare e di sabbia, creazione per orchestra Almar’à, l’orchestra delle donne arabe e del Mediterraneo insieme all’Orchestra di Piazza Vittorio. Una situazione corale intensa e ben amalgamata che trova ora il suo contraltare assolutamente, dal basso, allorquando, Magnelli, nella vita consorte di Ginevra, si mette al piano, nella stanza attigua alla zona bar nel circolo, rapidamente volonterosamente spogliata di tavolini, per evocare accenni di notissimi pezzi provenienti da Ko de mondo in avanti, ascrivibili al furente talento targato Lindo Ferretti. Una improvvisa sacralità, in nome di uno spirito di lotta e resilienza mai domo, si leva nella sala, che attentissima, partecipe, entusiasta batte le mani, ascolta i tempi, rimbalza con coretti improvvisati i testi di tutte le più note canzoni del rocker reggiano. Ma non basta perché ci sono appunto canzoni di lotta, di governo, di alterità e navigazione attingibili al grande patrimonio folclorico di tutti mari e le terre emerse, che la gente ha voglia di rimembrare e sussurrare coralmente per questa straordinariamente generosa coppia di artisti che ti prende per mano portandoti negli universi contadini nostrani come nel Cile di Violeta Parra. Todo cambia, si leva come un’implicita preghiera collettiva, poiché ciò che è cambiato fin qui, non è andato certo nella nostra direzione e dunque, deve cambiare rotta ancora. La saletta è stipata, occhieggiano le felpe famose di cui sopra, e tutto ci ricorda che si sta combattendo Per questo, per Altro, per Tutto.

Da Campi Bisenzio, ai campi da guerra ucraini il passo è breve? L’internazionalismo, cosi potentemente evocato da Ginevra, è una questione ancora culturalmente aperta? Per rispondere, o quantomeno tentare di impostare con cognizione di causa queste domande, non resta che farsi due chiacchiere ancora con due giovani artisti al centro dell’attenzione di pubblico e critica e che in qualche modo afferiscono a questa storia territoriale che stiamo raccontando fatta di trame e connessioni sottili, se non proprio di convergenze. Come già sapete, nei giorni referendari in fabbrica, ho avvistato gli amici kepleriani: in particolare Enrico Baraldi era proprio in zona per motivi di lavoro, indirettamente on stage con la regia di Non sorelle da Cechov, li vicino al Fabbrichino di Prato, spazio insieme al Fabbricone, legato ad una storia gloriosissima del teatro italiano, quella del Teatro ora Nazionale Metastasio, diretto attualmente da quel geniaccio pedagogico di Massimiliano Civica. Per un qualche maleficio, non riuscirò a vedere queste anomale sorelle, ma riuscirò ad intercettare Enrico, che oltre ad essere regista ha scritto una drammaturgia avvalendosi del contributo di Francesco Alberici ed Ermelinda Nasuto, nuova fresca emergente presenza teatrale su cui a breve scrivere.

Si dà il caso che questo non Sorelle, sia anche lo spettacolo che ha vinto il premio nazionale della critica italiana e che questo non sia un risultato da poco per un talento non ancora trentenne quale quello di Baraldi, che dunque raggiungiamo per una breve conversazione.

D: Quanto questo spettacolo, guarda caso concepito in questa zona particolare, colpita da diverse vicende a dir poco drammatiche di vita di fabbrica e scuola- lavoro, nonché emblema della resistenza di Gkn, nasce da un humus intersezionale fatto di relazioni e contaminazioni tra pratica teatrale e vita reale?

R: Guarda, come sempre in questi casi, fattori casuali e intenzionali ad un certo punto si combinano un po’ esotericamente, a produrre un certo risultato. In verità, come sai, io in particolare e tutti noi Kepler, troviamo una grande consonanza e fascinazione nella poetica cechoviana: decadenza, resilienza, senso di disfatta, persino resa della Scienza all’imponderabile umano, come nella vicenda biografica stessa dell’autore, tutto concorre per noi a leggerlo come grande contemporaneo. Quindi, in realtà, Metastasio in quanto centro di produzione Teatro Nazionale, aveva indetto già nel 2020, questo bando under 30, per una produzione teatrale e a me era venuto in mente di lavorare su Tre sorelle, perché mi appariva come l’emblema della frustrazione giovanile di fronte ad un passato onusto di simbologie, trionfi e fallimenti, che si ritrova in un presente melmoso incerto, ambiguo apripista di un futuro evidentemente distopico e inquietante, date le premesse. Poi però, da un lato, paradossalmente gli scenari stagnano ed evolvono velocemente tutto insieme e quando il bando ha ripreso vita, post covid nel 2022,ed io l’ho anche vinto, non ero più cosi convinto di quel progetto che già mi sembrava invecchiato e intorno succedevano cose nuove come Gkn e intanto procedevamo in quanto Kepler con il Capitale. A proposito, puoi già scrivere che a breve, riproporremo pillole, sintesi di quel lavoro, in una serie di appuntamenti in realtà locali intorno a Firenze e oltre.

Mentre succedeva tutta questa nostra vicenda di coinvolgimento con il collettivo di fabbrica, scoppiava anche la guerra che conosciamo, con tutti gli annessi e connessi di censure e controcensure culturali. Questa cosa, considerando il fatto che Cechov fosse nato in una zona crimeana di confine e che i russi oggi lo usino come strumento di propaganda anti occidentale, sostenendo che da queste parti non si voglia più rappresentarlo nonostante la sua indiscussa autorevolezza letteraria e intellettuale, mi hanno spinto a riprendere in mano il progetto. In un certo senso, nella stessa direzione di un tema di Possibilità e Futuro, però declinato non tanto nel senso della nostra frustrazione giovanile o di lavoratori performativi, che fanno tanto divertire, ma in un senso più profondo di appartenenza ad un mondo che rischia di implodere tra errori e fraintendimenti geopolitici. Così sono andato a cercarmi tra i vari progetti di accoglienza rifugiati, questo in Veneto inerente donne, attrici giovani ucraine, che rifugiate qui in Italia in prima battuta, ad oggi, stanno decidendo se rimanere in Italia, magari a Bologna, se andare all’estero ancora, o provare nonostante tutto a tornare in patria perché gli affetti originari sono li.

Quando ho proposto loro di lavorare su Cechov, considera la battuta topica di Sorelle, quel” A Mosca, a Mosca!”, che in generale a loro pareva impronunciabile, ho capito subito di aver toccato un nervo sensibile.

E anche che tutti noi, anche a sinistra, dovevamo fare uno sforzo ulteriore per capire non tanto il conflitto in sé, che pure ha ragioni di posizionamento molto complesse e tutte da approfondire, quanto lo schierarsi delle popolazioni, la posta in gioco, le parti in causa. Ci sono state lunghe sedute di intervista diciamo da parte mia, ho verificato l’esistenza di posizioni molto differenti e non riconducibili ad uno stereotipo bianco e nero tra gli stessi ucraini. Anche rispetto al fatto culturale e linguistico, mi si è aperto un mondo. ho scoperto per esempio che Zelensky tutto sommato non era neppure il più accanito detrattore dell’uso corrente, se non ufficiale della lingua russa, posto che comunque per molti di loro rappresenti la lingua dei dominatori. Ho compreso che comunque per popolazioni di un’area geografica che contrariamente a noi, viene da una storia di socialcomunismo, il tema dei diritti civili e individuali sia veramente dirimente.

Cosi in Ucraina, esistono movimenti che ora sono sorta di brigate resistenti, a carattere intersezionale femminista, lgbtqi, oppure socialista libertario. Per quello che riguarda la Russia, sono in contatto con la rete che si sta cercando di creare tra i giovani fuoriusciti per non aderire alla leva. Mi dicono pero che organizzare movimenti di opposizione interni non sia facile e che la maggioranza della popolazione ancora non è ad un livello di consapevolezza o necessità di opposizione frontale al regime. In generale credo ci sia da indagare un grande tema di imperialismi, argomento che dovrebbe impegnare però anche i compagni timidi nel denunciare quelli di provenienza diversa dal fronte Nato. Per quanto concerne l’Italia, si è storicamente dimostrato quanto sia arduo per lei uscire dal patto atlantico e sull’Europa devo dire che avrebbe potuto cercare di smarcarsi da vetero posizioni di contrapposizione binaria, nei primi tempi del conflitto. Adesso è francamente difficile per lei stare in mezzo al guado e credo che questo porterà ad un incancrenimento del conflitto. Non credo sia risolvibile a breve e penso ci vorranno almeno dieci o più anni per ridisegnare una nuova mappa pacificante. Ci sono spinte telluriche contrapposte di accentramento imperiale e atomismo separatista che si fronteggiano. Gli Ucraini sono consapevoli secondo me, della posta in gioco e per la maggioranza di loro cercare di resistere è l’unica opzione proponibile pena un probabile annientamento identitario.

Dunque, tornando a noi, il dibattito su Cechov, cosi smagato come ben sappiamo sui temi della belligeranza e della grandeur di santa madre patria eppure cosi russo, è stato subito acceso ed è stato doloroso lavorarci sopra. Cosi in scena ci sono le tre attrici ucraine e due attrici italiane. A Cechov, spettano le ultime battute dello spettacolo, che per il resto è un mosaico di voci autobiografiche e di storie di guerra e di espatrio.

La nuova Direzione di Metastasio Teatro nazionale e le vicende Gkn, entrano in tutto questo semplicemente anche con il seguente aneddoto: chiaramente son venuti a vedere lo spettacolo alcuni operai del collettivo, in particolare coinvolti nel lavoro del Capitale. Qualcuno ha manifestato l’intenzione di recarsi da adesso in poi più spesso a teatro e in particolare li. Civica quando lo ha saputo mi ha convocato per dirmi che questo è il pubblico che lo onora di avere in teatro e che volentieri avrebbe regalato un abbonamento alla stagione a chi aveva manifestato la volontà di seguirla.

Che il teatro non sia affare di intrattenimento per borghesucci, è un tema che riaffiora congedandomi da Enrico e andando ad incontrare una eccellenza toscana del teatro che una volta avremmo chiamato di ricerca, peraltro amici e in un certo senso sodali dei Kepler quantomeno a livello generazionale

Intendo riferirmi a Daniele Villa, una delle menti creative e direzionali, uno dello zoccolo duro insomma, di quello che si definisce Collettivo Sotterraneo ensemble a geometria variabile costituitosi a Firenze nei primi anni 2000, già vincitore di un premio speciale Ubu allo spettacolo rivelazione nel 2018, oggi freschi vincitori conclamati per il miglior spettacolo tout court, ovvero questo l’Angelo della Storia, che ha debuttato in estate al Festival Inteatro di Polverigi, sul quale forse ricorderete un approfondimento.

D: comincio subito dal chiederti se ritieni che questo clima del territorio, con le lotte in corso che ci sono influenzi o abbia influenzato, il tuo, il vostro lavoro o che per te sia più fondante una libertà creativa, espressiva, critica dell’artista, dunque che prescinda dalla realtà contingente.

R:io credo ci siano varie modalità di esprimere una vocazione del fatto teatrale come sicuramente politico-assembleare: Siamo influenzati dalla realtà tutti quanti in questo ambito, poi gli amici di Kepler lo fanno in modo particolarmente diretto, noi ci serviamo della ibridazione di forme e stili espressivi e di una trascendenza paradossale sulla realtà. In particolare a noi interessa riferirci ad un concetto particolare di partecipazione. Che tenga conto di vari possibili formati a seconda anche del pubblico oggettivamente antropologicamente diverso, che però noi comunque dobbiamo raggiungere in quanto terzo vertice della relazione – alleanza tra autori, teatranti e critica, organizzazione, distribuzione. Comunque per noi, il senso di una attitudine politica alla vita e alla società, nella pratica teatrale ci sta tutto.

A questo proposito vorrei dire che in questo senso la pandemia è stata rivelatoria, illuminante, in un certo modo, rispetto intanto alla condizione di lavoratori e professionisti del settore performativo, politicamente e sindacalmente oggettivamente debole. A un certo punto tutti si sono resi conto che questo non è un hobby, non è dilettantismo, non è solo un bel gioco e che non siamo quelli che vi fanno tanto divertire.

Nell’opinione pubblica credo si sia anche diffusa una improvvisa paura, che tutto questo, che chiamiamo essere e andare a teatro, fosse lì lì per finire. Come sempre, si apprezza di più e si sente come necessario ciò che si suppone di dover perdere. Questo ha dato slancio e un nuovo fervore alla comunità teatrale che pur tra mille contrasti, differenze, talvolta persino conflitti, comunque esiste.

Ora, certo esiste da sempre un rischio per gli artisti, specie a definirsi politicizzati, che può essere quello di venire cooptati o normalizzati, usati, un pochino strumentalmente anche ai fini di progetti o campagne anche semplicemente politically correct o buoniste che sembrano mettere da parte ogni velleità minimamente autenticamente critica. Ebbene io credo che da un lato sia esigenza dell’artista, specialmente performativo di arrivare ad un pubblico più vasto possibile e anche di farsi finanziare. Dunque esiste un campo di tensioni da attraversare in cui sta alla sensibilità dell’artista mettere paletti da un lato e cercare di parlare nel modo più onesto e diretto possibile al pubblico. Né servi sciocchi, né giullari o cantori, ma elaboratori non solipsisti, di storie che possono anche nascere da una disperazione ma vanno sempre nella direzione di una proposta assertiva.

Attenzione però, perché noi intendiamo quella proposta come collettiva e dunque crediamo che primariamente merito e funzione del teatro siano quelli di fare da innesco per un intelletto generale presente nella società. In questo senso il nostro rapporto con la storia è molto dialettizzato : essa viene proposta dall’homo sapiens in avanti, a maggior ragione che la società pone una serie di conflitti, che noi non rinneghiamo e una serie di realtà sempre più complesse. Poi, le narrazioni umane tendono a semplificare queste narrazioni : noi le vediamo sempre come contesti che hanno una trama diacronica, protagonisti e comprimari. Le narrazioni sono state assunte come valori positivi e fondativi tout court, pensino in maniera eccessiva e stucchevole. Non è però che buone narrazioni e risignificazioni di per sé esauriscano la problematicità delle cose. Questo è evidente nel nostro ultimo lavoro: l’Angelo della Storia è una ambigua figura di accompagnamento critico che procede anche indietro nel tempo, squarciando i veli di Maya del futuro. Ci siamo riferiti a Benjamin, evidentemente, ma per offrire narrazioni ambigue e nel contempo storicamente certe al grande pubblico. Luoghi comuni, allucinazioni collettive, cecità morale programmatica sono alcune delle vicende, a partire da quella dell’ufficiale giapponese incapace di smettere di combattere e difendere il suo territorio, che hanno solleticato la nostra immaginazione, per includere terrapiattismo, ballo di S. Vito, tra fake news e forme di autosuggestione. Potrebbe essere che sembri non abbiamo fiducia nell’umanità eppure noi pensiamo il possibile riscatto venga proprio dall’intelligenza collettiva, che sa sfornare anche vie di fuga quando vuole. Uno dei luoghi dove più può manifestarsi questa forma di intelligenza è senza dubbio il Teatro. Si ride ai nostri spettacoli, ma c’è anche una grande tragicità.

Cosa può riscattare questa condizione tragica di fondo? Secondo noi, continuare comunque a lottare, cosa che non si può fare da soli. Lo so che questo potrebbe sembrare vagamente in contrasto con la scelta dei nostri autori, numi guida. Sto pensando a gente come Fischer o Foster Wallace, ma anche lo stesso Benjamin, tutti suicidi, seppure con motivazioni personali differenti, eppure grandi propugnatori di istanze, ideali, lotte. Io credo nonostante la loro fine, l’insegnamento alla curiosità e al cambiamento prevalga. io voglio ricordare tutte le figure che ci accompagnano come numi tutelari, come persone che hanno lottato fino alla fine e ci hanno lasciato in dono l’ingegno, l’ardire delle loro opere, prima del loro individuale senso di sconfitta.

Quanto ai premi, personalmente cerco di viverli con leggerezza. Come entità individuale chi vince sente sempre un po’ il fiato sul collo che dà una implicita responsabilità, come fatto collettivo invece non può essere che una festa e un momento nel quale ci si riconosce come comunità, seppure talvolta un po’ disfunzionale. Reputo Ubu un premio prestigioso, ma non tanto necessariamente una talent di soggettività importanti emergenti, quanto una fotografia di novità già esistenti sul territorio e una grande occasione di festa, anche con chi non ha vinto. È evidente che tutti i selezionati siano meritevoli e rappresentativi di istanze e stili. è comunque bello pur con le tante differenze esistenti ogni tanto sentirsi parte di un qualcosa, un qualcosa di profondamente identitario e rinnovare questo patto fiduciario che si fa tra intellettuali operatori, artisti e pubblico. Per quanto riguarda le grandi questioni che noi cerchiamo vorticosamente di attraversare geograficamente e anacronisticamente, pensiamo che abbiano risposte in tempi lunghi e debbano intersecarsi con i più assurdi momenti di stupidità umana e i più grandi picchi di lucidità intellettuale.

Congedandomi anche da Daniele mi rendo conto di non aver malauguratamente ancora visto neppure questo spettacolo :mi consolo apprendendo che sarà recuperabile in fine di aprile al teatro Laura Betti di Casalecchio. Per quanto riguarda l’onda fiorentina, a fine mese ci raggiungerà qui vicino in Appennino a Montasico di Marzabotto, alla sede della festa di alta collina chiamata Bisaboga. Il Collettivo Gkn, verrà a congiungersi con le nostre tradizioni popolari e le nostre lotte, mantenendo fede agli impegni pubblicamente dichiarati. Dunque la Storia continua e vi tocca rimanere sintonizzati sulle frequenze del Manifesto in rete.

In copertina, foto di scena di Luca Del Pia

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