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Il cambiamento è una storia di coraggio

Ci sono operazioni culturali e storiografiche sempre un po’ più difficili di altre e quelle che riguardano la contemporaneità ed i riverberi che essa ha come categoria astratta nella nostra quotidianità, sono assolutamente le più irte di ostacoli e trappole.

Nostalgia e denigrazione si contendono un campo perché la questione di approcci, punti di vista, attitudini, o anche quelle che fino a poco tempo fa si chiamavano ideologie, creano sovrapposizioni e contrapposizioni tra dati, fatti, memorie, opinioni, specialmente di quelli che a vario titolo possono definirsi testimoni o attori o addirittura protagonisti diretti o meno del periodo di cui si sta trattando. Oppure ancora del tema che si vuole sviscerare.

Ci vuole coraggio anche per sovvertire l’idea che la Storia si faccia soprattutto con una consequenzialità cronologica che verta su grandi fatti, sconvolgimenti topici, come guerre e rivoluzioni, movimentismo di varia natura e intensità, in poche parole evenements, che possono cambiare un corso, una impostazione.

Non che questo non sia naturalmente vero, se pensiamo anche al peso delle idee e delle intuizioni, legate a soggettività individuali, a categorie sociali, all’intelletto generale. E certamente eventi, evenienze capaci di forzare il percorso storico possono essere certe catastrofi ambientali, climatologiche, epidemiologiche o, al contrario, scoperte scientifiche, tecniche innovative, tecnologie di relazione, di condizionamento biologico, di inglobazione e automazione di processi. Quanta parte di storia potremmo scrivere cominciando con un fatidico: C’era una volta una ruota?

E quanto riusciamo a seguire l’evoluzione di una intera società, per come storicamente si evolve estrapolando grandi tematiche generali, che abbiano un impatto forte sui suoi assetti più profondi, cercando poi, in seguito un contesto ed una cronologia che siano cornice significante di determinati passaggi? Si dice che lo studio della Storia si il rintracciare momenti di rottura, discontinuità, cambiamento in una sorta di flusso continuo collettivo. Due situazioni in poche parole si fronteggiano: il percorso e la deviazione, il punto di avvio e quello di non ritorno.

Ebbene, abbiamo il terreno del cosiddetto welfare o sistema di tutele sociali e sanitarie individuali e collettive, che riesce in qualche modo ad essere un’altra narrazione ed innesta anche dispositivi diversi a leggere le cronologie, ovvero dispositivi che richiedono tools complessi e multistrato comprendenti nozioni di sociologia, antropologia, filosofia, psicologia di comunità.

Welfare, che uscendo per molti aspetti dal solco dell’assistenzialismo e dei sistemi di carità dei secoli antecedenti, ha una storia, per ricollegarci all’inizio del nostro ragionamento, recente per il continente europeo e molto recente per quel che riguarda l’Italia e che inaugura prima con un sistema di consorzi poi con una rete di distretti, una complessa trama di interventi definiti prima socioassistenziali, ora sociosanitari.

Forse l’eccezione che conferma la regola di un eterno italico slittamento nei processi di modernizzazione e democratizzazione, sta tuttavia proprio nei nostri territori, storicamente marcati da una capacità di portare a valore e fare compromessi al più alto livello, tutte le risorse disponibili e poi decisamente dal dopoguerra in poi di usare un propellente quale la nota “febbre del fare”, che ci rende Regione pilota in un percorso di riformismo che va oltre, per così dire.

Un riformismo, intendiamo dire, non di conserva, di doveroso adeguamento ad emergenze e necessità, ma un riformismo di qualità speciale, fatto di molto cuore gettato oltre l’ostacolo, di nuove competenze, di dedizione alla causa pubblica, qualche azzardo assunto a livello personale e collettivo. Un riformismo, non bigio ripiego allo slancio utopico, ma in grado di innovare davvero.

Uno spirito dei tempi irripetibile? Chissà. La mostra documentaria dal titolo il Coraggio di Cambiare, attualmente ospitata lungo i corridoi interni del complesso ex Roncati, visibile da seconda meta di Aprile nella manica lunga di palazzo d’Accursio alla fine del 2023, in Assemblea regionale Legislativa, è il davvero coraggioso tentativo da parte della Rete degli Archivi del Presente, un’informale realtà di ben 17 tra Archivi e centri di documentazione pubblici e privati, di offrire uno spaccato molto limitato cronologicamente, ma densissimo nella qualità e spessore della visione sociale di quella che fu l’epopea delle prime fasi di decentramento nel nostro territorio. Il momento in cui, per intenderci, i Quartieri, invenzione peraltro di matrice dossettiana, arrivarono ad essere 18 e si facevano pianificazioni per costruire ben 40 scuole in più di ogni ordine e grado. Ci stiamo riferendo, al decennio dei ’70, sempre noti come anni di piombo e, se in parte furono questo, bisogna ricordare che furono per il nostro paese anni di leggi epocali, leggi in grado di favorire assetti territoriali nuovi e mutare il costume sociale medio fino ad allora provinciale e bigotto, leggi in grado di chiudere i manicomi e creare un sistema di servizi sanitari nazionale. Naturalmente chiunque si occupi di queste periodizzazioni in Storia sa quanto siano lasche, che i prodromi si annusano mentre scorrono altre sequenze e i sedimenti, gli strascichi, le code si allungano sulle novità futuribili. Diciamo che prendiamo a prestito la cronologia adottata dallo storico Miguel Gotor nel suo ultimo volume Generazione 70 e che prende le mosse dal 68 per arrivare al 1982.

Per la Rete degli Archivi che già si erano dedicati a due celebrazioni topiche come appunto le rivolte del ’68, che poi hanno lontani pregressi e si estendono fino al 69, nonché il discusso 77 bolognese, era quasi un obbligo, ancorché sentito generalmente da pochi, di indagare, di cercare di portare alla luce e alla consapevolezza quanto ci fosse stato in mezzo, quali sono alcune delle conseguenze del 68 e dove potrebbero essersi verificate le incrinature che portano ad una rottura tanto clamorosa quanto quella dei carri armati sotto le torri.

Ci sono caratteristiche peculiari del sistema di welfare bolognese, che lo rendono ben diverso da un semplice, si fa per dire, dispositivo di molteplici protezioni sociali, perché in verità incastonato in ragioni ulteriori a quelle diciamo di contenimento assistenzialistico. E sono ragioni intreccio di partecipazione e innovazione amministrativa. L’assessorato al decentramento sanciva allora con geometrica esponenzialità che i quartieri debbano moltiplicarsi, contenendo a loro volta poliambulatorio, consultorio. Biblioteca, scuole dall’infanzia in avanti, farmacia di riferimento nel raggio di 500 metri. I quartieri al loro culmine arrivano ad essere tanti, vivaci tutti e assai differenziati tra loro, portatori di istanze pubbliche tutti, questo è il bello. Ci sono i quartieri in prima periferia di tradizione operaia e proletaria in genere, ci sono le nuove periferie come Pilastro e poi Barca, che rimangono un punto di sperimentazione e discussione tuttora. Inizialmente, dedicati alle ondate migratorie interne, hanno rappresentato anche una evoluzione urbanistica accanto alla preservazione del centro storico della rossa Bologna che amo il collettivo di giornalisti inglesi che venne a vederne il miracolo, accanto alla collina fighetta, dove ancora oggi i determinanti sociali ti assegnano 4 anni di vita media in più ma che fu importante come baluardo di difesa del verde contro la speculazione, tanto da piazzarci da sempre scuole dell’infanzia di tipo particolare

Programmare, concretizzare, e sempre anticipare, rispetto a normativa nazionale, questa sembra essere la ricetta aurea di quei formidabili anni, per parafrasare qualcuno. Si penso tutto, compresa la congestione del traffico urbano, l’importanza del movimento preferibilmente fatto collettivamente come fattore di medicina preventiva, la tutela delle fasce di popolazione che oggi definiamo più fragili o esposte, anche qui con molto dibattito per il rischio classificatorio che ciò comporta, come bambini, anziani e Donne. Si pensarono vacanze estie ed invernali per anziani, fasce orarie di trasporto pubblico gratuito.

Forse. anzi certamente rispetto all’oggi era una società semplificata, o meglio ancora in qualche modo strutturata e “solida”, anche economicamente, che permetteva qualche certezza applicativa in più, ma sicuramente il tema della Partecipazione si poneva allora con forza e non nei termini in cui si pone certo oggi. Stiamo parlando di un momento in cui si voleva dire la propria e si era oppositivi perché comunque si sapeva di trovare una controparte credibile dall’altro lato e forse propensa all’ascolto anche in contraddittorio.

Proprio per questo sbaglierebbe chi ritiene il welfare, un tema tutto sommato molto uguale a se stesso, perché forse privo apparentemente di movimenti eclatanti o rivoluzioni. Dunque poco storico. Non è così, lo sa chi si è trovato a discernere una gran mole di ricerche, delibere, progettazioni, riorganizzazioni territoriali sempre diverse, tanto da rendere persino improponibile, affrontare anche solo due decenni insieme di politiche sociali e sanitarie.

La verità è che, si capisce bene alla luce dell’oggi, questo è il campo intersezionale e trans-movimentista per eccellenza e lo è storicamente, questo ce lo consegna bene la mostra, come punto di convergenza di lotte femminili, lotte ambientali, lotte sanitarie, critica dei saperi. Cambiano l’ordine dei fattori e le forme di problemi e movimenti con grandissima velocità: la società va molto rapidamente sotto le spinte culturali organizzative e produttivo-riproduttive del Capitale, per questo le politiche si modificano con una sequenzialità e cronologia che lo storico fatica a seguire, e che tuttavia è sempre insufficiente per l’opportuno adeguamento ai bisogni. Bisogni che oggi in generale si manifestano con virulenza ben prima che si principi a leggerli. Quel decennio forse, semplicemente rappresenta un punto di equilibrio, tra quella che oggi appare pura utopia, una pianificazione efficace per far sedimentare i processi di cambiamento, che risponda al bisogno contestualmente espresso e la sua autorappresentazione dal basso.

Quella spinta così coraggiosa, quasi audace per i nostri parametri attuali, se consideriamo audace tutto quello che impone di scegliere, di operare in un campo da gioco dichiarato piuttosto che in un altro, oggi, così preoccupati di raggiungere platee ecumeniche, difficilmente potrebbe essere tanto univocamente assunta dalle nostre forme di governance.

Il sottotesto che aleggia in fondo dietro al tema del Benessere pubblico come bene comune, riguarda tutto le forme amministrative, le possibilità messe in moto dal decentramento e la qualità della partecipazione appunto.

La mostra, di cui attendiamo con grande aspettativa il catalogo che sarà integrato da interventi di spessore da parte di testimoni ed esperti d’epoca, punta sulla nettezza ed efficacia di immagini scegliendo il punto di vista Scuola e il punto di vista Salute. Potrebbe sembrare riduttivo, ma da un lato si percepisce in giro una forte esigenza di tornare ai fondamentali, alle cose necessarie chiamate con il loro nome, d’altro canto questo frame così diretto, in grado anche di parlare ai giovanissimi, ha pure il pregio di costituire un contenitore ampio, che lascia emergere di sottinteso e contrappunto tutto quello che avrebbe meritato un approfondimento sofisticato e che potrebbe costituire un punto angolare di riflessione a sé stante. Come, ad esempio, il legame tra riforme e soggettività emergenti, il design paesaggistico e urbanistico come brand identitario, il nesso così attuale, tra Cultura, Comunicazione, Advertising pubblico volto alla partecipazione, formazione della critica e del consenso nello stesso tempo. E l’arte come bene comune internazionale davvero volano di pace tra popoli, questa invero una lezione dimenticata se pensiamo ai veti culturali incrociati o alle varie censure palliative messe più o meno implicitamente in atto dallo scoppio dell’ultima guerra annunciata in avanti.

Come spesso accade in una mostra, ancor quando parta soprattutto da un insieme di papers molto densamente scritti, l’aspetto visivo e di impaginazione è determinante e anche in questo caso riesce ad essere molto catturante sin dalla evocativa locandina che ci mostra un tipico scuola bus nell’esercizio delle sue funzioni :questa immagine è in realtà nella sua semplicità anche rappresentativa della parte per il tutto perché ci racconta di una società in cui gli aspetti epidemiologico- preventivi con la loro determinazione sociale che rasentava il determinismo e che comunque oggi andrebbe arricchita da molti elementi in più, potevano comunque fare la differenza se colti precocemente e letti in funzione di una futura cosa che forse si chiamava integrazione, forse oggi sarebbe recovery o inclusione. Oltre naturalmente a rivelarci la natura educante di una città, che si poneva orgogliosamente come tale. Ce lo racconta anche una parte della meravigliosa collezione di manifesti e locandine emessi per l’appunto dalle tipografie comunali per illustrare la vita e le policies e la cultura di popolo che viveva nei quartieri: una autentica chicca interna alla mostra.

Possibile oggi essere pedagogici senza essere pallosi o dogmatici o senza voler assimilare le diversità o senza ancora, applicare forme di cancel culture? Come si educa ad una idea di città che comprenda anche le sottoculture che in qualche modo la rifiutano o le sono estranee o semplicemente esprimono una alterità? Sono tutte domande che la mostra implicitamente suscita nel suo essere così esteticamente riuscita ed accogliente. A mio avviso, questa esposizione di volti, servizi, date, accadimenti, in cui oggi parecchi di quelli che passano per il quadriportico, di un edificio già manicomiale, che oggi non è semplicemente cup ma tanto di più, metaforicamente si riconoscono sbalorditi, costruisce proprio live, come un concerto, il suo glossario, il l suo riferirsi a grandi fatti nazionali e internazionali e ai grandi macro-passaggi amministrativi e legislativi di livello locale e nazionale. Nella memoria, nel dibattito, nel discorso pubblico, nel confronto tra generazioni, vanno compilati questi tasselli e dunque la mostra a nostro avviso, ha bisogno di tempo e respiro per organizzare visite guidate, istituire rapporti con le scuole e incontri seminariali, che possano offrire occasione di racconto per tanti clamorosi casi di studio, quali l’esperienza del Pape, villa Olimpia, i primi Consultori, il racconto del contributo sindacale, operaio e del movimento delle Donne a tutto questo cambiamento spinto da eccellenze nel loro campo.

Ed ecco spiccare nella mostra i riferimenti purtroppo solo ad alcune delle mirabili figure in campo psichiatrico che seppero in qualche modo mettere da parte la loro carriera accademica o la loro firma d’autore per mettersi al servizio dell’istituzione pubblica. Quando insomma pubblico faceva rima con qualità, con spinta propulsiva e non con servizio burocratico-routinario.

Perché, va detto anche questo. In realtà una svolta rivoluzionaria, un grado zero nella ridefinizione degli ambiti sociosanitari, un momento topico, che qui viene declinato con il famoso pragmatismo anticipatorio di cui si diceva, esiste anche in questo particolare settore ed è quello che fa capo alla deistituzionalizzazione delle istituzioni e alla rivoluzione basagliana.

Dobbiamo chiederci forse oggi quale sia stato il complessivo avvitamento, mentre guardo le immagini di tecnici di settore, variamente imprestati e coinvolti nel servizio o nell’amministrazione pubblica tout court, quali Cotti, Ancona, Loperfido, per cui di nuovo oggi abbiamo nelle politiche sociali di tutela, seppur mitigate, valenze di controllo e contenimento, adeguamento all’esistente che talvolta chiamiamo integratorie o inclusive, mentre dovrebbero essere emancipatorie, al posto di una sorta di ragionata liberazione che si sognò allora. Se forse è vero che in realtà il Male, la malattia esistono eccome, con buona pace di alcuni dreamers ingenui ed assaltano anche il corpo sociale tutto, quale sarà il nostro nuovo paradigma di cura, come potrà essere accortamente condiviso nel rispetto di differenze e diversità nella società, come potrà abbattere gli steccati di sapere e competenze senza negare velleitariamente i medesimi in sé, come potrà produrre consapevolezza diffusa, come potrà ricreare pratiche mutualistiche e municipaliste supportate dalla governance pubblica? E soprattutto, una mostra come questa, che in due settimane scarse ha già visto tre iniziative pubbliche di approfondimento, riuscirà nei mesi a venire, a farsi interrogazione corale sul tema dei temi, coniugare il più universalistico dei settori di intervento pubblico con la necessità di una comprensione e adattabilità alle mille forme di soggettività emergenti? Senza contare un ulteriore aspetto, inerente agli ambiti politico-amministrativi, che vedrebbe ipoteticamente fronteggiarsi nell’improbabilissima sfida tra passato e futuro, il discorso decentramento, vs, quella che apparentemente potrebbe sembrarne una appendice, ovvero l’autonomia regionale differenziata, tema hot, nei nostri tavoli attuali di confronto. La domanda resta apertissima anche a tutte le più diverse forme di lotta e movimento e intervento in merito che si stanno moltiplicando in città e un po’ in tutta Italia, complice anche l’anno che l’OMS, dopo il Covid (anche se dopo non mi pare espressione appropriata), ha voluto dedicare al delicato tema della Salute mentale e scelto di discutere proprio nel nostro paese, a Roma, qualche settimana fa. State dunque collegati. perché dopo l’oceanica manifestazione madrilena in difesa della sanità pubblica, forse non potremo più dire appunto che il tema non sia trasversale a tutte le molteplici crisi che stiamo vivendo.

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