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Sarah Gainsforth, tra gentrificazione e fine dell’urbanistica

Potremmo iniziare questo articolo e questa presentazione, in fondo come una favola, che più o meno suona così: c’era una volta l’urbanistica e adesso non c’è più.

L’urbanistica in quanto scienza politica dell’abitare urbano, di disporre e abitazioni e spazi e servizi e commerci, nei luoghi della città.

Una disciplina complessa, governata e innervata di altre discipline e contemporaneamente termometro e timone sensibile di tutte. Una linea di indirizzo, una direzione complessiva, capace di riflettere rapporti di forza, di rispecchiare visioni del mondo contrapposte, di creare atmosfere e modi di stare, faccende di costume e orientamenti di mercato locale.

Una disciplina che insieme all’architettura aveva fino a qualche decennio fa, intanto una valenza ben diversa dalla discussione su piccoli (non per questo insignificanti) affari di decoro o restyling e sfuggiva alla retorica della rigenerazione. oggi così martellante. Questo perché vi era anche nel Capitalismo una pretesa di razionalità, di equilibrio normante tra le parti, di tipo economico, dunque virtuoso, in utilizzo funzionale di tutti gli spazi.

Viviamo invece nelle società ultraliberiste dello spreco e della dissipazione dove la Salute è una merce, il benessere ambientale una chimera, congestione e abbandono sono i due poli concentrazionari in cui si distribuisce la quotidianità di popolazioni sempre più commiste eppure estranee tra loro.

Ci volevano il garbo e la puntigliosità e la capacità rara di non ammassare semplicemente dati e impressioni ma, con una narrazione spigliata e non priva di tocchi emotivi personali, piuttosto, costruire nessi e narrazioni in merito da parte di una giovane ricercatrice indipendente, per riprendere in mano l’annosa questione della faccia che le nostre città hanno assunto almeno dagli anni ‘80 del secolo scorso tra una speculazione e un condono edilizio. Tutto questo, intanto che la globalizzazione ed ora la post industria e post globalizzazione avanzavano e distruggevano senza fare prigionieri sul campo.

Stiamo ovviamente discettando intorno a Sarah Gainsforth, brillante mix originario-esperienziale formativo tra isole britanniche e Italia che, servendosi di una pratica intersezionale estremamente efficace dosa strumenti e approcci diversi e stratificati, volti a identificare, di volume in volume nella sua produzione le possibili sembianze di un moloch invasivo e pervasivo, quale quello del capitale immobiliarista. Sembianze che si sovrappongono, Gainsforth ci spiega con molta chiarezza, a quelle ambientali e in buona sostanza a quelle dei contesti che più ci sono familiari arrivando a stravolgerli come in una sorta di morphing impazzito cui, aggiungo io, il Covid, dopo una prima fase di quiete, nel lungo traumatico post che stiamo vivendo, ha solo aggiunto elementi scatenanti in più.

D’altro canto, l’assunto da cui le analisi di Gainsforth prendono slancio, è estremamente forte e ce lo dichiara a chiare lettere: l’uomo distrugge tutto ciò da cui dipende.

Con raziocinio implacabile la giovane ma estremamente documentata autrice, ci fa presenti alcune aporie e criticità che suffragano questo assunto, ad esempio la foga sviluppista giustificatoria con la quale ci si sforza di rimuoverlo da un lato e l’estrema contraddittorietà dei risultati ottenuti anche in termini brutalmente economici dall’altro. Alla fine, i grandi introiti turistici, non bilanciano mai lo scempio ambientale che provocano, l’inasprimento delle condizioni di vita dei residenti, l’omologazione antropologico culturale dei luoghi, le spese indirette che si vengono a generare per cui, l’assioma è che si privatizzano i guadagni e socializzano le perdite.

Attraverso una carrellata ben mixata di memorie personali, dati statistici, registro parallelo di inchiesta e reportage, nei suoi densissimi volumetti “Airbnb città merce” e “Oltre il turismo”, scorrono le immagini di città e capitali nostrane e straniere più o meno virtuose, nel legiferare ad argine del turismo di massa, nuova filiera di industria del cosiddetto tempo libero, una ulteriore invenzione del capitalismo a consumo per massimizzare la sua estrattività intrinseca. Tuttavia, avverte Gainsforth, lasciandoci provare qualche brivido lungo la schiena, anche le sempre più salate tasse di soggiorno richieste, a parte la disomogeneità e scarsa trasparenza del loro impiego, non sono bastanti a ripianare i danni e i costi di una sempre più marcata produzione di rifiuti e degrado, dato che la potenza del misterioso algoritmo è tale da celare l’effettivo numero di persone che entrano ed escono: altro che migranti, pignolamente conteggiati ad ogni sbarco!

Oggi infatti, e a tariffe spesso tutt’altro che economiche, nonostante la famosa regola aurea della competizione di mercato, tutti si improvvisano albergatori in nero per poche notti, all’insaputa spesso del controllo di governo locale, provocando poi le bolle speculative sul contesto abitativo di cui sappiamo. Le piattaforme del booking e del loisir sono dunque insidiose anticamere dello sfruttamento, ma altrettanto insidiosa, ci avverte l’autrice, la chimera della costruzione di un turismo equo sostenibile perché culturale, vero volano di sviluppo economico e progresso sociale insieme, come tante volte ci siamo sentiti predicare. Basterebbe a questo proposito, naturalmente mappare i danni che provocano sul delicato ecosistema delle opere d’arte le fruizioni di massa indiscriminate o verificare le reali condizioni del nostro patrimonio artistico culturale, che giace in verità in stato di incuria e fuori da ogni catalogazione. La verità è che infatti, gli intraprendenti esploratori culturali sono anche inconsapevolmente spinti a concentrarsi sulle solite quattro celebri eccellenze, su quei tre o quattro quadranti topici delle aree urbane più note dove ormai doppiano il numero degli abitanti effettivi. Viceversa, le condizioni di precarietà o super lavoro o sfruttamento o quantomeno svilimento delle condizioni di operatività dei troppo pochi addetti nei settori culturali pubblici e privati sono cosa nota e pronta a smentire le idilliche perorazioni di cui sopra.

In definitiva Gainsforth, gentilmente ma implacabilmente, smonta pezzo per pezzo tutte le narrazioni possibili, compresa quella di una presunta accessibilità democratica al Bello, che può avvenire tramite l’allargamento della platea prenotante. Le conseguenze di tutto questo ”circolare” di merci e persone del tutto avulso dall’approfondimento, dalla conoscenza, dal rispetto dei contesti e dell’ambiente, naturale, paesaggistico, ma anche umano, sono quanto di più culturalmente insano si possa immaginare. E non creano economia circolare, o redistribuzione di ricchezza ma contribuiscono a verticalizzare i profitti.

Potremmo dirci assai sconsolati nel corso di queste letture, se non fosse che la nostra saggista-cronista, si premura tuttavia di offrirci esempi di quella che potremmo definire cultura popolare e rigenerativa dal basso, contrapposta a quel rigenerare a favore d’impresa che si traduce nell’eventificio mondano a base di spritz e bollicine, che oggi rivernicia le nostre periferie travestite da studi professionali sciccosi e costosi studentati internazionali. Ovvero, gli abitanti dei quartieri che si autoorganizzano per salvare dalla dismissione cinema e biblioteche e palazzine in disuso, mettendo in campo saperi compositi, come accade nella libera Repubblica del quartiere S Lorenzo a Roma. Salvo poi impattare negativamente con amministrazioni e referenti di volta in volta avviluppati dalle burocrazie e fintamente propensi all’ascolto costruttivo. Logico che il punto d’approdo analitico da tutta questa accurata lettura di contesto non possa che essere la questione “Casa”, che viene affrontata nei suoi molteplici aspetti simbolico antropologici fino alle sue esasperanti valenze sociali nell’ultimissimo pamphlet della nostra dal paradigmatico titolo ”Abitare stanca”. Titolo che rende bene la rassegnata e triste fatica a trovarsi e tenersi una casa nel paese che probabilmente vanta al mondo la più alta densità di piccolissimi proprietari immobiliari e affetto da sempre da febbre del mattone. Potrebbe essere che, come il famoso potere nella vulgata andreottiana, la casa logori chi non ce l’ha?

Il tema mi sembra più che mai caldo in questo autunno bolognese caratterizzato da diverse ondate di occupazioni dalle variegate caratteristiche e che si portano appresso discorsi complessi sulle condizioni di vivibilità generale e di determinanti sociali e culturali di benessere nelle nostre città, quandanche si concepiscano e autorappresentino come accoglienti e progressiste. Come sempre Gainsforth elabora un mix narrativo esaltante e persino accattivante per tracciare fili e nessi tra un prima ormai storicizzato e un dopo che è poi il nostro presente nel quale c’è anche spazio per una storia di trasmissione di esperienza tra donne, lei e sua madre. Una operazione a mio avviso particolarmente utile in un momento in cui il rapporto con il passato e il modo di elaborarlo e comunicarlo sembrano essere un nodo centrale per la elaborazione politica in una fase in cui sembra in qualche modo di ritrovarsi di nuovo allo stesso punto come in un ipotetico gioco dell’oca. America, Irlanda, Inghilterra, infine Roma e poi Milano si rincorrono nel raccontare una storia tutta politica dell’urbanistica popolare nel cuore della società capitalista. Una disciplina che contribuisce a scrivere il futuro, a decidere destini, vocazioni, assetti ruoli e posizionamenti, ma che viene sempre messa in scacco dalla speculazione, dal degrado fisiologico e di più, quasi programmato, dalla entrata in campo di attori sempre nuovi che sembrano sottrarsi a dettami di armonia e compatibilità architettonica e ambientale ma anche a dettami inclusivi. Dunque, come opportunamente ci avvertono le note di copertina, alla fine, la storia delle politiche abitative a cavallo dei due millenni, costruisce davvero il ritratto di una società intera, oltre a tracciare una demarcazione netta tra chi ha e chi no. La casa come metafora e pietra di paragone delle disuguaglianze e di tutti i parametri di benessere o viceversa disagio. Gainsforth, non ci lascia molte facili speranze, stroncando duramente il social housing all’italiana, che infine favorisce ancora i privati e il fantomatico PNNR. Vi riporto dal libro, le affermazioni di Assolombarda, nelle quali però possiamo riconoscerci, rispetto alla situazione di tanti dei quartieri che conosciamo, una lunga vicenda iniziata con Student Hotel al posto di Ex Telecom Occupata, per esempio: nei quartieri popolari assistiamo a fenomeni di gentrificazione, c’è un ricambio del tessuto commerciale con l’apertura di attività legate al consumo di cibo. Stiamo assistendo alla trasformazione dell’uso dello spazio pubblico con l’espansione dei tavolini sui marciapiedi, nonché le iniziative di cosiddetta urbanistica tattica, con le cosiddette piazze a pois.

Insomma, non so se leggendo queste notazioni, ho da sentirmi confortata o ancor più sconsolata, in quella sorta di cupio dissolvi dell’assertività combattiva che è il vecchio proverbio, “mal comune mezzo gaudio, mentre contemplo alcune ciclabili nel centro della nostra città semi dissolte nell’eterno diffuso apparecchiamento h 24. Si ha decisamente l’impressione che quanto introdotto dalle pratiche di fronteggiamento covid sia poi difficile da ridimensionare tra una crisi contingente e una strutturale e l’altra. Non mi sento particolarmente sollevata, neppure dalla lettura delle ultime pagine dedicate a Roma, in cui si parla di Metropoli, l’ex salumificio che occupato dal 2009, da ancora per poco, a quanto pare, casa a circa 200 persone di nazionalità diverse. Leggo con sgomento, perché ho avuta la ventura di visitarlo, che da poco il prefetto di Roma lo ha messo in lista degli edifici tra quelli da sgomberare urgentemente. Mi si stringe il cuore pensando alla famosa mixete culturale che li ho visto palpabilmente e al delizioso museo dell’Altro e dell’Altrove che è connaturato agli spazi abitativi perché scaturisce dalle invenzioni di soluzioni abitative in quanto comunità del possibile. Gainsforth, conclude con un esempio storico ancora di uprising ed emancipazione collettiva risalente al 1916 e mentre rileva che di non aver trovato il vero esempio positivo finale che costituisca la positiva eccezione alla regola dei processi espulsivi attuali, tuttavia ci avverte che questa storia, evidentemente di lotte e aggiustamenti, non è finita e che questo libro non può avere conclusioni. Il libro forse non ne avrà, il mio articolo invece si apre e si chiude con l’esortazione a leggere i libri di Sarah e magari farlo in sequenza come ho fatto io. So già che qualcuno potrà trovarli troppo partigiani o faziosi, ma gli spunti riflessivi e i punti di vista e gli approcci inconsueti non mancano e ci fanno sempre bene, così come i conflitti, in fondo connaturati ad ogni democrazia.

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