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Tagli e privatizzazioni, per sgonfiare la grande bolla

La svolta storica che il mondo sta vivendo, da qualcuno deprecata in quanto the age of megathreats (“l’età delle megaminacce”), viene descritta come policrisi per indicare una convergenza drammatica di molte crisi (economica, sociale, energetica, ambientale, democratica, militare) che si alimentano a vicenda. Un elemento critico, però, spicca tra gli altri ed è il punto a cui è giunto il processo di circolazione finanziaria analizzato nel libro di Riccardo Bellofiore.

In L’ultimo metrò. L’Europa tra crisi economica e crisi sanitaria scritto con Francesco Garibaldo per Mimesis, Bellofiore descrive la natura del meccanismo “svincolato dai rapporti commerciali” e reali grazie a una liquidità quasi illimitata, non frenata dall’andamento dell’occupazione e dei fondamentali della cosiddetta economia reale, un meccanismo che, nei decenni passati, ha potuto “espandersi senza limiti su scala transnazionale” anche “in caso di bolle delle attività (finanziarie e immobiliari)”.

Si tratta di quella liquidità creata dalle politiche monetarie “non convenzionali” (quantitative easing e molto altro) adottate progressivamente dalla crisi del 2007/2008 dalle Banche centrali di tutti i paesi in conseguenza delle quali il mondo è stato salvato dall’abisso, ma che ora vengono ritirate svelando i loro aspetti controproducenti. Primo fra tutti il concorso a un’ulteriore finanziarizzazione la quale è connessa con l’”iperglobalizzazione” del recente passato, così come il suo annaspare è connesso con la “globalizzazione selettiva” che sta subentrando.

L’ipertrofia finanziaria è stata alimentata da bassa inflazione e bassi tassi di interessi (addirittura negativi) e ora, con inflazione e tassi di interesse in vertiginosa ascesa, si trova di fronte a una impasse, come testimoniano lo sconquasso valutario e monetario provocato nel Regno Unito da una improvvida manovra di finanza pubblica poi ritirata, le crescenti turbolenze dei mercati azionari, il crollo dei rendimenti delle piattaforme, le difficoltà delle Big Five altamente tecnologizzate.

Il mostruoso sistema finanziario ombra, che nel tempo è stato creato, articola una miriade di posizioni “fuori bilancio”, in veicoli ad hoc, mercati dei derivati, cartolarizzazioni, nuovi fondi ad alta leva finanziaria, strumenti non convenzionali che esaltano la frammentazione finanziaria e dissolvono la percezione del rischio sistemico. Le stesse multinazionali globali presentano un accentuato carattere finanziario, ricorrendo crescentemente per fare profitti al carry trade, al capital transfer, ad alchimie finanziarie spesso tutt’altro che lecite.

Grazie anche all’imponente rivoluzione informatica tutto ciò che è trasformabile in operazione finanziaria è stato utilizzato per trarne un guadagno, dal credito al campo assicurativo, alle speculazioni, ai cambi, alla securitization, ai derivati, ai futures markets.

La nuova fauna di intermediari, sfruttando la benevolenza dei regolatori, ha creato strumenti e veicoli per distribuire e gestire il rischio e ha trasformato in titoli scambiabili sul mercato rapporti di debito e di credito prima non scambiabili, permettendo di incrementare a dismisura i profitti. Ma ciò facendo la fauna degli intermediari ha anche aumentato la complessità dei mercati stessi, dando vita a singolari piramidi finanziarie (gran parte delle cui operazioni sono fuori bilancio) e trasformando la gestione del rischio in aggressiva assunzione del rischio.

La “eutanasia del rentier”, che Keynes aveva auspicato per imbrigliare l’intrinseca predisposizione del capitalismo alle crisi periodiche e dare vita a duraturi programmi di pace e di giustizia sociale, è stata rovesciata nel suo contrario. Di conseguenza si moltiplicano le fonti di instabilità, dalla crescita esponenziale di debiti soprattutto privati, agli alti e bassi delle valute, alle convulsioni negli andamenti delle bilance dei pagamenti, al saliscendi di apprezzamenti e deprezzamenti di assets interni, a repentini cambiamenti nei movimenti di capitale. Tutto ciò è quanto sta avvenendo intorno a noi, amplificato dalle conseguenze economiche della guerra in Ucraina.

Non sappiamo con precisione dove siano e come funzionino i meccanismi di leva finanziaria, cioè la tendenza ad assumere debiti, ma ora vediamo quanti costi aggiuntivi e quante difficoltà essi hanno generato. Poiché in fondo la finanziarizzazione e la iperglobalizzazione sono state un modo di contrastare la stagnazione e di cercare fonti alternative di profitto, sarebbe esiziale se, invece di rimodellare in tutt’altra direzione e con tutt’altri contenuti l’intero processo di sviluppo economico e sociale puntando sul lavoro e i bisogni reali sociali insoddisfatti, si volesse perseguire la pericolosa ipotesi di basare il rilancio della crescita e la ricerca di nuove fonti di profitti su una “minore protezione e una maggiore concorrenza nei servizi” (la qale comporterebbe tagli alla spesa sociale e nuove privatizzazioni su scala globale in campi strategici come la sanità e affini).

Cosi come sarebbe esiziale arrendersi all’idea che l’innovazione sia possibile solo se veicolata da spese in armi e in guerra (a cui andrebbe, pertanto, finalizzato in via prioritaria il sostegno dell’intervento pubblico), mentre è negli investimenti per la pace che vanno urgentemente identificate le sorgenti dell’innovazione del futuro.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 12 novembre 2022

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