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Quel 26 settembre di quarant’anni fa

Il 26 settembre 1983 i sistemi di allarme sovietici segnalarono un attacco missilistico da parte degli Stati Uniti: cinque ordigni con testate nucleari lanciati probabilmente da una base del Montana si stavano dirigendo su Mosca. Il tenente colonnello Stanislav Petrov responsabile della stazione di rilevamento, non ritenne plausibile che gli USA scatenassero la terza guerra mondiale con soli cinque missili e anziché attivare le procedure previste e rispondere con un contrattacco immediato, decise in autonomia di segnalare ai superiori un semplice malfunzionamento del sistema. Fortunatamente aveva ragione: nessun missile nemico in cielo, solo bagliori del sole riflessi dalle nuvole.

Mai decisione fu più saggia. Quell’assennato e coraggioso ufficiale fu insignito di numerose onorificenze per aver salvato il mondo dalla catastrofe. Ma i potenti della terra hanno continuato nella loro folle corsa al riarmo nucleare. A tutt’oggi le testate atomiche disponibili negli arsenali delle superpotenze sono ben 15.000, di cui 1.800 in permanente stato di allerta. Gli esperti assicurano che ne basterebbero 500 per distruggere ogni forma di vita sul pianeta.

Di fronte al rischio perenne e crescente della minaccia atomica – anche in seguito a errore umano – finalmente nel 2013 l’Organizzazione delle Nazioni Unite volle istituire la Giornata internazionale per l’eliminazione delle armi nucleari indicando appositamente la data del 26 settembre per la realizzazione di iniziative dedicate al tema.

Da quel momento si sono registrati significativi passi avanti, ma anche preoccupanti arretramenti.

Il 7 luglio 2017 una conferenza delle Nazioni Unite ha approvato il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari (TPNW), primo accordo internazionale legalmente vincolante per la completa proibizione delle armi nucleari, in un percorso finalizzato alla loro totale eliminazione. Entrato in vigore il 22 gennaio 2021, ovvero 90 giorni dopo la ratifica da parte di almeno 50 Stati, il trattato alla fine dello scorso anno è stato sottoscritto da ulteriori dieci Paesi. Tra i 60 firmatari solo quattro sono europei: Austria, Irlanda, Repubblica di San Marino e Santa Sede. Il patto rende ora illegale, nei Paesi che l’hanno sottoscritto, la produzione, l’acquisizione, il possesso, l’uso, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari.

Fra i contraenti, purtroppo, mancano i Paesi Nato, Italia compresa, unitamente a Russia, Cina, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord, vale a dire tutte le nazioni che possiedono armi nucleari. Non va dimenticato che l’Italia, pur non figurando nel novero dei produttori di ordigni atomici, custodisce entro i propri confini ben 70 testate nucleari, dislocate nelle due basi Nato di Aviano e Ghedi.

Ci pare quindi immotivato il rifiuto del governo italiano di inviare suoi esponenti alla prima Conferenza degli Stati che hanno sottoscritto l’accordo antinucleare, tenuta a Vienna dal 21 al 23 giugno scorso. Non si è ritenuto neppure opportuno partecipare all’incontro come semplici osservatori, al pari di Germania, Olanda e Norvegia. Il numero degli aderenti nel frattempo era salito a oltre 80 e assieme a loro erano presenti nella capitale austriaca le principali organizzazioni che sostengono l’iniziativa nel mondo.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina la strada del disarmo nucleare rischia di diventare ancora più lunga e tutta in salita. La crisi che si è aperta il 24 febbraio 2022 ha registrato comportamenti non adeguati da parte dei principali attori che hanno scelto di risolvere, con esibizioni muscolari, delicati problemi geopolitici che richiederebbero ragionevolezza e disponibilità al confronto e alla trattativa. Al contrario sentiamo sempre più spesso parlare, con preoccupante leggerezza da parte dei governanti di Russia, Usa e Gran Bretagna, di un possibile utilizzo di armi atomiche, tattiche e non, qualora “necessario”. Di fronte al rischio di una guerra nucleare che non avrebbe vincitori, ma solo incalcolabili vittime e disastrose rovine, occorre che l’Unione Europea, pericolosamente vicina al teatro di guerra, e l’ONU, nata con il compito precipuo di tutelare la pace, non perdano altro tempo prezioso e impongano l’immediato cessate il fuoco a Russia e Ucraina e l’avvio sollecito di trattative per la soluzione pacifica delle loro controversie.

Anche i popoli in questo momento devono far sentire la loro voce. Non possono e non devono subire le conseguenze della mancata lungimiranza e degli irrigidimenti incrociati che impediscono l’avvio quanto mai urgente di un dialogo tra i due governi in guerra. Come vent’anni fa in occasione del conflitto in Iraq, le bandiere della pace tornino a sventolare su tutti i balconi e da ogni finestra del mondo.

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