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In Iran si moltiplicano le città della protesta, e i morti

«No al foulard, no al turbante, sì alla libertà e all’uguaglianza!». È uno degli slogan dei manifestanti che in tutto l’Iran protestano per l’uccisione di Mahsa Amini, fermata dalla polizia morale martedì 13 settembre e morta venerdì scorso dopo tre giorni di coma.

LA SCOMPARSA CRUENTA di Mahsa ha scatenato proteste in oltre venti città dell’Iran: innescate nella provincia orientale del Kurdistan, sono arrivate nella capitale Teheran per diffondersi nel sud del Paese a Bandar Abbas, nel centro a Isfahan e nella città santa di Mashad, a est.

Quelle in atto in Iran sono le proteste più significative dopo quelle del novembre 2019 motivate dall’aumento del prezzo del carburante. Oggi, di diverso, c’è la presenza in prima linea di tante donne. In questi sei giorni di proteste, secondo le autorità iraniane i morti sono almeno 17. Per l’ong Iran Human Rights con sede a Oslo, i civili uccisi dalle forze di sicurezza sarebbero almeno 31. Numerosi i feriti, un migliaio le persone arrestate. Tra queste, le fotografe Niloufar Hamedi del giornale riformatore Shargh, e Yalda Moayeri che lavora per i media locali.

A fare notizia è l’intervista di Amjad Amini, padre di Mahsa, al servizio in lingua persiana della Bbc: «Non mi è stato concesso vedere il cadavere di mia figlia e nemmeno leggere l’autopsia. Ne ho potuto vedere di sfuggita il viso e i piedi nel momento in cui l’abbiamo seppellita. I piedi erano segnati dalle ferite. Mahsa godeva di ottima salute. Testimoni mi hanno riferito che è stata picchiata dalla polizia».

Bbc Persian è l’emittente maggiormente invisa alla leadership di Teheran perché dà voce – in lingua originale – all’opposizione all’estero ed è un canale molto seguito all’interno del Paese. Nel tentativo disperato di diminuire la diffusione di notizie, le autorità hanno rallentato internet e bloccato l’accesso a Instagram e a WhatsApp.

AMINI AVREBBE compiuto ventitré anni due giorni fa. Abitava nella città nordoccidentale di Saghez, nel Kurdistan iraniano. Era arrivata nella capitale per qualche giorno di vacanza, con la famiglia. Dopodiché, sarebbe tornata a casa per studiare all’università. «Microbiologia, voleva diventare dottore», ha raccontato il padre alla Bbc. Era stata fermata dalla polizia morale perché il suo abbigliamento non rispettava il severo codice della Repubblica islamica.

Le autorità negano sia stata malmenata e sostengono che abbia avuto un infarto improvviso. In prima battuta Mehdi Faruzesh, direttore generale di Medicina Forense nella provincia di Teheran, aveva dichiarato che «non ci sono segni di ferite sulla testa e sul viso, non ci sono graffi attorno agli occhi, e nemmeno fratture alla base del cranio».

LE AUTORITÀ hanno anche negato che vi fossero ferite agli organi interni. Il direttore di Medicina Forense aveva aggiunto che la ragazza aveva subito un’operazione chirurgica al cervello all’età di otto anni. Un particolare che sia la famiglia sia le compagne di scuola di Mahsa, raggiunte dalla Bbc, hanno negato con fermezza.

In questi decenni di repressione alle famiglie delle persone detenute e uccise, non necessariamente attivisti, la magistratura iraniana ha sempre detto di tacere per non incorrere in guai ulteriori. Ora a testimoniare che Mahsa è stata picchiata è anche il fratello Kiarash, 17 anni, che era con lei. Altre persone hanno riferito che la ragazza è stata percossa dentro la camionetta e successivamente nel commissariato di polizia.

«MIO FIGLIO ha implorato che Mahsa non fosse portata via, ma se la sono presa anche con lui, i suoi abiti sono stati lacerati». In Iran le forze dell’ordine sono dotate di telecamera ma quel giorno «le batterie erano scariche». In merito all’abbigliamento di Mahsa, il padre sostiene che «era vestita in modo appropriato, con il soprabito lungo sopra ai pantaloni».

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 23 settembre 2022

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