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Elezioni, reddito di cittadinanza e questione meridionale

Questa insolita campagna elettorale ci sta consegnando anche un finale a sorpresa. Il tema monopolizzante di politica interna è diventato il Reddito di cittadinanza e i 5Stelle appaiono in grande ripresa, soprattutto al Sud. Tutti gli oppositori più accaniti al mantenimento di questo strumento di sostegno dei ceti meno abbienti hanno fornito a Giuseppe Conte un formidabile assist: al centro del dibattito c’è una misura proposta, realizzata e oggi strenuamente difesa dal movimento che lui presiede. Il suo partito, il più in difficoltà all’inizio della campagna elettorale dopo la fiducia negata a Draghi e l’esclusione dall’alleanza di centrosinistra, si è trovato a ricevere un’insperata spinta propulsiva in questa ultima fase, con un feeling ritrovato con i propri elettori, con il Sud e con l’acquisizione di nuovi consensi che provengono da ambienti della sinistra storica e del volontariato cattolico.

L’impossessarsi dei 5Stelle di un tema sociale di grande popolarità sta determinando delle conseguenze nella percezione di altri soggetti politici che nel passato erano caratterizzati soprattutto dalle rivendicazioni economico/sociali della propria base elettorale. Il Pd, erede di una lunga storia della sinistra italiana, sembra collocarsi nella percezione dell’elettorato come partito delle riforme istituzionali, rassicurante nella collocazione internazionale dell’Italia, baluardo dei diritti civili ma distratto sulle condizioni economiche di gran parte della popolazione. La materialità della vita quotidiana e delle disuguaglianze impressionanti che continuano a caratterizzarla, sembrano non fare parte più del bagaglio politico, ideale e umano di un dirigente del Pd, come se si fosse sfaldata nel tempo quella solida cultura politica e sindacale costruita a difesa del mondo del lavoro. E si è sfaldata anche l’identificazione tra sinistra italiana e gli esclusi dalla società. Una doppia identità storica sembra, dunque, essersi consumata. Quando la sinistra si separa dall’idea di uguaglianza e di giustizia sociale recide inevitabilmente una parte delle sue radici e ciò ha una immediata ripercussione sulla sua identità. E se volessimo usare una parabola cara a Michele Serra potremmo dire che il Pd non rappresenta né gli “sdraiati” né quelli “caduti a terra” ma solo “i seduti”, quelli che partono da una posizione sociale già acquisita e da lì costruiscono la loro idea di mondo e di società. Letta ha voluto presentare il Pd di oggi come “una forza tranquilla” e affidabile ma a discapito di una radicalità indispensabile in una situazione sociale nella quale il disagio economico è a livelli di guardia. Affidabilità e radicalità solo per la sinistra italiana sembrano due caratteristiche politiche inconciliabili.

L’impressione è che nel nostro Paese non esista una politica per i deboli, quelli che sono tali per ragioni fisiche, familiari, culturali, economiche o territoriali. Le diseguaglianze restano una delle questioni fondamentali del nostro tempo, e si porranno nei prossimi mesi problemi seri per la tenuta sociale.

E tra le disuguaglianze di più lunga persistenza della nostra storia nazionale c’è quella territoriale tra Centro-Nord e Sud d’Italia. E proprio per questo motivo una forza politica che vuole rilanciare la lotta alle diseguaglianze non può non occuparsi di Sud. Come controprova, c’è il fatto che chi non si preoccupa di sanare le differenze territoriali (anzi le vuole accentuare con l’introduzione dell’Autonomia regionale differenziata) è la Lega di Salvini, Zaia, Fontana e Fedriga, che spingerà ad esasperare questa richiesta dopo le elezioni. Come si concilia la rivendicazione di più competenze e più soldi solo ad alcune Regioni del Nord con l’idea di poteri forti allo Stato centrale, come nella tradizione del partito della Meloni? La proposta di approvare nel primo consiglio dei ministri l’Autonomia regionale differenziata è una vera e propria provocazione in una nazione nella quale si è curati diversamente a seconda di dove si risiede, nella quale chi è malato oncologico deve affrontare la lontananza da casa per ricevere cure adeguate, dove si vive più a lungo di quattro anni se si abita nel Trentino rispetto a un cittadino campano, dove bambini che nascono in Veneto possono andare all’asilo pubblico mentre ciò è quasi impossibile in Calabria, dove ci si può recare da Milano a Napoli in treno in quattro ore e da Napoli a Palermo in 12, dove si va a studiare nelle università del Centro-Nord per avere una chance in più dopo la laurea, dove nel Sud da oltre un secolo e mezzo si continua a farsi carico del fardello di allevare e istruire manodopera esportabile nel Nord o all’estero senza una strategia realistica per porvi fine.

Purtroppo, questa proposta (certo con intenti diversi) è condivisa anche dall’Emilia-Romagna, nel passato simbolo della solidarietà e del buon governo della sinistra italiana. Come si concilia la definizione di “Lega del Sud” che Letta dà dei 5Stelle con l’associarsi di una “Regione rossa” alle richieste dei presidenti leghisti del Nord sull’Autonomia differenziata? L’Italia non è uno Stato federale, eppure sono stati concessi alle Regioni poteri tali che hanno spezzato la percezione dell’Unità della nazione. Abbiamo affrontato la pandemia, la crisi sanitaria più devastante della storia repubblicana, con 20 diversi sistemi sanitari locali rallentando decisioni da prendere velocemente e pregiudicando una risposta efficace e uniforme. Il regionalismo italiano va rivisto innanzitutto nelle competenze sanitarie. Nel Sud una revisione del regionalismo è ancora più necessaria. Rappresentare, come fa Enrico Letta, Vincenzo De Luca e Michele Emiliano come il miglior Sud fa venire spontanea la domanda: e il peggiore quale sarebbe? Il Pd nel Sud si è schiacciato sull’establishment, sulla casta al potere, sul notabilato, sul familismo, sull’ereditarietà dei ruoli istituzionali e non è in grado di presentare un’esperienza decente di governo.

Ma, attenzione, la questione meridionale non può essere ridotta solo alla questione della sopravvivenza o meno di una giusta e sacrosanta modalità di assistenza pubblica per i meno abbienti. È interesse di tutti i meridionali non farsi schiacciare su questa esclusiva rappresentazione dei loro problemi, lasciando in ombra tutte le potenzialità che il Sud può avere in serbo per una stabile ripresa dell’Italia. Il periodo migliore dell’economia italiana, il nostro Trentennio d’oro, è stato quello in cui le tre realtà territoriali, il Nord, il Centro e il Sud crescevano insieme a tassi elevati. Il lento declino dell’Italia è cominciato dopo il 1975 quando una parte, quella meridionale, ha cessato di crescere. Punto. Tutto il resto sono spiegazioni del declino non convincenti. Se una nazione non partecipa allo stesso livello di benessere in tutte le sue parti, nel produrlo e nel beneficiarne, diventa una nazione menomata nelle sue stesse potenzialità. Per fare questo non basta certo il Reddito di cittadinanza. Ma senza il dibattito su di esso, il Sud non sarebbe stato nemmeno presente nella campagna elettorale.

Immagine di copertina, governo.it/Wikimedia Commons

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