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Il disastro cileno

L’11 settembre 2023 sarà mezzo secolo dal golpe pinochettista del 1973. Di certo quel giorno il Cile ricorderà la data più infausta della sua storia senza la costituzione democratica, clamorosamente bocciata nel referendum del 5 settembre scorso.

E con buona probabilità anche senza la nuova costituzione scaturita dal secondo processo costituente avviato dal presidente Gabriel Boric e – così almeno dicono oggi – da tutti o quasi i settori dell’arco parlamentare, dalla destra al riesumato centro-sinistra della Concertación socialisti-democristiani che ha governato il Cile per quasi 30 anni.

Almeno fino a quel giorno il Cile è e sarà ancora retto dalla maledetta costituzione imposta da Pinochet nel 1980. Domenica 5 settembre quando i numeri confermavano il terribile 38% di sì e il 62% di no, il neopresidente di sinistra della Colombia, Gustavo Petro, ha suscitato polemiche affermando che in Cile “Revivió Pinochet”. Forse dire che ha resuscitato Pinochet è esagerato ma è innegabile che sia stato un disastro. Per il primo governo di sinistra cileno dopo Allende; per il Cile con la sua nuova e intrigante sinistra; per l’America latina dove “la seconda onda progressista” dopo quella del primo decennio del secolo XXI ha subito il primo stop.

Strana situazione quella del Cile: un paese retto non da una ma da due costituzioni morte. Morta quella di Pinochet, più volte “ritoccata” in 30 anni di democrazia zoppa ma mai abrogata.  È morta anche quella nata dal grande “estallido social”, la rivolta di massa del 2019.

Peccato.

Come è potuto accadere un capovolgimento così secco e rapido? Errori ci sono stati, certo, confusione, radicalismi, personalismi, qualche scandaletto.  Effetti forse inevitabili in un organismo quasi di democrazia diretta (i partiti o fuori o in minoranza), paritario (78 uomini, 77 donne) e per la prima volta capace di riconoscere il carattere pluri-nazionale del Cile (17 seggi alle 10 etnie indigene, il 13% della popolazione).

Ma era – sarebbe stata – una bella costituzione. Una costituzione ambientalista, femminista, solidaria, socialmente innovativa, democratica in materia di pensioni, sanità, istruzione, ridefinizione del ruolo dello Stato, ridisegno del format istituzionale.

Errori ci sono stati ma c’è stata anche una campagna selvaggia di disinformazione, di menzogne, di fake news secondo l’ormai collaudato “metodo Bannon” (Trump, la Brexit, il brasiliano Bolsonaro, l’argentino Macri): il popolo mapuche che dividerà il paese, le donne che potranno abortire fino al nono mese, lo stato che vi prenderà la casa e i risparmi, Evo Morales che si prenderà fette di Cile, l’inno e la bandiera che cambieranno.

Con la grande stampa e i media, in Cile tutti di destra, e il governo di Piñera che naturalmente assecondavano questa campagna. Bisognava fermare a ogni costo questa “Costituzione lesbo-indigenista-comunista” pur senza voler più difendere l’indifendibile costituzione di Pinochet: una mossa intelligente. Come Boric aveva già annunciato di essere pronto a riformare la nuova costituzione nei suoi punti più controversi, “Apruebo para reformar”, anche la destra e buona parte della vecchia Concertación (divisa al suo interno) ribatteva “Rechazo para reformar”.

Ma nessuno si aspettava una batosta di questa ampiezza.

Boric ha subito invitato i rappresentanti di tutti i partiti alla Moneda per concordare l’avvio di una nuova campagna costituzionale e di una nuova costituente, prevedibilmente più affidabile e controllabile, con ogni probabilità emanazione degli apparati e dei partiti tradizionali anziché “della gente”. Intanto ha deciso (dovuto?) sacrificare qualche testa a lui vicinissima, la ministra degli interni Izkia Siches e Giorgio Jackson ministro alla presidenza, mettendo al loro posto due donne dell’establishment: Carolina Tohá del Partido por la democracia e Ana Lya Uriarte del Partito socialista.

Insomma, nuova costituzione addio e un giro verso il centro-sinistra.  Forse non c’era altra via d’uscita ma il rischio per Boric e compagni di perdere il nuovo che la sua/loro sinistra rappresentava e di trasformarsi in un dejà vu socialdemocratico è grande. Ora con il governo e la piazza marcati da una pesante sconfitta, c’è da espettarsi che la destra cercherà di passare all’offensiva a partire dalla sua prima grande vittoria politica dal 2019.

Foto di copertina Thomas Griggs/Unsplash

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