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Godard e il maggio francese

È morto all’età di 91 anni il regista francese Jean-Luc Godard. Fra i principali esponenti della Nouvelle Vague, Godard partecipò attivamente al movimento del Sessantotto. Lo ricordiamo con la testimonianza della sua compagna di allora che racconta come lei e il regista vissero le giornate del Maggio francese a Parigi. Il testo, tratto dal libro Un an après, è uscito per la prima volta in italiano su MicroMega 1/2018.

All’inizio di febbraio del 1968 partimmo per L’Avana. I funzionari del cinema cubano accolsero Jean-Luc come un eroe. Io ero imbarazzata da quella che mi appariva una sorta di devozione, ma lui non si rendeva conto di nulla. Quando propose loro di fare un film insieme, furono subito messi a sua disposizione del materiale e due tecnici. Partimmo. Jean-Luc filmava, qui e là, senza nessuna convinzione, paesaggi, immagini di propaganda, qualche raro manifesto del Che. Io lo sentivo alla ricerca di qualcosa che non trovava, era taciturno e insoddisfatto. I nostri compagni cubani si davano tuttavia parecchio da fare per soddisfare ogni sua minima richiesta e per farmi piacere. Mi offrirono alcuni regali, tra cui un immenso scialle ricamato del XIX secolo, tratto dalla collezione di vestiti antichi della Scuola del cinema dell’Avana. C’era però un argomento che non bisognava toccare e a proposito del quale, loro, come tutti gli altri cubani, tacevano ostinatamente: l’incarcerazione in Bolivia del francese Régis Debray 1, che aveva combattuto al loro fianco. Cosa stava facendo Castro per liberarlo? Noi non capivamo il loro silenzio.

A Parigi c’era una grande agitazione. Il 9 febbraio il presidente della Cinémathèque, Henri Langlois, era stato rimosso per decisione del governo 2. Alcuni telegrammi di François Truffaut, che arrivarono in albergo per Jean-Luc, dicevano in sostanza: «Torna immediatamente, abbiamo bisogno di te». Ci furono subito prenotati due biglietti sul primo volo per Madrid, dove trascorremmo alcune ore in attesa della coincidenza per Parigi. Jean-Luc era furioso di non esser sul posto e la collera gli ridava un’energia fino a quel momento perduta.

Appena arrivammo a casa, si precipitò a raggiungere il comitato che si era formato per la difesa di Henri Langlois e che François Truffaut, Jacques Rivette e Barbet Schroeder guidavano con eccitazione. Molti cineasti, attori, tecnici partecipavano ai dibattiti. Avevamo l’impressione che, per la prima volta, tutto il cinema francese si esprimesse con una sola voce. Si parlava di «marciare» sulla Cinémathèque, di «liberarla» perché era stata provvisoriamente chiusa.

Non avevo mai subìto il fascino della personalità di Langlois, poiché era trascurato, a dirla tutta sporco: mi disgustava. Evitavo i suoi rumorosi abbracci e mi scansavo quando voleva prendermi tra le sue braccia. Jean-Luc aggrottava le sopracciglia, ma era più forte di me. Sapevo ciò che il cinema gli doveva e la Cinémathèque di Chaillot era per me, come per gli altri, un luogo sacro.

Sotto l’impulso di Jean-Luc, Truffaut e Rivette, più che mai decisi a far reintegrare Henri Langlois, la situazione subì una rapida accelerazione. Alcuni studenti si unirono ai lavoratori del cinema con la voglia, anch’essi, di entrare in azione. Essendo spesso all’estero e abbastanza indifferente a ciò che succedeva nel mondo universitario in Francia, non facevo il raffronto tra la rivolta che divampava nei campus americani e ciò che potevo vedere a Parigi. Jean-Luc invece intuiva che qualcosa di inedito stava accadendo dappertutto, in Germania, in Cecoslovacchia, a Roma e a Londra. Le sue amicizie con gli studenti maoisti lo confortavano in questo senso. Fin dal nostro ritorno da Cuba aveva ricominciato a parlare di rivoluzione internazionale. Noi l’ascoltavamo appena, impegnati com’eravamo a tentare di salvare Langlois e la Cinémathèque. L’atmosfera era gioiosa, insolita, calorosa e io mi divertivo molto in mezzo ai miei vecchi che avevano di nuovo vent’anni come me.

Alla prima manifestazione del 12 febbraio, a fine giornata, in rue d’Ulm, seguì quella del 14, davanti al palazzo di Chaillot, che riunì all’incirca tremila persone. Noi avevamo risalito a ranghi serrati avenue du Président Wilson, scandendo slogan che reclamavano le dimissioni del ministro della Cultura, André Malraux, e la riapertura immediata della Cinémathèque. Io facevo parte del corteo di testa, fra Jean-Luc e François Truffaut, quasi ebbra, colpita e trascinata dalla loro determinazione.

Determinazione che scemò quando la nostra manifestazione si scontrò con la polizia che sbarrava l’imbocco della strada e impediva l’accesso a place du Trocadéro. Ci fu qualche primo scontro, non violento, più nella tradizione di Guignol, che sfociò in un compromesso: ci autorizzavano a raggrupparci sul piazzale giusto il tempo di leggere un appello rivolto al governo e firmato da tutto il mondo del cinema. Dopo, avremmo dovuto disperderci con calma.

Ovviamente, nessuno di noi intendeva obbedire e la lettura dell’appello non fece che rafforzare la nostra combattività. Volevamo forzare le porte della Cinémathèque e del Teatro nazionale popolare, in quel momento ben presidiati; attaccare i poliziotti prima che questi attaccassero noi.

Lo shock fu violento. Dopo un breve istante di disorientamento, i poliziotti risposero a colpi di manganello e lo scontro divenne generale: eravamo ben lontani da Guignol.

Ripensavo a quella giornata del 14 febbraio mentre il 3 maggio 1968 rientravo verso casa. Regnava un’atmosfera di sommossa intorno alla Sorbona. Sapevo che si doveva tenere un incontro e che l’Università di Nanterre era stata chiusa, ma non sapevo molto di più, nonostante i racconti che mi faceva Jean-Luc quando la sera ci ritrovavamo. Il mattino avevo appena cominciato le riprese del film di Philippe Fourastié, La banda Bonnot, nei dintorni di Parigi.

All’improvviso spuntarono studenti da tutte le parti, inseguiti da quella che mi sembrava un’armata di poliziotti, con il casco e il manganello in mano, che colpivano senza distinzione i ragazzi che riuscivano ad afferrare. Io mi fermai di colpo all’incrocio tra boulevard Saint-Germain e rue Saint-Jacques, terrorizzata, paralizzata dalla paura, incapace di mettermi a correre. Gli studenti che fuggivano dritto davanti a loro, in direzione di place Maubert, mi spintonavano. «Non stare qui impalata, scema», mi disse uno di loro cercando di trascinarmi. E siccome continuavo a non muovermi, mi assestò con tutta forza un paio di sberle prima di riprendere la sua corsa.

Due sberle che mi riportarono alla realtà. Vidi l’armata di poliziotti avvicinarsi e corsi per rue Saint-Jacques dove si trovava il palazzo in cui abitavamo. Sempre terrorizzata dai rumori di guerra che mi giungevano, convinta che mi potessero inseguire fino a casa, salii i quattro piani a una velocità folle e diedi le tre mandate che Jean-Luc aveva pensato bene di fare installare. Salva!

Il nostro appartamento era su tre livelli. Una prima rampa di scale conduceva allo studio e al bagno di Jean-Luc, una seconda al salone e alla microscopica cucina e infine una terza al mio bagno e alla nostra camera da letto, che dava su una piccola terrazza, sotto i tetti.

Restai qualche minuto stremata, occupata a riprendere fiato, stando all’erta per ascoltare i rumori del palazzo. Era dalla strada, però, che arrivava l’eco di ciò che accadeva fuori, un’eco attenuata dai doppi vetri delle finestre della stanza principale.

Le aprii. L’inseguimento degli studenti continuava su boulevard Saint-Germain e rue Saint-Jacques. Gruppi di giovani, ragazzi e ragazze insieme, lottavano a mani nude contro i manganelli dei poliziotti, altri lanciavano diversi oggetti raccolti sul marciapiede. A tratti, il fumo mi impediva di distinguere chi attaccava chi. Venimmo a sapere più tardi che si trattava di gas lacrimogeni. Le sirene della polizia e i lontani clacson di automobilisti furiosi, bloccati nei pressi del Quartiere latino, coprivano i rumori della folla e gli slogan che alcuni studenti continuavano a gridare con i megafoni.

Squillò il telefono. Era Jean-Luc, molto preoccupato. Temeva non avessi fatto in tempo a raggiungere il nostro appartamento. Aveva chiamato una prima volta una mezz’ora prima e, non avendomi trovato, stava per contattare Bambam e Rosier 3 presso i quali, pensava, mi ero forse rifugiata. Sollevato di sapermi al sicuro, si chiedeva come tornare a casa. Era sulla rive droite, ma mi assicurò che sapeva come cavarsela per rientrare. Io non dovevo muovermi, ma aspettarlo. Toccava a me essere preoccupata. Avendolo visto scagliarsi contro i poliziotti in occasione della battaglia davanti al palazzo di Chaillot, conoscevo la sua aggressività, la sua incoscienza davanti al pericolo. Mi promise che sarebbe stato prudente e riagganciò suggerendomi: «Ascolta Europe1».

Accesi il grande apparecchio radio, capace di captare Radio Pékin, che Jean-Luc aveva filmato in La cinese e ascoltai un giornalista raccontare in diretta gli scontri tra gli studenti e i poliziotti. I tafferugli si erano spostati ora verso la Sorbona e il Panthéon, circolava voce che ci fossero feriti da entrambe le parti e l’esito della giornata sembrava impossibile da prevedere. Uno dei colleghi, da studio, riassumeva gli ultimi avvenimenti.

Tutto era cominciato con la chiusura di Nanterre e la convocazione davanti alla commissione disciplinare di alcuni studenti, considerati i capi della rivolta che agitava la facoltà da fine marzo. A ciò si aggiungeva il corteo del movimento di estrema destra Occidente, che minacciava di interrompere l’incontro improvvisato alla Sorbona per denunciare i misfatti degli studenti, tra cui l’incendio recente dei locali della Federazione dei gruppi di studio di lettere. Il rettore della Sorbona aveva chiamato la polizia per riportare l’ordine. Così quelli che si battevano ancora in questo momento erano di sinistra, comunisti, fascisti e poliziotti! Avevo difficoltà a raccapezzarmi!

* * *

[…] Feci allora una scoperta stupefacente: sulla prima pagina di tutti i quotidiani era stampata l’immagine di Dany 4, il mio compagno anarchico di Nanterre, quello che voleva farmi diventare una militante rivoluzionaria, mentre ci provava con me nei corridoi urlando: «Solidarietà dei rossi!». Un Dany gioioso, solare che esortava alla mobilitazione generale. Leggendo numerosi articoli che gli erano stati dedicati, appresi che era il leader del recente movimento del 22 marzo, a Nanterre, e che doveva presentarsi davanti al tribunale con altri sette studenti. E dire che io li avevo considerati, Dominique, Jean-Pierre e lui, tre pelandroni.

Scesi per comunicare la mia scoperta a Jean-Luc e lui fu sorpreso quasi quanto me. Sebbene non lo avesse mai incontrato, si ricordava molto bene ciò che io gli avevo detto di lui. In La cinese mi aveva chiesto di leggere un volantino che incitava al boicottaggio degli esami «a causa di nevrosi e di frustrazioni sessuali». Volantino firmato «gli Anarchici» e che poteva passare, secondo lui, per maoista.

Poco dopo, la radio ci informò che quattro manifestanti del 3 maggio erano stati condannati per direttissima. Dany non era tra loro.

* * *

[…] Il giorno dopo, il 6 maggio, tutto precipitò. Già al mattino si seppe dell’udienza di Dany e dei suoi sette compagni davanti alla commissione disciplinare dell’Università di Nanterre. Scoppiarono scioperi e manifestazioni in numerose università, in tutta la Francia. Nel primo pomeriggio si svolsero nuove manifestazioni spontanee nel Quartiere latino, io non avevo riprese quel giorno e seguii Jean-Luc. Mescolati a una folla di giovani, eravamo emozionati di essere lì, tra loro, su boulevard Saint-German. All’inizio ci si limitava a slogan confusi, più o meno scanditi in coro, solo «Liberate i nostri compagni!» era cantato all’unisono da tutti quanti. Gli studenti incaricati del servizio d’ordine ci mettevano perfettamente in riga, creando delle catene lungo il corteo, il che era molto rassicurante. Poi da ogni parte cominciarono a piovere insulti contro i poliziotti, molto numerosi, che sembravano determinati a non lasciarci guadagnare neanche un centimetro di terreno. Non tardarono a caricare. Allora cominciarono le corse per scappare attraverso le strade adiacenti, corse folli, disordinate, durante le quali scoprii fino a che punto potevo aver paura. Una paura che non mi avrebbe mai abbandonato.

Jean-Luc, invece, non aveva paura di nulla. La violenza delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti lo faceva impazzire. Era il primo a unirsi ai gruppi che si riformavano qui e là e che a loro volta attaccavano. Gridava più forte degli altri e la volgarità degli insulti verso i poliziotti, i membri del governo e i principali leader sindacali sorprese più d’uno. Io lo seguivo, bene o male, supplicandolo di rientrare a casa, ma lui non mi dava retta. Ogni tanto, senza fiato, ci fermavamo in un caffè per riposarci e rinfrancarci. Nessun negozio era chiuso, nessuna saracinesca abbassata. I commercianti, così come gli abitanti del quartiere, si dicevano indignati dalle violenze della polizia e non esitavano a venire in aiuto ai ragazzi e a prestar loro rifugio.

In occasione di un nuovo scontro, seguito da una nuova fuga vicino al Panthéon, a rue Soufflot, Jean-Luc inciampò in un sacco di spazzatura rovesciato e ruzzolò sul marciapiede. Lo aiutai a rialzarsi. Era solo leggermente stordito, ma le lenti dei suoi occhiali si erano rotte, il che lo fece infuriare. Era per lui il peggiore degli incubi: senza i suoi occhiali, non vedeva assolutamente nulla. Mi chiese di cercare un taxi per raggiungere gli Champs-Élysées, dove si trovava il negoziante da cui si riforniva abitualmente. Ma quale taxi? Dove? La sua incoerenza lo aveva sopraffatto e noi eravamo lì come due imbecilli, spintonati dagli studenti che correvano in tutte le direzioni. Presto sarebbero arrivate le forze dell’ordine, dovevamo metterci assolutamente a riparo. Per fortuna non eravamo lontano dal numero 20 di rue de Tournon 5. Lo guidai fino al palazzo come fosse un cieco, esasperata dalle sue lamentele. Ingiustamente, lo ritenevo responsabile della paura che avevo provato e continuavo a provare.

* * *

[…] Solo una coppia cenava: un uomo anziano e una donna più giovane, molto truccata, capelli biondo platino, acconciati in un improbabile chignon. Il ristorante era vuoto, noi sei 6 formavamo un curioso gruppo. Jean-Luc finì per notare la coppia e l’impressione che ne ebbe gli fece scappare uno sprezzante commento: «Una puttana e il suo vecchio». Commento che Rosier e Bambam preferirono ignorare. Arrivarono per servirci e ordinammo.

La cena si svolse in un’atmosfera tesa. Sentivamo di nuovo le sirene della polizia, alcune lontane esplosioni e le urla degli studenti. Non era ancora chiaro, ma ci sembrava che gli scontri per strada si avvicinassero. Jean-Luc divenne nuovamente molto nervoso, malediceva i suoi occhiali rotti e rimproverava Rosier di averci portato in un ristorante troppo lussuoso, mentre noi saremmo dovuti essere in strada, con gli studenti. La sua cattiva fede finì per irritare il pacifico Bambam, che glielo fece pacatamente notare.

Un gruppo di giovani invase all’improvviso il piazzale del Teatro de l’Odéon brandendo bandiere rosse e, dopo qualche secondo di esitazione, imboccò correndo rue Racine, in direzione di boulevard Saint-Michel. Per la prima volta sentimmo nuovi slogan, «Ce n’est qu’un début, continuons le combat!» e «Crs, SS! 7». Nel passare, rovesciarono i vasi di fiori davanti al Méditerranée e diedero qualche colpo sulla vetrata del ristorante come per risvegliare quelli che erano dentro. Il vetro non si ruppe, ma la coppia seduta dall’altro lato si alzò terrorizzata, pronta a rifugiarsi in cucina. Una volta che nel piazzale davanti al teatro ritornò la calma, i due ripresero il loro posto. L’uomo tremava sia di paura sia di rabbia, una rabbia che espresse a voce alta, prendendoci a testimoni: «Sporchi piccoli coglioni! Sporchi piccoli coglioni! Che li sbattano tutti in prigione con la loro rivoluzione!».

«Ahia…», pensai, vedendo Jean-Luc sbiancare.

«Sporco coglione sarà lei!», gridò. «Sporco vecchio coglione!».

L’uomo, indignato e furioso, si alzò. Cercò di capire da dove venisse l’insulto e, tremando tutto, gridò con una voce divenuta tremula: «Come osa? Io, signore, ho fatto la guerra del ’14 e quella del ’40, io!».

«Se lei è ancora vivo, è perché era un vigliacco imboscato, altrimenti sarebbe morto come migliaia di altri! Un codardo, ecco cosa è, lei, signore, un codardo!».

L’uomo si stava strozzando e, imprecando come un camionista, reclamava l’aiuto dei camerieri e del direttore. Era chiaramente un cliente abituale e subito tutti accorsero intorno a lui. Nel frattempo Rosier si era affrettato a chiedere il conto e a pagare. Noi avevamo capito che era giunto il momento di strappare Jean-Luc a quello stupido battibecco. Stavamo uscendo dal ristorante quando Jean-Luc si girò e ritornò verso la coppia.

«Mangi pure, vecchio stronzo, beva pure, non scoperà meglio la sua vecchia aragosta», disse indicando con il dito la sfortunata signora bionda.

Bambam tornò sui suoi passi e lo trascinò fuori.

«È indegno di te», disse. «Indegno!».

Rosier, invece, sembrava sul punto di esplodere. Io avevo le lacrime agli occhi davanti a questo odio che a volte risaliva da un lato molto oscuro di Jean-Luc, senza ragione, senza spiegazione. Avevo voglia di scappare, di andare a rifugiarmi in un posto qualsiasi, anche da mia madre, ma non potevo abbandonarlo senza occhiali, mentre le forze dell’ordine e i manifestanti continuavano a scontrarsi dappertutto nel Quartiere latino.

«Li riaccompagniamo a casa», disse Bambam. «Non possiamo lasciare questa responsabilità solo ad Anne».

«Senza di me», rispose Rosier, «ho sentito abbastanza per stasera. Cercate però di non traccheggiare troppo, non ho voglia, per giunta, di preoccuparmi per voi».

E girò i tacchi, senza una parola, senza un gesto di amicizia. Non ebbi il tempo di stupirmi ancora una volta del fatto che Bambam e Rosier, dopo molti anni di vita insieme, continuassero a darsi del voi, che Bambam, come un capo di guerra, ci indicò la direzione del Balzar.

«Gli scontri non sembrano essere là. Tentiamo…».

Camminava veloce, con sicurezza, dimenticando i suoi dolori di schiena e la sua abituale flemma. Jean-Luc seguiva, silenzioso, docile, forse rammaricandosi dell’aggressività espressa verso la coppia che cenava.

Incrociammo gruppi di manifestanti che ripiegavano momentaneamente verso il Luxembourg. Ci confermarono che alcuni tafferugli si erano svolti su boulevard Saint-Germain, principalmente all’altezza dell’incrocio dell’Odéon, e che erano stati violenti. In uno di questi gruppi c’era mio fratello Pierre. Ci vide per primo e venne verso di noi, sorpreso di trovarci lì e dello strano volto di Jean-Luc. Bambam, che lo conosceva, gli raccontò degli occhiali rotti e della necessità di scortarci fino a casa. Come si aspettava, Pierre si propose di farlo e Bambam poté andar via. Gli fui riconoscente di aver mantenuto il silenzio sullo spiacevole episodio del ristorante. Pierre amava e ammirava Jean-Luc e io non avevo voglia di rovinare la bella immagine che aveva di lui. In quel momento si intenerì.

«Senza gli occhiali somigli molto di più a Buster Keaton…».

«Se lo trovi divertente…».

Mentre sgattaiolavamo senza troppe difficoltà in direzione di rue Saint Jacques, Pierre raccontava la sua giornata. Aveva seguito tutto dalla parte dei manifestanti scattando foto con la Kodak automatica che portava appesa al collo. A mia volta, gli raccontai la sorpresa scoprendo sui giornali che il leader del movimento del 22 marzo era Dany, il mio amico anarchico di Nanterre.

«No! Il tipo che ti telefonava spesso a casa e a cui dovevo sempre rispondere che non c’eri?».

«Sì. Ti rendi conto?».

Pierre rideva di gusto.

«Sono fiero di mia sorella. Non solo sposa Jean-Luc Godard, ma è amica di un leader rivoluzionario, che non è neanche male!».

Una brutta sorpresa ci attendeva però a place Paul-Painlevé. Se c’erano così pochi manifestanti a rue des Écoles, intorno alla Sorbona e al Balzar, è perché la maggior parte delle forze dell’ordine, quelle in retroguardia, si tenevano pronte a boulevard Saint-Germain, all’incrocio di rue Saint-Jacques. Per rientrare a casa, bisognava passare in mezzo a loro.

Messo al corrente, Jean-Luc in un primo tempo rifiutò, indignato. Mio fratello gli spiegò che non c’era altra soluzione. «Prendilo come un gioco. Ci infiltriamo in mezzo al nemico come Buck Danny in mezzo ai giapponesi». Jean-Luc non colse l’allusione a uno dei nostri fumetti d’infanzia preferiti, ma l’idea del gioco gli piacque.

Pierre si avvicinò educatamente ai primi poliziotti e spiegò loro che volevamo riguadagnare al più presto il nostro domicilio perché, senza occhiali, suo cognato non vedeva più niente. I poliziotti, anche loro educatamente, ci chiesero i nostri documenti di identità. Mentre Pierre era in regola, Jean-Luc e io avevamo solo i nostri passaporti di cittadini svizzeri. Non avevamo fatto scrivere il nostro indirizzo, perché al momento del nostro matrimonio non avevamo alcuna idea di dove saremmo andati a vivere. Niente indicava che abitassimo veramente a Parigi, in Francia.

Fu necessario negoziare a lungo prima che si convincessero che avevamo detto la verità, che l’uomo esaurito e smarrito e la giovane donna che sembrava essere sua moglie fossero effettivamente la celebre coppia di cui Pierre vantava i meriti. Ad ogni modo i manifestanti erano lontani davanti a loro, verso l’incrocio con l’Odéon, si sentivano gli slogan scanditi nei megafoni: «Liberate i nostri compagni!», «Ce n’est qu’un début, continuons le combat» e «Crs, SS!». Passammo, mentre i poliziotti si trasmettevano l’ordine: «Lasciateli passare». Avanzammo in mezzo a loro, impressionati. I caschi, gli scudi e i manganelli li trasformavano in guerrieri in modo molto realistico, abbastanza inquietante e noi eravamo agitati, spaventati e smarriti senza sapere bene che fare. In misura diversa, eravamo tutti e tre umiliati dal dover sorridere, ringraziare, insomma mostrare deferenza. Tuttavia devo confessare che ero sollevata di non partecipare alle lotte di strada, di non esser più terrorizzata come lo ero stata nel pomeriggio, di rifugiarmi a casa.

Stavamo finalmente uscendo dalle loro file, quando un altro poliziotto ci chiese di mostrare i nostri documenti di identità. Per fortuna l’ordine che comunicava il via libera sopraggiunse e il poliziotto ci restituì i nostri passaporti svizzeri. «Andate domani all’ambasciata in modo da regolarizzare la vostra situazione. Non avrete un’altra volta la fortuna che avete avuto oggi». Aveva l’aria astiosa e appariva deluso di non poterci ammanettare. Eravamo appena usciti e liberi quando Jean-Luc mormorò: «Uh, che paura!». Si girò e fissò il poliziotto come per non dimenticare i suoi lineamenti, cosa che era chiaramente una spavalderia, visto che non poteva distinguerli, e mormorò rivolgendosi verso di lui: «Ci rivedremo!». Ma trascinato da me e Pierre, si lasciò condurre verso il nostro palazzo.

Una volta a casa, Pierre ci chiese i nostri passaporti, una penna e dell’inchiostro dello stesso colore di quello con cui erano scritti i nostri nomi e luoghi di nascita. «Inutile che perdiate il vostro tempo all’ambasciata. Li falsifico io e nessuno avrà nulla da ridire». Io ero fiduciosa, perché conoscevo il talento di mio fratello nel campo e Jean-Luc divertito, come ogni volta che si trattava di truffare qualcuno. Dopo quell’episodio, potemmo circolare tranquillamente a Parigi, in Svizzera e nel mondo intero.

Poi Pierre ci lasciò per raggiungere rue François-Gérard. «Ho promesso a mamma che sarei stato di ritorno prima che faccia buio», spiegò improvvisamente di cattivo umore e, come per salvare il suo onore di ragazzo che aveva appena compiuto 19 anni, aggiunse: «Ma le cose cambieranno!».

La giornata, in effetti, stava volgendo al termine. Nei giardini della chiesa Saint-Séverin gli uccelli festeggiavano l’arrivo della notte, indifferenti alle forze dell’ordine ammassate all’angolo. Jean-Luc si allungò su uno dei due divani, io sull’altro, la radio accesa, sintonizzata su Europe1, grazie alla quale avemmo più dettagli sullo svolgersi degli avvenimenti.

La manifestazione era iniziata in maniera ordinata con Dany Cohn-Bendit, Alain Geismar, segretario generale del SneSup, e Jacques Sauvageot, presidente dell’Unef 8, alla testa del corteo. Gli scontri cominciarono senza che si sapesse chi li avesse provocati. Gli studenti accusavano le forze dell’ordine che a loro volta accusavano gli studenti. Per la prima volta si sentì parlare di «elementi incontrollabili» che si sarebbero infiltrati nel corteo per seminare disordine. Alcuni studenti intervistati riferivano di «provocatori manipolati dalla polizia». Il giornalista raccontò che, davanti alle violenze della polizia, gli studenti fino a quel momento non politicizzati erano a loro volta scesi in strada. Noi capivamo il senso del nuovo slogan: «Ce n’est qu’un début, continuons le combat!». Marciavano ora tutti insieme. Parlando in maniera esaltata, il giornalista disse: «Che vittoria per loro, che sconfitta per il governo!».

Il cronista passò bruscamente il collegamento a uno dei suoi colleghi che si trovava a place Denfert-Rochereau, dove una folla di giovani si era radunata ed erigeva delle barricate come avevano fatto, a fine giornata, nel Quartiere latino. Accorse sul posto, le forze dell’ordine attaccarono immediatamente, ma gli studenti, ora meglio organizzati dietro le loro barricate, contrattaccavano lanciando sampietrini, pali stradali, spazzatura incendiata, tutto ciò che capitava loro tra le mani. Le loro urla, le intimidazioni della polizia, il fracasso dei sampietrini contro gli scudi, le esplosioni e le prime sirene delle ambulanze ci arrivavano come fossimo lì. Grazie a quel giornalista che commentava ciò che vedeva, correndo da una parte all’altra per proteggersi e al tempo stesso per restare al centro degli scontri, vivemmo in diretta quella prima vera notte di violenze a Parigi.

In uno dei rari momenti di tregua, un altro giornalista dallo studio di Europe1 annunciò che correva voce che il governo desiderasse aprire dei negoziati con i principali leader del movimento studentesco. Ridiede la linea al suo collega che si trovava a place Denfert-Rochereau e che era riuscito a intervistare brevemente Dany. Quest’ultimo non si espresse sulla validità o meno di questa voce, ma affermò che non potevano esserci negoziati se prima non fossero stati liberati i compagni imprigionati e non fossero state completamente ritirate le forze dell’ordine dal Quartiere latino e, ovviamente, dalla Sorbona.

Era strano sentire il Dany dell’anno prima esprimersi come un leader, con la stessa voce, la stessa foga e la stessa convinzione ed essere istantaneamente d’accordo con ciò che diceva, sebbene io avessi deciso di girare le spalle al mondo universitario. Immaginavo Dominique e Jean-Pierre vicino a lui. Come avevo potuto lasciarmi sfuggire completamente quei tre?

La notte era scesa da molto tempo e l’appartamento restava nell’oscurità, quando Jean-Luc propose di salire per andare a dormire. Senza accendere nessuna lampada, senza andare in bagno. Una volta spenta la radio, restammo distesi sul letto uno accanto all’altra, aspettando il sonno che non arrivava. Io immaginavo Jean-Luc agitato da mille pensieri e lo ero anch’io, ma nessuno dei due li esprimeva, come se dopo una simile giornata non potessimo che tacere.

* * *

[…] Il filosofo Gilles Deleuze era da molto tempo il migliore amico di Bambam. Viveva e insegnava a Lione e faceva frequentemente avanti e indietro con Parigi. Così, quel giorno, quel venerdì 10 maggio, doveva riprendere il treno alle undici di sera, dopo una cena a cui Jean-Luc e io eravamo stati invitati.

L’avevamo già incontrato qualche volta, sempre da Rosier e Bambam. Jean-Luc e lui avevano un rapporto strano. Si sarebbe detto che si osservavano come due gatti diffidenti, mentre sapevamo che si ammiravano e che ciascuno dei due parlava bene dell’altro. Ma una volta insieme, il dialogo tra loro risultava difficile. A me, Jean-Luc giustificava le proprie riserve nei confronti di Deleuze rimproverandogli il suo lato apertamente dandy. Aveva la particolarità di tenere le unghie molto lunghe e non mancava mai di ricordare, a chi se ne stupiva, che lo faceva anche Puškin, e che dunque in questa sua scelta si poteva vedere una sorta di omaggio. Jean-Luc non comprendeva il rapporto fra il poeta russo, che noi amavamo tanto, e ciò che paragonava ad «artigli ripugnanti». Ma quella sera si rallegravano entrambi dell’inizio, a Parigi, delle trattative di pace tra gli americani e i vietnamiti, nonché degli avvenimenti della giornata e di ciò che sembrava annunciarsi per la notte.

Un po’ prima, mio fratello Pierre mi aveva chiamato a rue Saint-Jacques. Era molto eccitato dalla prima manifestazione dei liceali, a cui aveva partecipato, come dalle centinaia di altre. Secondo la parola d’ordine, tutti i liceali in sciopero dovevano partire dai loro rispettivi istituti e convergere a place Denfert-Rochereau, punto di raduno della loro manifestazione. Jean-Luc aveva preso la cornetta per seguire il racconto di Pierre. «Chiedigli se erano inquadrati da un servizio d’ordine di studenti, da politici». «No, no, no. Eravamo tra noi, autonomi, anche con ragazzi di dieci, dodici anni», aveva risposto. Poi, pieno di speranza: «Se riusciamo, faremo sopprimere l’esame di maturità!». Pierre avrebbe sostenuto la sua maturità dopo un mese e mezzo. Era seguito un lungo sbadiglio: «Queste ore di marcia a Parigi mi hanno distrutto. Mi metto a vedere Metropolis in televisione e, se succede qualcosa stasera, uscirò di nuovo». Pierre aveva citato il film di Fritz Lang perché sapeva quanto Jean-Luc l’ammirasse e voleva mostrargli la sua buona volontà di aspirante cinefilo. Se avesse saputo quanto in quel momento Jean-Luc se ne fregasse…

Verso le otto, appena arrivati a rue de Tournon con Rosier, Bambam e Deleuze, avevamo acceso la radio e sintonizzato su Europe1. Dany lanciava un appello: «Poiché la polizia occupa la Sorbona, occupiamo il Quartiere latino!». Ciò significava che migliaia di persone si sarebbero riversate dappertutto. Come avrebbero reagito le forze dell’ordine? Cosa sarebbe accaduto in seguito?

La cena preparata da Rosier fu consumata rapidamente. Deleuze si lamentava di non poter raggiungere la stazione di Lione e che avrebbe perso il suo treno. Partirono tutti e tre prima del previsto. Jean-Luc e io restammo soli nell’appartamento a chiederci cosa dovevamo fare, chi raggiungere. Jean-Luc tentò invano di chiamare Jean-Jock, detto Charles, e altre persone di cui ignoravo l’esistenza. Io, invece, chiamai mio fratello. Fu mia madre a rispondere: avevano entrambi ascoltato l’appello di Dany e Pierre si era diretto subito dopo verso il Quartiere latino, disse. In realtà, nostra madre mentiva. Pierre si era addormentato prima dell’inizio di Metropolis, lei si era guardata bene dal chiamarlo e svegliarlo, pensando così di proteggerlo da quella che si annunciava come una nuova notte di scontri.

Una nuova notte di scontri? Non sembrava. Quando lasciammo l’appartamento di rue de Tournon, era ancora giorno, un’atmosfera di festa regnava a Parigi. Rispondendo all’appello di Dany, una folla di persone aveva invaso il Quartiere latino. Studenti universitari e liceali, ovviamente, ma anche simpatizzanti di tutti i tipi e molti curiosi. Alcuni erano venuti con la famiglia. Si vagava per boulevard Saint-Germain e boulevard Saint-Michel, rendendo impossibile la circolazione delle auto. Era bel tempo, i tavolini all’aperto dei caffè erano presi d’assalto ed erano comparsi venditori ambulanti di gelato.

Jean-Luc e io seguivamo il movimento della folla serena e gioiosa, conquistati a nostra volta da quell’allegria e da quell’atmosfera accogliente e distesa. Avremmo potuto quasi dimenticare i conflitti in corso e le forze di polizia, per altro completamente assenti.

Ogni tanto ci capitava di incontrare amici che lavoravano nel cinema e ci attardavamo un momento per scambiare le nostre impressioni, per chiacchierare. Jean-Luc era diventato più amabile, più disponibile: questa folla così variegata lo divertiva.

Gli presentai due amiche di Sainte-Marie che non avevo più rivisto dalla fine del nostro ultimo anno scolastico. Come al solito, Jean-Luc le interrogò sui loro progetti per il futuro e sui loro genitori. Una stava per sposarsi e si immaginava madre di molti bambini, l’altra non sapeva, era indecisa tra vaghi studi in lettere o una scuola di giornalismo. Per quanto riguarda i loro genitori, erano decisamente a destra. Alla sua domanda: «Ma allora che ci fate in mezzo a studenti e liceali di sinistra?», loro risposero: «Niente, siamo venute a vedere, tutto qui».

Verso le undici, l’atmosfera iniziò a cambiare. I gruppi di curiosi se ne andarono così come erano venuti, spontaneamente, senza mettersi d’accordo. Le grate dei caffè si abbassarono, i venditori ambulanti di gelato scomparvero. Ritrovammo a poco a poco l’atmosfera tesa di quegli ultimi giorni e la presenza di numerosi giornalisti a piedi o in moto ce lo confermò. Qualcosa di minaccioso si preparava, era evidente, inevitabile. Presa dal panico, volevo riguadagnare l’appartamento di rue Saint Jacques, ma Jean-Luc si oppose fermamente.

Verso mezzanotte, a rue Soufflot e a rue Gay-Lussac, bande di ragazzi cominciarono a divellere il selciato e a montare barricate qui e lì a una velocità folle. I giovani erano molto numerosi e sembravano determinati a organizzarsi per la lotta. Molti avevano il viso coperto da una sciarpa. A place Edmond-Rosand altri ragazzi disselciavano le strade. Formarono molto rapidamente una catena per rifornire le barricate. I sampietrini passavano di mano in mano a un ritmo molto sostenuto, in un silenzio impressionante. Veniva lanciato solo qualche breve ordine, al quale tutti obbedivano. Nessuna contestazione, una disciplina quasi militare. I simpatizzanti come noi esitavano a unirsi a loro.

Qualcuno chiamò Jean-Luc. Era Jean-Pierre Léaud, dall’aria un po’ scombussolata, che si trovava in compagnia di Chris Marker e della piccola squadra tecnica di cine-tracts che rendevano conto giorno per giorno degli avvenimenti dall’inizio del mese di maggio 9. Jean-Luc, che ne ammirava il lavoro, intendeva associarsi a loro e lo avrebbe fatto, d’altronde, un po’ più tardi. Chris Marker e lui si scambiarono una fraterna stretta di mano. Si stavano domandando cosa convenisse riprendere con urgenza, quando gli studenti ci chiesero di unirci alla catena o di rientrare rapidamente a casa: le forze dell’ordine non avrebbero tardato a dare l’assalto e la situazione diventava ogni minuto più pericolosa.

Le forze di polizia?

Erano lì, ammassate dietro le ringhiere del giardino di Luxembourg. Non si muovevano, tacevano, ci stavano sorvegliando. Da quanto tempo? Non li avevamo sentiti raggrupparsi. Solo i loro caschi e i loro scudi che luccicavano nella notte segnalavano la loro presenza. Era impressionante, io sarei voluta fuggire correndo finché eravamo ancora in tempo, ma Jean-Luc faceva già parte della catena e io lo raggiunsi, seguita da Jean-Pierre.

I sampietrini continuavano a passare di mano in mano. Jean-Luc e io facevamo del nostro meglio per seguire quel ritmo infernale. In realtà, quel meccanismo ben rodato smise presto di funzionare: Jean-Pierre, fra un sampietrino e l’altro, si asciugava le mani con un fazzoletto che teneva stretto fra i denti. Lo cacciarono dandogli del sabotatore. A tratti, alcuni lasciavano la catena per riposarsi un minuto, subito rimpiazzati da uno dei numerosi simpatizzanti o curiosi che si trovavano ancora a place Edmond-Rosant. Scorsi Valérie Lagrange e lasciai a mia volta la catena.

Valérie era una giovane donna molto bella, attrice, cantante, che avevo incontrato in occasione di Week End. Non avevamo avuto il tempo di fare veramente conoscenza, ma mi era piaciuta molto. Era terrorizzata quanto me da ciò che si preparava.

Un fotografo del gruppo di Chris Marker ci scattò una foto. Mi si vede di profilo, con la splendida giacca a vento grigia disegnata da Rosier che all’epoca portavo tutti i giorni. Valérie, di faccia, ha una camicia rumena ricamata alla moda hippy. Fumiamo entrambe una sigaretta. Intorno a noi sagome sfocate si agitano nella notte. Sui nostri volti la stessa tensione, l’identica attesa dell’inevitabile. Questa foto, ce l’ho ancora. È stata scattata qualche secondo prima dell’attacco delle forze di polizia.

Un attacco che fu massiccio. Le porte del giardino di Luxembourg si aprirono di colpo, lasciando uscire centinaia di poliziotti con il manganello alzato. Quelli tra noi che si trovavano più vicino caddero per primi sotto i loro colpi. Gli studenti avevano immediatamente abbandonato la catena per raggiungere i loro compagni dietro la prima barricata di rue Soufflot. Jean-Luc mi aveva preso per mano e mi trascinava a caso verso boulevard Saint-Michel. Eravamo una trentina a fuggire, nel panico, terrorizzati. Jean-Pierre Léaud, dietro di noi, non smetteva di chiamare aiuto, chiedendo agli abitanti del quartiere di dargli rifugio. A rue Racine, bussò invano contro la porta chiusa di un albergo, gridando: «Prendo una camera per la notte… per una settimana… per un mese!». A rue de Tournon, un gran numero di poliziotti continuava a infierire sui corpi già a terra per poi trascinarli di forza nei furgoni. In molti appartamenti le luci si erano accese e la gente, dalle finestre, insultava i poliziotti. Le loro urla e le loro grida si perdevano in un mostruoso putiferio. Si sentivano le sirene delle ambulanze che cercavano di arrivare, le esplosioni e il fracasso dei sampietrini contro gli scudi. Jean-Luc e io correvamo sempre più a casaccio, senza preoccuparci di Jean-Pierre e Valérie che avevamo perduto all’altezza del Teatro de l’Odéon. Salvare la nostra pelle, solo questo contava.

Scendendo a tutta velocità i gradini delle scale di rue Antoine-Dubois, Jean-Luc scivolò, cadde e ruppe di nuovo gli occhiali. Restò qualche secondo a terra, stordito dalla caduta, mentre io lo supplicavo, con le lacrime agli occhi, di rialzarsi e di scappare. Finì per riacquistare lucidità e mi seguì aggrappandosi al mio braccio sinistro. Non vedeva di nuovo più nulla, si era fatto male a una gamba e zoppicava. Io piangevo di paura, di rabbia, di impotenza.

Gli scontri sembravano svolgersi ancora principalmente più su, vicino al Panthéon. Prendemmo rue Saint-André-des-Arts. Attraversando boulevard Saint-Michel vidi un gran numero di poliziotti indietreggiare all’altezza di rue des Écoles sotto i molteplici attacchi dei manifestanti ora armati di bottiglie molotov. La loro violenza aveva decuplicato quella degli studenti, li galvanizzava.

Una brezza leggera sospingeva verso di noi il fumo del gas lacrimogeno che usciva dalle file disperse delle forze dell’ordine. Con gli occhi e le narici in fiamme, prendemmo la piccola rue de la Huchette. Arrivammo infine ai piedi del nostro palazzo, giusto in tempo per scappare alle numerose forze di polizia che avanzavano di rinforzo ai lati della Senna.*

(traduzione di Sabina Tortorella)

1 Scrittore e filosofo, impegnato al fianco di Che Guevara negli anni Sessanta. Tutte le note sono della traduttrice.

2 La Cinémathèque française è stata fondata da Henri Langlois, Georges Franju, Jean Mitrye, Paul Auguste Harlé nel 1936 e per molto tempo ha avuto come sede Palais de Chaillot a Parigi. È uno dei più importanti archivi cinematografici del mondo. Henri Langlois fu rimosso nel febbraio 1968 dalla direzione della Cinémathèque per volontà del ministro della Cultura André Malraux. L’episodio generò la protesta di molti registi e intellettuali francesi (fra i quali Truffaut, Rohmer e Rivette) e internazionali, ed è considerato come uno degli eventi che anticipò il Maggio francese.

3 Bambam e Rosier erano una coppia di amici di Godard e Wiazemsky. Si conobbero nell’estate del 1967 attraverso un amico comune, Michel Cournot. Michèle Rosier era una stilista molto affermata all’epoca, mentre Jean-Pierre Bamberger (detto Bambam) era direttore di una fabbrica tessile nel Nord della Francia. Nel 1968 abitavano a 20, rue de Tournon e gli incontri con Godard e Wiazemsky erano all’epoca molto frequenti, in particolare presso la brasserie Balzar, a metà strada fra gli appartamenti di entrambi, dove avevano l’abitudine di cenare, come racconta la stessa Wiazemsky nel libro.

4 Daniel Cohn-Bendit, uno dei leader della protesta.

5 A rue Tournon abitavano Rosier e Bambam.

6 Si tratta, oltre alla coppia di cui ha appena parlato, di Godard, Rosier, Bambam e della stessa Wiazemsky.

7 Il primo, che veniva scandito in francese anche in Italia, significa «Non è che l’inizio, la lotta continua». Il secondo giocava sull’assonanza tra l’acronimo della Compagnie républicaine de sécurité, una sezione della polizia francese, e le SS naziste.

8 L’Unef era l’Unione nazionale degli studenti di Francia e SneSup il sindacato nazionale dell’insegnamento superiore, entrambi protagonisti del Maggio francese.

9 Chris Marker è stato un regista, sceneggiatore, montatore, fotografo, autore di moltissime opere cinematografiche, fra le quali La jetée e Sans soleil. I cine-tracts sono cortometraggi di foto e immagini realizzati collettivamente, spesso in maniera anonima, da diversi registi tra cui Marker e Godard, all’epoca del Maggio francese e sugli avvenimenti di quel periodo.

* Quelli qui tradotti sono alcuni brani tratti da A. Wiazemsky, Un an après, © Editions Gallimard, Paris 2015.

Questo aricolo è stato pubblicato su MicroMega il 13 settembre 2022

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