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Il Pd si è piegato al padrinato di De Luca

A pensarci bene, bisogna riconoscere che Vincenzo De Luca è stato molto generoso con il partito che più disprezza, cioè Il Pd, il suo partito. Poteva chiedere di candidare molti altri dei suoi accoliti, senza che da Roma fossero in grado di dirgli no. Si è accontentato del figlio, del vicepresidente della sua giunta, del consigliere regionale a lui più caro, di alcune delle donne più fedeli, si è limitato a decidere per la totalità dei candidati in provincia di Salerno e Avellino, trascurando i collegi delle altre province dove la sconfitta è strasicura, e pretendendo solo che fossero esclusi i campani del Pd a lui ostili. Poteva candidare il suo segretario particolare Nello Mastursi per ricompensarlo di due anni di emarginazione a seguito di una condanna per tentativo di corruzione (si è limitato solo a riassumerlo nonostante la condanna), poteva candidare alcuni dei suoi collaboratori implicati in vari reati, poteva candidare il re delle clientele, Franco Alfieri, o qualche altro consigliere comunale o regionale coinvolti nello scandalo delle cooperative sociali che monopolizzano da anni gli appalti del comune di Salerno, qualche ex fascista, qualche amico di Nicola Cosentino, o qualcuno proveniente da Forza Italia che non ha trovato spazio nella lista del Cavaliere. Sono tutte cose che già si sono verificate nelle tre volte in cui è stato candidato alla Regione Campania. D’altra parte, De Luca ritiene stupidi gli onesti, inetti i coerenti, incapaci i politici che non hanno dimestichezza con le aule dei tribunali.

Come mai De Luca è stato così generoso nel limitarsi a decidere solo metà delle candidature del Pd in Campania, lasciando il resto al partito nazionale e qualche cosina al partito napoletano? E come mai il Pd nazionale gli ha concesso tutto ciò? La risposta è semplice: si sta consolidando in Campania un nuovo modello di rapporti tra il livello di decisione nazionale e quello locale, non più e non tanto il “partito personale” ma il “partito a mezzadria”. Siamo, cioè, di fronte a una cessione di podestà del potere centrale a forme di padrinato locale. Un ritorno alle modalità di fine Ottocento basate sul notabilato, sul familismo, sul trasformismo. Era questa la triade che ispirava il funzionamento della politica di allora in assenza di forti idealità e di una organizzazione in grado di sottomettere le aspirazioni personali e familiari a interessi collettivi. E proprio dall’esigenza di superare il padrinato politico nacquero prima il partito socialista, il partito cattolico e poi quello comunista.

Perché mai in Campania siamo arrivati a questa spartizione mezzadrile? Ma è evidente: la richiesta insistente per il figlio capolista (nella circoscrizione un tempo guidata da Giorgio Amendola) era così fuori misura, così oltre il limite di decenza in un partito meritocratico, che doveva (il padre) necessariamente concedere cose che altrimenti non avrebbe concesso. E poi c’è la richiesta del terzo mandato da presidente della regione Campania, e De Luca preferirebbe su questa sua aspirazione non avere contro il gruppo dirigente nazionale.

E perché mai il Pd nazionale ha accettato una richiesta così irragionevole per il figlio e si accinge a dare via libera al padre sul terzo mandato? È ovvio, perché voleva candidare in Campania alcuni dei politici nazionali che più erano stati al centro di scontri durissimi con il presidente della regione, che più erano stati da lui irrisi, sfottuti, oltraggiati e che più rappresentano modelli radicalmente alternativi alle politiche seguite in questi anni dal satrapo salernitano. Non mi riferisco a Luigi Di Maio, che veniva da un partito per anni avversario, ma a Roberto Speranza e a Dario Franceschini, due ministri che nell’immaginario della sinistra italiana rappresentano un modello dignitoso di sanità pubblica e di politiche culturali.

Durante la pandemia le difficili scelte di Speranza sono state contestate volgarmente più dalla Campania che da tutti gli altri presidenti di regione del centro-destra. Il modello sanitario perseguito da De Luca, prima e durante i lunghi mesi del Covid, è nettamente alternativo a quello propugnato dal ministro della sanità. Un modello basato sulla negazione dei limiti evidenti delle prestazioni sanitarie, sull’occultamento della realtà, su operazioni avventurose come l’acquisto del vaccino “sputnik” e dei contatti con ambienti affaristici russi, con un rapporto perverso tra sanità pubblica e privata per i tamponi, con un controllo clientelare di nomine, assunzioni e promozioni. Com’è possibile che il ministro Speranza continui a non parlare di queste differenze? Ci si può candidare nella regione che più è lontana dalla propria idea di sanità come se nulla fosse? Dire di non amare le polemiche (come continua ad affermare Speranza a chi gli pone queste domande) vuol dire esporsi al sospetto che per candidarsi in Campania doveva avere il lasciapassare di De Luca e se avesse replicato avrebbe compromesso tale obiettivo. Ci sono momenti in cui il tacere non è un gesto di signorilità o di superiorità nei confronti di chi contesta volgarmente, ma solo la dimostrazione di impotenza e di sospetto opportunismo.

Anche nel campo delle politiche culturali non c’è modello più in contrasto tra quello di Franceschini e quello che De Luca ha messo in piedi con la famigerata SCABEC, la società campana che ha sprecato decine e decine di milioni di euro in politiche di provinciale grandeur, di assunzioni clientelari, tra sagre e feste paesane fatte passare per prestigiosi appuntamenti culturali. E che dire del vero e proprio ricatto dei mancati finanziamenti verso uno dei più importanti teatri lirici del mondo, il nostro S. Carlo, e verso uno dei più apprezzati direttori artistici reo di non obbedire alle sue pretese di comandare anche su questa istituzione. Inutile parlare della tutela paesaggistica, che il governo della Campania offende con ogni suo atto. Possibile che il ministro possa candidarsi nella regione che più contrasta il suo modello di politiche pubbliche nel campo culturale e paesaggistico e possa fare campagna elettorale insieme con il suo più agguerrito contestatore? Non è questa omertà di partito?

In fin dei conti, la spiegazione a tutte le mie domande è più semplice e banale: il Pd nazionale e De Luca si somigliano, al di là delle ingiurie e dei silenzi reciproci.

Questo articolo è stato pubblicato su Repubblica Napoli l’8 settembre 2022

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