Skip to content

Ricordare gli errori commessi dall’Occidente non significa riabilitare Putin

Premessa

«La lista degli errori dell’Occidente non può essere un argomento sufficiente per persuaderli [gli Ucraini, NdA] alla resa». Così si legge nella lettera che Enrico Letta ha scritto, ormai parecchie settimane fa, a Michele Santoro [1]. Si tratta di un’affermazione che mi pare riassuma molto bene – e per questo la riporto – quanto spesso si ribatte al tentativo di contestualizzare nel tempo e nello spazio la guerra in Ucraina. C’è almeno un altro leitmotiv del dibattito sul conflitto in corso: esso ha come protagoniste le accuse, rivolte a chi tenta di inserire nella discussione la considerazione delle azioni occidentali, di filoputinismo o antiamericanismo/antiatlantismo.

Ma è davvero in queste definizioni che si possono rintracciare le ragioni che muovono le “liste degli errori dell’Occidente” o tali accuse sono, invece, qualcosa che trova senso e spazio piuttosto nella visione delle cose di chi le muove e nell’interpretazione che, sulla base di essa, chi le muove dà alle parole “avversarie”?

Se non si dà una risposta a questo quesito – io credo –, si continuerà a perseverare in un finto dialogo che, se annusato da vicino, ha molto più l’odore di un battibecco fatto allo specchio. Non si tratta di qualcosa di poco conto, visto che il dibattito pubblico appare dominato da questo genere di alterchi.

Proverò a esporre brevemente, in ordine sparso e non di importanza, alcune delle motivazioni per le quali, secondo il mio punto di vista, è utile o necessario o sostanziale o indispensabile menzionare gli errori (ma, più in generale, le azioni) dell’Occidente. Si tratta di motivazioni che separerò solo per ragioni di chiarezza espositiva ma che spesso in realtà sono legate e finiscono l’una nell’altra.

Quanto dirò non implica che si debba avere una visione condivisa circa quali siano tali errori o azioni, né che si debba avere un’analoga posizione rispetto alla guerra in corso e al da farsi. Il mio vuole essere primariamente un discorso di “igiene del dibattito”, per così dire.

Alcune ragioni per includere nel discorso sulla guerra in Ucraina la considerazione delle azioni dell’Occidente

Il primo punto ha a che fare in un certo senso con il come noi consideriamo gli Stati e ciò che accade fra gli Stati. Che genere di cose sono queste o, piuttosto, come dovremmo vederle? La diatriba tra “interventisti” e “pacifisti” mi sembra spesso avere a monte un diverso modo di pensare questi “oggetti” e di delimitare il pezzo di mondo su cui si pone lo sguardo.

Nell’osservare la realtà, si può dire che facciamo qualcosa che si può immaginare come un’operazione di distinzione di una figura da uno sfondo (per usare, forzandola, una locuzione di batesoniana ispirazione): detta molto grezzamente, qualcosa ci “appare” come l’oggetto della nostra osservazione e intorno poniamo il confine che lo separa da ciò che vediamo come “il resto”. La delimitazione dell’oggetto di osservazione e poi le sue descrizioni sono arbitrarie: dipendono dall’osservatore e dalle sue premesse, più che da come in effetti la “realtà” è [2].

Torniamo alla guerra in Ucraina. Se seguiamo il tipo di ragionamento che ho proposto (che non deve essere confuso con un relativismo estremo in cui “tutto va bene”, cioè ogni punto di vista o descrizione è ugualmente accettabile), possiamo dire che ci sono molti modi possibili di segmentare e descrivere le cose. Ad esempio, si può porre l’osservazione su un “oggetto” (la Russia) o su un fenomeno (l’aggressione russa) ben delimitati e, magari, su come sembra che l’oggetto agisca, o il fenomeno si esplichi, in questo momento, nel suo “sfondo” o rispetto ad altri oggetti o fenomeni. Un altro modo considera come oggetto di osservazione il sistema fatto dagli Stati che interagiscono e che hanno una storia di interazioni.

Mi pare di poter ravvisare il primo tipo di punto di vista nel modo più diffuso (almeno sui media) di vedere quanto accade. Esso pone l’osservazione su ciò che fa la Russia, o più spesso Putin, in questo momento: la guerra è letta come determinata dalla traduzione in azione della volontà di un individuo, o della sua “cattiveria” o “pazzia” (viste peraltro come tutte interne a lui), ed è astratta (o comunque considerata astraibile) dal suo substrato storico e culturale. La contestualizzazione, nello spazio e nel tempo delle interazioni e relazioni reciproche (che includono anche quanto si trova nell’intreccio degli interessi economici, politici, territoriali, di potere, di immagine) tra le parti del pianeta, diventa non necessaria o superflua e, comunque, procrastinabile.

C’è, poi, un altro possibile modo di vedere – dicevo: i Paesi sono concepiti come parti di un più ampio sistema, con gli altri elementi del quale sono in interazione ora e con cui hanno una storia di interazioni e relazioni. Una storia che permane nel presente sotto forma di “effetti” di vario genere: vedo questi effetti, ad esempio, in ciò che di essa resta parte della memoria collettiva di quello Stato, delle “regole” che governano le sue relazioni con altri Stati, del sistema di convinzioni circa se stessi e gli altri popoli, circa i reciproci ruoli, circa cosa aspettarsi gli uni dagli altri o cosa temere o cosa poter ottenere. Questo modo di vedere – io credo – reintroduce la necessità (o, meglio, non ne può prescindere) di considerare gli accadimenti nel loro contesto e di utilizzare una prospettiva “relazionale”, in cui ciò che fa ciascun attore (Putin incluso) non è determinato a priori, ma è influenzato da ciò che hanno fatto (o dall’idea di ciò che hanno fatto), da ciò che fanno e da ciò che si ipotizza faranno gli altri. La mia visione delle cose è vicina a questo modo.

Veniamo al secondo punto: introdurre nel discorso sulla guerra in corso gli errori (e, più in generale, le azioni, passate e presenti) dell’Occidente aiuta, a mio parere, a uscire da un pensiero tutto costruito intorno a una rigida categorizzazione per opposti. Non è una novità, per l’uomo, dividere il mondo in classi nettamente distinte e posizionate agli estremi di certe caratteristiche o costrutti: belli e brutti, buoni e cattivi, assennati e folli, sani e malati. Questo è, presumibilmente, un modo per rendere la realtà più comprensibile e meno caotica, per poterla gestire (o avere l’illusione di farlo) più facilmente.

Quella prevalente sul conflitto in corso è una narrazione fondata su questa netta divisione, che vede il bene tutto da una parte e il male tutto dall’altra, variamente declinati a seconda dei casi: noi siamo i buoni, Putin il cattivo; i nostri Governi sono la ragione, Putin la pazzia; qui c’è la verità, lì la propaganda. Questa narrazione, così costruita, presenta vari risvolti a mio avviso estremamente critici, che vanno oltre quello, evidente, della semplificazione estrema: infatti, essa non solo contribuisce ad astrarre il conflitto dai suoi motivi e da una sua contestualizzazione nel tempo e nello spazio (si veda il punto precedente), ma anche lo rende (lo “costruisce” e lo “propone” al pensiero e alla discussione come) inevitabile, così come rende inevitabile la soluzione “interventista” (prestandosi dunque a essere funzionale alla sua legittimazione), fondata sulla guerra ed eventualmente anche su un suo allargamento – nelle vesti che ha già ora o in quelle, anche più drammatiche, che potrebbe indossare in futuro. In altre parole, se Putin è un folle o un terribile e malvagio avido che vuole espandersi fino a chissà dove anche qui da “noi”, con lui è impossibile trattare. Con un “animale” (per riprendere un’immagine usata dal nostro Ministro degli Esteri Luigi Di Maio [3]) o un “macellaio” (come ebbe a dire Joe Biden [4]) non si può parlare: non è possibile farlo perché è la stessa sua natura che lo impedisce. E perché è così a prescindere: il che alleggerisce non poco i nostri Governi, al cospetto delle opinioni pubbliche, delle responsabilità rispetto a eventuali scelte che dovessero giocare un ruolo in un evolvere anche peggiore, se non catastrofico, della situazione. Si badi bene: il punto, se pure volessimo usare categorie (a mio parere improprie, per molti motivi) come “cattiveria” o “follia”, non è quanto Putin sia “cattivo” o “folle”; il punto è quale significato diamo a quelle che definiamo “cattiveria” o “follia”, come le leggiamo rispetto alla situazione in corso, che implicazioni e conseguenze traiamo da queste definizioni, cosa “ce ne facciamo” di esse e come agiamo noi in base a come noi comprendiamo e leggiamo le cose.

C’è un altro aspetto: categorizzare la realtà per opposti conduce a, e implica, un’idea di “Occidente ottimo”. Essa, tra le altre cose, ci sottrae la possibilità, e ci sottrae alla responsabilità, di ragionare su come si è costruita l’immagine dell’Occidente agli occhi di coloro che in Occidente non sono. Non una cosa da poco, neppure dal punto di vista strettamente pragmatico, visto che una grande fetta di mondo non è schierata con “noi” in questo conflitto. Un’altra ragione per trovare “antidoti” al pensiero per opposti.

Arrivo ora al terzo punto che voglio qui affrontare. Quanto ho poc’anzi sostenuto ha molto a che fare con la retorica della “guerra giusta” combattuta “per i nostri valori”. I valori occidentali. Una retorica che sostiene ed è al contempo sostenuta, anche, dalla categorizzazione della realtà per estremi opposti di cui sopra.

Cosa c’entra questo con il tema qui in discussione? Interrogarsi su ciò che l’Occidente fa o ha fatto nei vari “altrove” rispetto all’Ucraina attuale (la “lista degli errori dell’Occidente” da cui siamo partiti) significa poter scoprire che questi valori sono o sono stati ignorati o non rispettati o violati o usati in altri casi. Questo interrogarsi e le eventuali risposte a questo quesito implicano non certo una riabilitazione di Putin (detta grezzamente, Putin può essere “cattivo” pure se lo siamo in qualsiasi misura anche noi), bensì tutta una serie di conseguenze, tra cui l’avvicinarci a comprendere l’idea che altre parti del mondo hanno di noi. Ma qui voglio soffermarmi su altro. Mettere in luce somiglianze e differenze tra i nostri comportamenti nelle varie realtà può essere uno strumento per poter porre in stato di verifica la motivazione principale, portata alle opinioni pubbliche, del sostegno, in particolare militare, all’Ucraina: “è una guerra giusta”, “lottano/li aiutiamo per i nostri valori”. Non è un’inezia parlare, ora e in questa prospettiva, dei valori (o, meglio, del nostro rapporto con i nostri valori), e non è cosa procrastinabile, visto quanto bene si prestano a essere eventualmente usati come leva morale-emotiva per giustificare la cobelligeranza (o qualunque altra cosa essa sia) e guidare l’opinione pubblica a sostenerla.

Esaurire il discorso nella retorica della “guerra giusta”, inoltre, oltre a configurarsi come un errore (visto che essa vive nello spazio di un’auto-attribuzione di superiorità morale totalmente cieca di fronte all’inevitabile relatività del giudizio morale, che non può che essere condizionato dalla cultura di appartenenza, fatta anche dei valori suoi propri), va anche contro – io credo – il nostro diritto di conoscere le (presumibilmente varie) motivazioni che muovono le nostre azioni in questo conflitto. Di più: ad essere in gioco non è solo il diritto di conoscerle. Noi abbiamo anche il dovere di conoscerle, per poter prendere posizione consapevole rispetto ai comportamenti assunti dai nostri Paesi: essi, influendo su come e quanto questa guerra proseguirà, presuppongono una responsabilità enorme verso noi e verso altri (penso, ad esempio, a quelle popolazioni africane di cui assurdamente non sentiamo mai la voce e che però sono “vittime collaterali di questa guerra”, per riprendere le parole di Macky Sall, Presidente dell’Unione africana e del Senegal [5]).

Abbiamo posto il confine del nostro senso di responsabilità intorno all’Ucraina e a ciò che sentiamo “nostro”: che sia lo Stato in cui viviamo o l’Europa o ciò che intendiamo con “Occidente” o il qualsiasi qui e ora che abitiamo, di cui ci sentiamo parte o che percepiamo come a noi affine. Dovremmo chiederci – credo – quanto questo sia accettabile e quanto collimi con i valori di cui ci esibiamo portatori.

Conclusioni

Tutto ciò che ho detto è, dal mio punto di vista, funzionale alla comprensione di quanto accade. Comprendere quanto accade non è un puro esercizio intellettuale evitabile o rimandabile, né è – non dovrebbe esserci bisogno di sottolinearlo – un modo per riabilitare o giustificare Putin: è, invece, la base da cui partire al fine di orientarsi in una situazione così drammatica e urgente come quella della guerra in Ucraina e di pensare a soluzioni utili per essa e per la costruzione di un mondo diverso da quello, non troppo affascinante, che si profila sotto i nostri occhi. E’ la base, anche, per un pensiero “strategico”, che è qualcosa di diverso rispetto all’opinione e al giudizio emotivo sulla guerra.

Comprendere ciò che accade rende non falsa, bensì totalmente insufficiente, l’asserzione “c’è un aggressore e c’è un aggredito”.

Note:

[1] https://www.huffingtonpost.it/politica/2022/04/01/news/lettera_letta_a_santoro_su_ucraina-9084550/

[2] Le epistemologie sistemica e della complessità, alle quali mi rifaccio, hanno portato alla caduta del “mito” dell’oggettività della conoscenza e alla reintegrazione dell’osservatore nelle proprie descrizioni.

[3] https://www.fanpage.it/spettacolo/programmi-tv/luigi-di-maio-a-dimartedi-tra-putin-e-qualsiasi-animale-ce-un-abisso-quello-atroce-e-lui/

[4] https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/03/26/biden-putin-e-un-macellaio_fc912d4c-4f36-49f4-a58f-2cf18125926d.html

[5] https://left.it/2022/06/09/guerra-infame/?inf_contact_key=e17445286e55497dd1a47a142ab168a87e470d92b8b75168d98a0b8cac0e9c09

About Post Author

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.