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Cosa aspettarsi dalla visita di Joe Biden in Medio Oriente

L’ultima volta che Joe Biden era stato in visita ufficiale in Medio Oriente era il marzo 2016. Lui era il vicepresidente degli Stati Uniti. Alla Casa Bianca c’era Barack Obama. Otto mesi dopo Donald Trump avrebbe sfidato Hillary Clinton alle elezioni presidenziali, ma molti all’epoca consideravano la sua ascesa al potere una distopia impossibile. I rapporti con Israele erano tesi: Washington era restia ad appoggiare senza riserve la politica espansionistica di Tel Aviv nei confronti dei palestinesi. Israele aveva rapporti diplomatici solo con due paesi arabi: l’Egitto e la Giordania.

In Arabia Saudita il ministro della difesa, Mohammed bin Salman, figlio del re Salman, in carica da un anno, cominciava a emergere come uomo forte del paese e aveva lanciato un’operazione militare, presentata come rapida e indolore, nel vicino Yemen. Il giornalista saudita Jamal Khashoggi scriveva regolarmente commenti su Al Arabiya e Middle East Eye e compariva sui mezzi d’informazione internazionali, cominciando a entrare in contrasto con le autorità per le sue posizioni critiche. L’accordo sul nucleare iraniano, in vigore da meno di un anno, sembrava reggere.

Sei anni dopo, nella sua prima visita nella regione da presidente, Biden troverà un Medio Oriente molto diverso. Come scrive Patrick Kingsley sul New York Times, “le alleanze, le priorità e le relazioni con gli Stati Uniti sono cambiate in modo significativo”. La sua visita comincia oggi, 13 luglio, in Israele e in Palestina, e si conclude fra tre giorni in Arabia Saudita. E questi paesi rappresentano più di qualunque altra realtà le evoluzioni e gli sviluppi, ma anche gli immobilismi e le cancrene, che hanno caratterizzato la regione in questi anni.

Nuove dinamiche, vecchi problemi
Le eredità più rilevanti lasciate in Medio Oriente dai quattro anni di presidenza Trump sono state probabilmente due. La prima è quello che lo stesso ex presidente ha definito l’“accordo del secolo”, ma in molti hanno invece respinto come “una farsa”, che prevedeva l’annessione da parte di Israele di ampie porzioni della Cisgiordania. La seconda è la promozione dei cosiddetti accordi di Abramo con cui Israele ha normalizzato i rapporti con altri tre paesi arabi – Bahrein, Marocco ed Emirati Arabi Uniti – considerati “un tradimento” dai palestinesi. Non bisogna dimenticare poi l’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano, decisa in modo unilaterale da Trump nel maggio 2018. Per il resto, più in generale, la sua amministrazione ha attuato una politica di disimpegno dal Medio Oriente, cercando di intervenire il meno possibile e violando anche alcuni impegni presi, come dimostra la decisione di abbandonare gli alleati curdi in Siria nel 2019.

Quando è entrato in carica come presidente, Biden ha promesso di rimodellare la politica estera statunitense in Medio Oriente, mettendo l’accento sulla promozione della democrazia e dei diritti umani. In realtà, sottolineano Aamer Madhani e Darlene Superville sull’Associated Press, “ha avuto difficoltà su vari fronti a separare significativamente il suo approccio da quello dell’ex presidente Donald Trump”. In molti hanno criticato Biden per aver cambiato atteggiamento nei confronti dell’Arabia Saudita – che aveva definito una stato “paria” per la pessima situazione dei diritti umani – e in particolare di Mohammed bin Salman, detto Mbs, nel frattempo diventato principe ereditario e protagonista della scena politica mondiale, accusato di aver ordinato l’omicidio a Istanbul nel 2018 di Jamal Khashoggi.

Ora Biden sembra aver cambiato i suoi calcoli, ed è arrivato alla conclusione che “c’è più da guadagnare corteggiando il paese invece di isolarlo”, continuano Madhani e Superville. A cambiare le carte in tavola è stato l’attacco russo all’Ucraina: Biden ha bisogno che i sauditi e gli altri paesi ricchi di petrolio accettino di aumentare la produzione per attenuare la crisi energetica globale e ridurre la dipendenza da Mosca. In una column pubblicata sul Washington Post il 9 luglio, Biden ha difeso la sua scelta di andare in Arabia Saudita, facendo riferimento alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Secondo The Arab Weekly, la visita segna “la rinuncia ai tentativi chiaramente irrealistici” di emarginare Mbs per la sua responsabilità nel caso Khashoggi e l’impegno a trovare un equilibrio tra “rottura e continuità” rispetto all’eredità di Donald Trump. È probabile che Biden voglia approfittarne anche per riaffermare l’influenza degli Stati Uniti nella regione. In particolare, Simon Tisdall sottolinea sul Guardian che ci sono profonde implicazioni anche per lo Yemen e la Siria: “Mettere fine alla guerra nello Yemen, che ha prodotto la peggiore emergenza umanitaria al mondo dopo l’intervento saudita nel 2015 contro i ribelli sostenuti dall’Iran, è un obiettivo chiave di Biden. La speranza è che bin Salman renda permanente la tregua in vigore nel paese. In quello che sarebbe un altro grande cambiamento, gli Stati Uniti potrebbero anche offrire incentivi economici a un secondo paria, Bashar al Assad, nel tentativo di contrastare l’influenza russa in Siria”.

Sulla scia di Trump
Sullo sfondo della visita di Biden c’è un altro tema delicato: il ripristino dell’accordo sul nucleare iraniano. I colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran in Qatar a fine giugno si sono conclusi senza progressi, ma Teheran, sperando in un allentamento delle sanzioni, insiste che un accordo sia ancora possibile. Secondo Tisdall, Biden ha anche un altro incentivo per arrivare a un qualche tipo d’intesa: in questo modo si potrebbe “triplicare la quantità di petrolio iraniano sui mercati globali”.

Intanto contro l’Iran si sta delineando una nuova alleanza regionale, che dovrebbe essere annunciata formalmente proprio durante la visita di Biden. Un articolo di René Backmann sul sito francese Mediapart spiega quali paesi aderiscono e con quali obiettivi. Chiamata Alleanza di difesa aerea del Medio Oriente, questa organizzazione promossa da Washington è destinata a combattere la minaccia che i missili e i droni iraniani costituiscono per gli stati della regione. Ne fanno parte Israele, Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar. Si basa, spiega Backmann, “sull’esistenza in ogni paese membro di un sistema di rilevamento avanzato delle intrusioni aeree ostili, di una rete di comunicazione protetta e di armi per l’intercettazione, il tutto interconnesso. Questo permette a ogni alleato di avvertire gli altri, in tempo reale, dell’arrivo di un drone o di un missile proveniente dall’Iran o da uno dei suoi alleati nella regione. Ed eventualmente di neutralizzarlo”.

L’alleanza s’iscrive nella logica degli accordi di Abramo, dimostrando che in un certo senso la politica di Biden in Medio Oriente segue la scia lasciata da Trump. La tendenza si conferma anche per quanto riguarda Israele e Palestina. Da candidato Biden aveva condannato l’appoggio dell’amministrazione Trump nei confronti dell’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Ma da presidente non è stato in grado di arginare la politica antipalestinese di Tel Aviv né di proporre nuove iniziative per riavviare i colloqui di pace fermi da tempo. In una lettera a Biden, i familiari di Shireen Abu Akleh, uccisa a maggio in Cisgiordania, hanno accusato la sua amministrazione di aver giustificato l’esercito israeliano, ritenuto responsabile della morte della giornalista palestinese.

In fondo nessuno si aspetta molto da questa visita, se non una conferma da parte degli Stati Uniti delle nuove dinamiche e del nuovo ordine che si sta delineando in Medio Oriente. Le vecchie criticità e i problemi che caratterizzano la regione da decenni restano in secondo piano, senza il minimo accenno a una vaga intenzione di volerli affrontare. Madhani e Superville commentano sull’Associated Press: “Biden spesso parla dell’importanza delle relazioni in politica estera. La sua decisione di visitare il Medio Oriente in un viaggio che promette poco in termini di risultati tangibili suggerisce che sta cercando d’investire nella regione sul lungo termine”. È vero anche, come sottolineano diversi esperti, che i leader arabi sembrano già guardare oltre Biden, verso un’epoca in cui gli Stati Uniti potrebbero di nuovo essere guidati da Donald Trump o da “un suo avatar”, come ha detto all’Associated Press Aaron David Miller, ex consulente statunitense nei negoziati arabi israeliani e ora esponente del Carnegie endowment for international peace. Intanto i prossimi mesi diranno se Biden sarà in grado di promuovere una politica del dialogo in Medio Oriente in un periodo di grande incertezza geopolitica. Sarebbe già qualcosa.

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 13 luglio 2022

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