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La montagna sta morendo

Vi presento il bostrico. Lo sgretolamento dei ghiacciai è solo il più vistoso dei sintomi della morte della montagna sotto i colpi del climate warning. Ce ne sono altri che si possono notare facilmente spostando lo sguardo già attorno alle stesse valli dolomitiche che conducono alla Marmolada e in tutti i luoghi dove quattro anni fa era passata la tempesta Vaia, Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Lì dove è rimasta a terra un’ingente quantità di legname danneggiato si è verificata una infestazione di un piccolo coleottero le cui larve si nutrono della linfa degli abeti rossi, provocandone l’essiccazione nel giro di poche settimane, lasciando sulle pendici verdi delle montagne, fino alla quota dei duemila metri, estese macchie di grigio che si allargano di giorno in giorno. Uno spettacolo spettrale di morte. Una desolazione che fa intristire e abbassare lo sguardo anche ai montanari più tenaci. Mai visto così. Non c’è memoria umana per eventi così catastrofici.

Si chiama bostrico, il suo nome scientifico è Ips typographus, detto tipografico, per la minuzia dei solchi che lascia sul legno. Endemico nei boschi di abete rosso dove trova habitat favorevoli nei tronchi in decomposizione. Facile prevedere che dopo la tempesta Vaia che abbatté 16 milioni di alberi nella notte del 28 ottobre 2018 si sarebbero create le condizioni ideali per una proliferazione dell’insetto tanto da straripare e attaccare anche gli alberi sani. Secondo la Coldiretti e Federforeste sarebbero già 14 milioni gli alberi colpiti. Ma le previsioni degli esperti forestali è che la “pandemia” potrebbe avere un ciclo di quattro o cinque anni. Il danno al patrimonio boschivo delle tre regioni colpite potrebbe quindi essere molto più grave di quello stesso arrecato da Vaia. Una tragedia non solo economica per la silvicultura, per il paesaggio, ma per la abitabilità stessa di alcuni versanti della montagna resi brulli. Pensiamo alla fauna selvatica.

La velocità e la violenza della infestazione è tale che sembra non esserci rimedio. Quando le piante perdono le foglie e si insecchiscono è già troppo tardi, significa che gli sciami di bostrico se ne sono già volati via colonizzando con le loro larve altre pianta generando due cicli all’anno da maggio a settembre. Gli antagonisti naturali quali i picchi e insetti parassitoidi, sono sempre più rari. Un avvitamento della spirale di morte.

L’unico rimedio sarebbe stata la prevenzione attraverso la rapida rimozione delle piante atterrate, di quelle sofferenti e dei tronchi accatastati non scortecciati abbandonati a seguito delle lavorazioni boschive dopo Vaia (8 milioni di metri cubi di legname rimosso e partito per le segherie fino in Cina) che hanno favorito la proliferazione dell’insetto.

Va detto anche che le condizioni meteorologiche stagionali sempre più “calde”, con inverni miti (le uova e le larve morirebbero a temperature inferiori ai 10 gradi, normali in altri tempi in alta montagna) e primavere siccitose hanno scatenato l’invasione del bostrico. Fenomeni simili già ve ne sono stati in altri paesi – ci dice Davide Pettenella, professore di economia e politica forestale dell’università di Padova, coordinatore della strategia forestale nazionale – e quindi si sarebbero potuti predisporre piani di gestione forestali e piani di manutenzione per trasformare i boschi monospecifici di abete rosso. Così ora “la situazione in alcune aree del Veneto è fuori controllo”

Ma in questi anni sindaci e presidenti di regione (Zaia e Sala) sono stati distratti dalla progettazione delle prossime Olimpiadi invernali, con le loro sciagurate megaopere. Salite, signori, la giostra deve continuare a girare! Salite sulla Marmolada, gli impianti di risalita non chiudono! L’apocalisse prossima ventura assomiglia a un carosello di skilift sulla neve artificiale tra pini di plastica.

Questo articolo è stato pubblicato su Comune il 5 uglio 2022

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